martedì 18 settembre 2018

Pisa, come ti spremo il facchino all’aeroporto

Pisa, come ti spremo il facchino all’aeroporto

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Volantinaggio, stamattina, dei facchini aereoportuali all’ingresso partenze dello scalo pisano Galilei. Un’iniziativa promossa dal cobas lavoro privato a sostegno dei lavoratori delle aziene appaltatrici impegnati nei servizi di pulizia e facchinaggio. Dicono Federico Giusti e Marcello Pantani dei Cobas pisani che le condizioni di lavoro di questi lavoratori sembrano regolate più dalla legge della jungla che dalle normative in vigore. Una condizione comune a gran parte degli appalti, quelli pubblici inclusi.

Molti di loro sono immigrati di origine filippina (una trentina dei circa 70 lavoratori hanno aderito ai cobas), assunti dalle coop Arca a Cooplat (tanto la Sat che gestisce lo scalo non controlla) con contratti diversi, con l’orario spezzettato in svariate frazioni, anche molto distanti tra loro, nell’arco della giornata. Ogni mese si vedono rendicontate in busta paga in misura inattendibile le ore di lavoro, premio di produttività e ticket mensa sono distribuiti in modalità inique e arbitrarie, mentre i carichi di lavoro sono insostenibili, soprattutto nel facchinaggio, anche per effetto della riduzione sistematica del numero degli addetti alle operazioni di carico e scarico bagagli con grave rischio per le condizioni fisiche e la sicurezza.

Giusti e Pantani si soffermano su un caso particolare, quello di un lavoratore risultato da visita medica inadeguato alla mansione di facchinaggio. La ditta lo ha assegnato alla mansione di pulizia, dimezzandogli le ore e mettendo alla fame lui e la sua famiglia. In alternativa, gli ha “offerto” di svolgere le ore mancanti (3/4 al giorno, da lunedì a venerdì) a 90 chilometri di distanza, caricandolo di spese di viaggio più o meno equivalenti al salario ricavabile da questo lavoro in “trasferta” e costringendolo a viaggiare circa 5 ore, con, al ritorno a Pisa, altre 4 ore di lavoro in aeroporto, fino all’1,30 della notte. I Cobas hanno già chiesto alla ditta di rinunciare a questa “soluzione” ricevendo un rifiuto netto e categorico. Seguiranno altre e più clamorose forme di lotta.

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