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Il primo numero, ottimo anche come idea regalo, è già pronto e si intitola Cocktail partigiani. Parole in fondo al bicchiere, un volume di Gabriele Brundo, scrittore-barman genovese corredato da illustrazioni di una dozzina di disegnatori, da un ricettario di cocktail a base di Amaro Partigiano e da alcune riflessioni su produzione e consumo di alcol e letteratura.

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Il caso Inside Art: a qualcuno piace l’arte

Il caso Inside Art: è la prima testata d’arte a tagliare il traguardo in Italia dei 100mila liker.

di Maurizio Zuccari

Il caso Inside Art: a qualcuno piace l'arte

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Non è mai bello dirsi primi, il rischio di lodarsi e dunque di sbrodolarsi è lì, dietro la curva. Ma l’aver tagliato il traguardo dei centomila liker per primi in Italia – e stare al contempo sul podio nel mondo – è qualcosa che inorgoglisce. Non tanto per essere la prima rivista d’arte in Italia ad averlo raggiunto, doppiando in un lasso di tempo relativamente breve testate in campo da vent’anni o più, talune assai blasonate. Ché la logica della competizione la lasciamo a Masterchef e agli emuli dell’american way of life. Quanto perché è la prova del seguito che la nostra testata ha tra un bacino d’utenti assai più vasto degli addetti ai lavori e spazia ormai verso i grandi numeri. A riprova di come l’arte, segnatamente contemporanea, per non dire la cultura, sia tutt’altro che ricovero di nicchia per pochi unti dalla Grazia. Di questo la redazione, l’intero gruppo di lavoro di Inside Art, deve essere giustamente orgoglioso. E di questo vi ringraziamo, uno per uno: we like you.

Ciò detto, un paio di brevi considerazioni che lasciano il tempo che trovano: un battito di ciglia, data l’ipervelocità in cui si muove la comunicazione e dunque il mondo. Perlomeno nei suoi spicchi raggiunti dal web. La prima questione è sulla natura stessa di faccialibro, tale da snaturare l’informazione per come l’abbiamo vissuta finora. Non esattamente quisquilie, come avrebbe detto il buon Totò. Poche cose hanno cambiato il vissuto quotidiano, il modo di rapportarsi agli altri e leggere la realtà quanto la rete sociale lanciata da Mark Zuckerberg e (ex) soci appena un decennio fa, ormai il sito più cliccato al globo, col suo miliardo e passa d’utenti. Un fenomeno sociale, oltre che tecnologico, sul quale sono stati versati fiumi d’inchiostro e bit e dunque a poco vale aggiungere altro. Se non che guai a confondere la comunicazione virale veicolata da fb più che da qualunque altro strumento, al momento, con l’informazione tout court. Fb come apoteosi e dunque fine della storia della comunicazione globale, insomma. Sullo iato tra questa e la comunicazione reale, tra mera notizia o immagine su cui cliccare I like e fruibilità, vale dire elaborazione critica della stessa, passa più di un oceano: è la scommessa del web e diremmo, con tanticchia di prosopopea, persino della democrazia nella sua attuale forma farlocca.

L’altra questione è, se possibile, ancora più complessa e riguarda la cruna dell’ago attraverso cui passa l’informazione odierna e sempre più passerà. Come trasformare gli utenti in partecipanti attivi del processo comunicativo, superare il circuito chiuso tra produttori e consumatori di notizie, evitando gli splatteraggi della comunicazione virale, i rischi del blog fai da te che nulla ha a che vedere con una seria (e critica) informazione giornalistica. Come, nel contempo, ricavare da una tale massa di utenti, spesso acritica e amorfa, una ragione economica aliena dalla natura stessa della rete sociale ma necessaria alla sopravvivenza di un prodotto editoriale che non voglia essere un’accozzaglia indigeribile d’infotainment veicolato dal marketing. È su questo paradosso che il cammello s’impunta, le due gobbe non passano. Spingerle fuori da questa cruna è, sarà la scommessa di ogni serio tentativo di sopravvivenza di un giornalismo passabilmente critico e libero. Anche dalle sue logiche e tendenze perverse. Intanto, primi: we like you.

Vail al sito: INSIDEART.eu

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