mercoledì 21 novembre 2018

Di donne, di calcio e di resistenza

Di donne, di calcio e di resistenza

Io mezza negra nel Brasile governato dai generali. Quando non ci torturava, la dittatura ci faceva impazzire. Finché non arrivarono gli scioperi, Lula e Socrates con la Democrazia Coronthiana

di Solange Cavalcante*

socrates-democratie-1

 

Alla fine degli anni ’50, in Brasile, sembrava che tutti potessero essere felici comprando frigoriferi
e apparecchi tivù. Come tante altre donne brasiliane all’epoca, mia madre era una figlia di quegli anni dorati. Era stata cresciuta per sposarsi, e crescere a sua volta i figli della nuova classe media – quella della Bossa Nova, del Cinema Nuovo e dell’intelligenzia comunista di Oscar Niemeyer e Jorge Amado.

La mamma però (di buona famiglia bianca e cattolica) scelse di unirsi ad un giovane dal futuro promettente, ma meticcio. Come nella maggior parte della popolazione, la famiglia di neri e afrodiscendenti di mio padre non poteva accedere a quella prima ondata di prosperità e beni di consumo. Ed è proprio contro quell’ineguaglianza che gli studenti, i militanti e la parte più cosciente della chiesa si stavano mobilitando in tutto il Brasile.

Erano tutti pieni di speranza nel futuro, quando il 31 marzo del 1964, il golpe aziendale-militare arrivò col suo corredo di infiltrati CIA, aerei e navi di guerra statunitensi posizionati davanti alla costa brasiliana. Deposero il legittimo presidente João Goulart e installarono il terrore. Dicevano che era a causa del “pericolo rosso”.

Io allora avevo sei mesi, e mia mamma era nuovamente incinta. Entro il 1967 saremmo diventati una famiglia di quattro bei maschietti, più io. Nella nostra grande casa in mezzo al verde, c’era sempre un via-vai festoso di zie e zii che erano soliti ospitarsi da noi. Uno di questi zii appariva e spariva, e quando ricompariva era ogni volta con una fidanzata diversa. Ma a noi, bambini, era proibito parlare con loro – o di loro. Mi ricordo che una di loro restava chiusa in stanza tutta la giornata, uscendo soltanto la sera per mangiare. Quando parlava, era sempre sottovoce. Il mio giovane zio e le sue amiche avevano molta paura della polizia, e la mamma si raccomandava: “Non parlare mai a nessuno di queste persone”. Allora non potevo capirlo, ma la nostra casa era diventata un nascondiglio per quelli (e quelle) che combattevano contro il regime.

Con il passare degli anni, a parte coloro che lottavano in prima linea contro i militari, tra la gente comune in molti si abituarono alla loro presenza ombrosa. Ma il loro piano economico, apparentemente perfetto, basato sul pieno impiego e sui prestiti dalle banche internazionali, cominciò a sgretorlarsi. Nel 1973, con la crisi del petrolio, arrivò il colpo definitivo. Si formarano lunghe file per comprarsi il pane, e ad ogni famiglia era concesso soltanto un litro di latte.

Tutte le famiglie erano state colpite dalla crisi, e addío rifugio ai militanti in clandestinità. Ora che la repressione era riuscita praticamente a sterminare i gruppi guerriglieri, ognuno doveva pensare a salvare se stesso.

A quel tempo avevamo a casa tre o quattro famiglie di parenti bisognosi e non avevamo mai abbastanza per mangiare. Il governo mandava nei quartieri camion pieni di soia e suoi derivati. Cercava di tenere buone le famiglie con la propaganda sull’importanza dell’igiene personale e della lettura – Selezione dal Reader’s Digest e dati riveduti e corretti sull’economia. Con l’inflazione al 250%, una generazione di donne dovette abbandonare per sempre i capelli cotonati, i tailleurs e le perle comperate a rate negli anni 60, per andare a lavorare in fabbrica come mano d’opera turn over, a basso costo. Mia madre entrò prima alla fabbrica di tappeti, poi in quella di valvule, per finire in quella di auto Ford.

