Napoli, quando l’uomo stuzzica il supervulcano

Napoli, quando l’uomo stuzzica il supervulcano

Due enormi vulcani, due progetti di trivellazione per l’energia geotermica. Il rischio che le viscere della terra si sveglino, spazzando via la costa tirrenica.

Napoli, quando l’uomo stuzzica il supervulcano

Come reagireste voi, se veniste a conoscenza di trivellazioni che mettono a rischio di terremoto la vostra terra? E che la terra in questione sia il secondo supervulcano al mondo per pericolosità? O che il più grande vulcano d’Europa sarebbe capace di spazzare via, col suo risveglio, le coste di Sicilia, Calabria, Campania, Lazio, Toscana e Liguria?

La nostra prima storia si svolge nei Campi Flegrei, area di quindici chilometri di diametro estesa nella zona nord-est di Napoli. Una vera e propria caldera in stato di quiescenza, forgiata da numerosi crateri, sorgenti termali e fumarole, meglio categorizzata come secondo supervulcano al mondo, in un rapporto di pericolosità tra la densità di abitanti (cinquecentomila) e lo stato di attività del vulcano.

Nei Campi Flegrei dal 2012 è in atto il “Campi Flegrei deep drilling project”. Un progetto di ricerca e sviluppo che prevede studi che possano rilevare metodi di prevenzione per terremoti ed eventuali eruzioni, prima. Tecniche di sfruttamento dell’energia geotermica del vulcano, successivamente.

Ciò che rappresenta il rischio di questa operazione sono le trivellazioni. Una pratica che consiste nello scavo di pozzi e nell’estrazione di fluidi dal sistema magmatico, con la loro successiva iniezione nel sottosuolo ad alta pressione. Questo procedimento, secondo gli studiosi, altera l’equilibrio della camera magmatica del vulcano e crea, a lungo andare, fenomeni sismici indotti.

Il professor Franco Ortolani, direttore del dipartimento di Scienze del territorio dell’università Federico II di Napoli, dice: «La prima fase del progetto, che ha visto la trivellazione di pozzi di cinquecento metri di carotaggio per scopi di ricerca del vulcano, non rappresenta un rischio. Ciò che sta provocando la nostra insorgenza e quella dei cittadini è la seconda fase. Trivellazioni di pozzi di carotaggio fino a tremila metri con la relativa estrazione di fluidi magmatici dal sottosuolo e la loro iniezione ad alta pressione nella camera magmatica. Questa pratica viene adottata perché la dispersione dei fluidi magmatici nell’ambiente è nociva, sia per i cittadini che per l’atmosfera.

I fluidi vulcanici sono costituiti da un ingente quantitativo di gas, il loro sprigionamento nell’aria sarebbe, appunto, tossico. Infine, c’è anche da considerare la natura già sismica dell’area. I Campi Flegrei sono stati interessati nel 1980 dal terremoto e nel 1982 dal bradisismo, un fenomeno sismico di abbassamento e innalzamento del suolo rispetto al livello del mare. Intervenire in una zona già così instabile, rappresenta un’alta possibilità di sisma indotto. Ciò che si potrebbe manifestare sono terremoti di bassa magnitudo nell’immediato e sismi di magnitudo anche elevata nel corso del tempo. È necessario stanziare un piano d’emergenza che metta in salvo i cittadini in caso di terremoto. Ma al momento ciò che è stato messo a disposizione è solo un piano di sicurezza che tutela gli operai all’interno del cantiere di lavoro».

L’Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia) non ritiene possibile questo rischio. Il direttore dell’Osservatorio vesuviano, nonché responsabile del progetto, Giuseppe De Natale, afferma: «L’operazione non presenta alcun rischio sia ai fini della salvaguardia dell’ambiente che dei cittadini. Non si ritiene necessario, per cui, mettere a disposizione alcun piano d’emergenza».

Il “Campi Flegrei deep drilling project” rientra, infatti, negli obiettivi di ricerca di fonti di energia alternativa preposti dall’Unione Europea. Lo scopo dell’Europa è raggiungere una quota pari al venti per cento entro il 2020. Lo sfruttamento geotermico delle aree vulcaniche italiane può rappresentare un rendimento dell’energia elettrica fino a dieci volte superiore rispetto alle fonti di energia non rinnovabili (combustibili fossili, gas naturali, petrolio, carbone). Difatti, i fluidi magmatici, detti “supercritici” per i loro quattrocento gradi di temperatura, superano di gran lunga i fluidi critici (gas, liquidi eccetera) non maggiori di trecento gradi.

Nel progetto di ricerca di fonti di energia rinnovabili, l’Unmig (ministero dello Sviluppo Economico, Risorse minerarie ed energetiche) ha dato il permesso d’intervento anche in altre zone vulcaniche italiane del tutto opinabili.

