lunedì 19 novembre 2018

Brasile, i mondiali senza popolo

Brasile, i mondiali senza popolo

Não vai ter copa vai ter greve: non ci sarà coppa, ci sarà sciopero. A due settimane dall’inizio del torneo sempre più forti le proteste popolari

di Marina Zenobio

In Brasile appaiono sempre più cartelli con la scritta “Não vai ter copa vai ter greve” (“non ci sarà coppa ci sarà sciopero”). Proteste e scioperi potrebbero mettere a rischio il Mondiale di Calcio.

In Brasile, a due settimane dall’inizio del torneo per la Coppa del mondo di calcio, continuano le proteste popolari contro l’evento, a cui si uniscono anche gli indios. E il governo risponde inviando il Battaglione Antisommossa a disperdere i manifestanti a suon di gas lacrimogeni. E’ accaduto martedì scorso a Brasilia, mentre in migliaia tra indios e aderenti ai movimenti sociali brasiliani, cercavano di avvicinarsi pacificamente allo Stadio Nazionale Mané Garrincha che ospiterà molti incontri del Mondiale, e i gas non hanno risparmiato neanche i numerosi bambini e anziani presenti alla marcia.

Poco prima di aggregarsi alla marcia circa 500 leader indigeni in rappresentanza delle cento etnie presenti in Brasile, con i visi dipinti coi loro colori, le piume, gli archi e le frecce tradizionali, erano saliti sul tetto del Palazzo del Congresso Nazionale per protestare contro le politiche adottate dal governo nei loro confronti, territori sempre ridotti per favorire i latifondisti. Alla France Presse Talamai Kuijuru (della Regione dello Xingù-Mato Grosso) ha rivendicato l’azione con queste parole: «Salire sul tetto del Congresso è stato un atto di valore, mostra che siamo guerrieri che vogliono difendere i propri diritti». Anche il capo indigeno più anziano, Raoni, di 84 anni, impegnato da sempre nella difesa dell’Amazzonia, è salito sul tetto per protestare contro le politiche che stanno distruggendo quel territorio, mentre per Neguinho Trukà della etnica Trukà del Pernambuco «Non si possono spendere tanti milioni per un evento che non porta alcun beneficio alla popolazione». L’iniziativa in questo caso si è svolta pacificamente e dopo circa un’ora i capo indigeni sono scesi dal tetto e raggiunto i manifestanti che li aspettavano, appunto, nei pressi dello Stadio Manè Garrincha dove già è arrivata ed esposta al pubblico la Coppa del mondo. «Ma la coppa per chi?» chiedono ad altra voce i manifestanti «La coppa non la vogliamo, vogliamo che il denaro sia utilizzato per la salute, l’educazione, le case, le infrastrutture pubbliche».

La marcia verso lo Stadio Garrincha, come detto, è stata respinta dai gas lacrimogeni e i manifestanti dispersi. Ma è soltanto una delle tante in corso in Brasile perché la popolazione sembra proprio non essere disposta a permettere che il Mondiale vada avanti nella totale normalità e numerosi settori sono ormai protagonisti delle proteste, dai movimenti sociali ai sindacati, dai partiti della cosiddetta sinistra radicale alle Ong, dal movimento contadino dei Senza Terra e Senza Tetto.

A Salavador de Bahia, lo stesso martedì, uno sciopero degli autisti del trasporto pubblico ha paralizzato la città per tutta la giornata. Ma ce ne saranno altri, con l’avvicinarsi del 12 giugno, cioè dell’inizio del Mondiale, che coinvolgeranno gli autisti del trasporto pubblico di San Paulo e di San Luis de Maranhao. C’è lo sciopero annunciato (la data è da definirsi) dai lavoratori della metro di San Paulo che ogni giorno trasporta quattro milioni e mezzo di persone. E’ quanto più preoccupa il governo brasiliano, soprattutto se coinciderà con quello degli autisti degli autobus e che potrebbe provocare il blocco totale della metropoli.

Poi ci sono i professori della Rete di insegnamento pubblico dello stato di Rio de Janeiro, anch’essi in sciopero dal 12 maggio, che lunedì scorso sono riusciti a bloccare, al grido di “Non ci sarà la coppa, ci sarà sciopero! Un professore vale più di Neymar”, l’autobus su cui viaggiava la nazionale di calcio brasiliana diretta ad allenarsi a Teresópolis. L’intervento della polizia ha disperso i manifestanti e permesso ai calciatori di riprendere il viaggio. In agitazione anche i lavoratori delle strutture sanitarie pubbliche e della vigilanza privata delle banche di Rio de Janeiro. Tutto lascia presagire che sarà un Mondiale molto “caldo”.

Marina Zenobio

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