venerdì 21 settembre 2018

Sdraiato è chi lo legge fino in fondo

Sdraiato è chi lo legge fino in fondo

Perché ‘Gli sdraiati’ di Michele Serra è un libro così malriuscito? Perché un intellettuale non riesce a scrivere molto di più di quattro ovvietà?

di Carlo Scognamiglio

Sdraiato è chi lo legge fino in fondo

Troppo facile additare l’artificiosità e le brutture della scrittura di Michele Serra nel volume che quasi tutti hanno comprato o ricevuto in dono in occasione dell’ultimo Natale.

Troppo riduttivo sottolineare la spiazzante banalità di un testo che presumerebbe di poter tracciare uno spaccato della difficile relazione tra un genitore relativista e un adolescente contemporaneo.

Certo, è troppo semplice, ma è quello che hanno fatto molti lettori, che su siti come Amazon hanno lasciato traccia di una profonda delusione per questo libretto.

Il punto è un altro. “Gli sdraiati” è un lavoro malriuscito, probabilmente anche malpensato. Ma la domanda da porre è diversa: cosa ci rivela il maldestro tentativo letterario di un intellettuale che non è affatto, come si dice a Napoli, “l’ultimo dei fessi” in circolazione?

Serra adotta una struttura narrativa debole. Lascia che si intreccino sconnessi fotogrammi della vita di un padre separato (l’io narrante) con il figlio adolescente, e una sua fantasia letteraria: una noiosissima e illeggibile battaglia finale tra Vecchi e Giovani. Di tanto in tanto una pagina bianca con sole tre o quattro righe centrali, in cui si reitera l’auspicio del genitore di condividere col figlio una sua vecchia passione: una passeggiata in montagna. Lasciamo da parte le vacue pagine dedicate allo scontro generazionale fantasticato, e trascuriamo anche l’intermezzo “montanaro”, che prevedibilmente conduce alla sequenza finale, con l’avverarsi delle aspettative paterne e la consapevolezza della positività (non si capisce bene in cosa) del figlio.

Torniamo alla traccia più interessante del volume. Mi riferisco agli sprazzi narrativi che mettono a fuoco la relazione. Serra gioca d’astuzia. Spara a zero (e si vede che è sincero) sulle nuove generazioni, criticandone il disordine fisico e mentale, l’assenza di orari e di criteri organizzativi, l’incapacità di accettare ogni minima regola di convivenza civile. Ne deplora l’iper-connettività e ne disprezza l’abbigliamento. Definisce gli adolescenti contemporanei come i perfetti consumisti e replicando quanto di peggio si possa udire in una conversazione tra vecchiette sul tram delle otto. Poi però, dopo aver colpito il cerchio, non dimentica la botte, e via con le sviolinate: sono i genitori a non saperli prendere, forse i giovani sono già “oltre” le convenzioni cui sono scioccamente avvinghiati i genitori, per quanto si tratti di borghesi di sinistra, come si autodefinisce Serra. In fondo il “sette” in chimica lo portano a casa lo stesso e – che dire? – appare affascinante al padre quel gesto del figlio di sfuggire all’ora di lezione per arrampicarsi su un tetto e guardare le nuvole (molto originale, non c’è che dire).

Alla fine il buon Serra tira fuori l’analisi: c’è una trasformazione antropologica in atto, le nuove generazioni sono diverse dalle precedenti. Anzi, siamo di fronte a una mutazione che non ha precedenti nella storia. Vabbè.

Chiuso il libro, mi viene in mente qualche considerazione. Perché un intellettuale così colto, formato, spesso pungente, non riesce a scrivere molto di più di quattro ovvietà su un tema tanto controverso e complicato? In primo luogo, l’autore rivendica orgoglioso il proprio relativismo etico. Se non c’è una possibilità di orientamento assoluto nel mondo, cosa può fare un padre se non lasciar decidere al figlio ciò che vuole, limitandosi a qualche battuta ironica sulle sue condotte?

Ecco. Questo è un punto centrale. Premesso che la descrizione che Serra compie del giovane proposto nel romanzo, o della sua amica, non costituiscono affatto un prototipo credibile di una generazione (che evidentemente l’autore non conosce), esiste realmente una parte di giovani, spesso proprio riconducibili a famiglie della borghesia di sinistra (ma non solo, naturalmente), che restituiscono alcuni elementi di quel quadro. Ma come si fa ad essere tanto miopi da ritenere che il relativismo etico implichi il relativismo pedagogico? Come insegnava Cartesio, se non ho a disposizione una morale fondata sul modello geometrico, posso però ricorrere a una morale provvisoria, fondata su poche regole elementari. Una delle quali, tanto per capirci, consiste nel tener ferma una direzione, sebbene incerta. Cartesio, per chi non avesse capito, proponeva l’esempio del bosco. Se mi smarrisco tra i fusti e le piante, cosa faccio? Cambio continuamente direzione perché “forse” mi sto sbagliando, o dopo aver ragionato ne scelgo una, impegnandomi a non cambiarla finché non arrivo da qualche parte?

L’idea un po’ sessantottina che la critica dell’autoritarismo dovesse rappresentare una novità di portata pedagogica universale, è un idea non sviluppata. Come la critica alla famiglia tradizionale, messa così, tout court, non ha ben presenti le implicazioni psicologiche del tessuto affettivo primario nei processi di inculturazione e socializzazione. Molti borghesi di sinistra, come li chiama Serra arruolandosi all’interno di quella schiera, sono riusciti a occupare le posizioni da cui avevano scalzato gli “altri” (e nulla diremo su come hanno gestito e gestiscono quelle poltrone), assicurandosi una solida posizione economica e allevando figli senza orientamenti assiologici, spesso senza vederli neanche crescere, e pretendendo poi di parlargli di vigneti, fragranze, profumi montani e bellezza dei temporali. Ora, dico io, con dei genitori così è abbastanza comprensibile rifugiarsi nel virtuale; che poi è reale, perché tutto ciò che genera effetti è reale, e non soltanto il profumo dei pomodori di una volta.

Capisco il conflitto, e avrei apprezzato maggiormente un libro di insulti contro gli adolescenti. Per quanto sommario o banale potesse risultare. Ma una simile superficialità di analisi nella lettura di uno strato sociale composito, psicologicamente schiacciato tra aspettative e atteggiamenti di mancato ascolto da parte del mondo adulto, ma anche fisicamente così trasformato, è quasi stupefacente.

Michele Serra qui non rivela soltanto – come gli piacerebbe – la fragilità della paternità contemporanea. Egli dimostra invece l’incapacità, più grave, di un’intera generazione politica e culturale, che in parte si è arricchita e autocelebrata, nel decifrare la realtà senza arroccarsi in vuoti cliché.

E chi non sa leggere la realtà, non è di certo sulla buona strada per comprendere ed educare un figlio.

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