Tra questi progetti, contestati dagli studiosi, il “Marsili project”. Vere e proprie trivellazioni sul coperchio del vulcano Marsili, meglio denominato come il “Gigante del mar Tirreno”. Primo vulcano attivo in Europa, il Marsili conta ben settanta chilometri di diametro e tremilaottocento metri di altezza. Si trova a centoquaranta chilometri dalla costa nord della Sicilia ed è sommerso sott’acqua per cinquecento metri.

L’opera, costata ben due miliardi di euro, consiste in una serie di piattaforme semisommerse attraverso cui viene trivellato il fianco del gigante roccioso. Il fine è quello di creare una grande centrale elettrica in grado di sfruttare il campo geotermico del vulcano. Una follia, se si pensa che il Marsili potrebbe risvegliarsi. Ma l’Unmig stima che entro il 2020 le trivellazioni sul vulcano possano apportare circa mille megawatt di energia elettrica. Una grande e ambiziosa impresa di sfruttamento geotermico, senza pari sino a questo momento. Meno lodevole se si tiene conto, invece, della stima dei danni che i vulcanologi prevedono in caso di risveglio del Marsili: uno tsunami in grado di spazzar via le coste di Sicilia, Calabria, Campania, Lazio, Toscana e Liguria.

Accompagnato da critiche da parte degli studiosi anche “Il progetto geotermia Ischia/Forio”, sull’isola d’Ischia. Il quale, sulla scorta dell’avvenuta prima fase dei lavori nei Campi flegrei, inizierebbe anche nel comune di Forio per opera della Taddei green power. L’isola possiede, anch’essa, una natura vulcanica. Basti pensare che l’ultimo terremoto, risalente al 1883, provocò ben duemila vittime.

Il professore Ortolani, sicuro della sua lunga carriera di studioso dei fenomeni sismici, riporta i seguenti esempi di terremoti indotti dall’intervento dell’uomo: «Le trivellazioni con la relativa pratica delle iniezioni di fluidi geotermici nel sottosuolo nasce in California negli anni Sessanta. L’operazione venne promossa inizialmente per smaltire i condensati di vapori, porzioni di vapori industriali saturi talvolta di gas. Successivamente si capì che le trivellazioni potevano essere utilizzate per studiare i fenomeni sismici. Quando, però, queste pratiche iniziarono a diffondersi, i sismografi osservarono l’incremento di sismi nelle aree d’intervento.

I terremoti potevano presentarsi di bassa o alta magnitudo a seconda dell’ipocentro. Quando questo era profondo, tra i quattro e i dodici chilometri circa, il sisma si presentava lieve. In caso contrario con un ipocentro di bassa profondità, da uno a quattro chilometri, raggiungeva magnitudo elevate. In Italia, la pratica delle trivellazioni, con relative iniezioni, iniziò negli anni Settanta a opera dell’Enel. Anche sulla nostra penisola i sismografi rilevarono che in alcune aree d’intervento i terremoti erano rilevabili solo strumentalmente, in altri casi dannosi anche per cose e persone. È il caso del terremoto del Monte Amiata del primo aprile 2000 con ipocentro di due chilometri e magnitudo di 4,5. Stesso esempio per San Gallo in Svizzera il ventuno luglio 2013».

Aggiunge Ortolani: «Ulteriore caso, oltreoceano, è quello dell’Oklahoma, colpito da un terremoto di 5,9 di magnitudo nel 2011. Messe sotto accusa le compagnie petrolifere colpevoli di “fracking”. Una pratica di perforazione idraulica utilizzata per estrarre gas naturali e petrolio dalle rocce di scisto, con la successiva iniezione di acque reflue. Il terremoto dell’Oklahoma ha avuto, negli ultimi anni, una ricaduta sismica sugli Stati Uniti di ben dieci volte superiore alla norma. Poi c’è il recente caso del Cilento, la zona crostale presenta già un’instabilità inseguito all’avvicinamento dell’Europa e dell’Africa. L’ultimo terremoto di elevata magnitudo risale al 1980. Nel frattempo l’energia sismica, sollecitata dal fenomeno tettonico che interessa l’Appennino e la pratica dell’estrazione di idrocarburi con relativa iniezione di fluidi di scarto, ha dato vita nel Cilento al recente sisma di 2,9 di magnitudo dello scorso primo marzo con possibilità di ritorno (periodicità del fenomeno)».

Questi riportati sono solo alcuni esempi della lunga lista di terremoti indotti dalla pratica delle trivellazioni. Se si considera, poi, che i tempi di ritorno dei vulcani sono abbastanza lunghi, ma periodici, non c’è da prendere alla leggera la questione. «Prevenire è una giusta politica», conclude Ortolani.

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