Le operaie si lamentavano dello sfruttamento. Quelli sarebbero stati anni di manifestazioni e occupazioni, scioperi e instabilità. La mamma rischiava la vita ogni giorno portando giornali sindacali nella tasca della giacca, e volantinando alle porte delle fabbriche. Se la polizia l’avesse presa, avrebbe fatto la stessa fine dell’operaio Fiel Filho e di Santo Dias, presi in fabbrica, torturati e uccisi negli scantinati della polizia politica. A proposito, a quei tempi l’attività preferita dei gruppi paramilitari era far saltare in area le edicole dove si vendeva La Voce Operaia.

Ma arrivò il 1977, e i miei cominciarono a parlare in segreto di incontri clandestini per la fondazione di un partito dei lavoratori. Dietro quell’idea c’erano i metalmeccanici della regione industriale, la cosiddetta ABC (delle città di Santo André, São Bernardo e São Caetano). Ce n’era uno, in particolare, che tutti chiamavano con il nomignolo di Lula, come se fosse un caro amico di famiglia.

Le volte in cui mia madre veniva alle riunioni con i professori, c’era sempre qualche casino. O perché organizzava le petizioni contro la precarietà della scuola pubblica, o perchè era contro l’obbligo del catechismo. La preside la chiamava sovversiva, e io mi vergognavo. Ero figlia del regime militare, eravamo cresciuti insieme. La mia generazione si era oramai abituata alle canzoncine di propaganda come Questo è un paese che va avanti, e agli slogans tipo Brasile, amalo o lascialo. Leggevamo nei libri di Studi Sociali che il Brasile era il paese migliore al mondo, e collezionavamo figurine dei generali ed eroi militari. I più piccoli non sapevamo niente riguardo degli esiliati, dei desaparecidos, né sulla tortura o sugli squadroni della morte. Avevamo interiorizzato i valori del regime, e credevamo che quando un poco di buono veniva pestato in galera, oppure quando un corpo veniva trovato crivellato di pallottole o squartato, era perché aveva certamente fatto qualcosa di male. Ed era compito dei militari mettere le cose a posto.

In un giorno di ottobre del 1977, la mamma mi regalò una “bella” maglietta del Corinthians, comprata sicuramente in una bancarella. Potevo anche essere corinthiana, perché ero stata ben istruita da quel corinthiano sfegatato di mio padre. Ma sognavo ancora di vestirmi da principessa, e odiavo quando lei mi vestiva uguale ai miei fratelli, per assoluta mancanza di mezzi. Inoltre, tifare per una squadra sfortunata come il Corinthians era come ammettere di dover mangiare alla mensa della Caritas. A scuola, quando mi vedevano indossare quella maglietta, una mezza dozzina di insegnanti filo-militari non mi perdonava proprio: “Ma perché lei signorina tifa per questa squadra da favelados e da negri? Guardi che lei non è nera, basta che si faccia stirare un po’ i capelli”. Sì, perché tra i valori della rivoluzione militare c’era anche l’essere bianchi.

Ma un bel giorno, sorprendentemente, dopo 22 anni, otto mesi e sei giorni senza manco l’ombra di uno scudetto, il Corinthians vinse il campionato Paulista del ‘77. Quell’allegria (proletaria) non serviva a cambiare proprio niente, purtroppo. Nonostante ciò, decisi di assumere il mio lato “alternativo”, e cominciai a difendere non soltanto la mia squadra, come le mie origini nere e la classe sociale che distingueva la tifoseria corinthiana. I figli delle buone famiglie mi guardavano storto, come se io fossi il prodotto di una cattiva educazione.

L’anno dopo, 1978, i miei furono licenziati, uno dopo l’altro, per incitazione allo sciopero. Poi, nella São Bernardo di Lula, abbiamo appreso dalla radio che la polizia militare stava sorvolando le assemblee dei lavoratori nello stadio di Vila Euclides, con i mitra puntati su di loro.

Ad agosto cominciò lo sciopero dei trasporti, delle banche, della sanità e degli insegnanti. Cinque milioni di studenti bloccati soltanto a San Paolo del Brasile. Le casalinghe uscirono in piazza sbattendo le loro pentole vuote contro la fame. Mi ricordo che fu allora che mia mamma ebbe le sue prime crisi nervose. Non sarebbe stata arrestata, torturata, né uccisa come tanti e tante a causa della sua attività sindacale. Ma evidentemente cominciava a non sentirsi più bene. A parte l’aver dovuto diventare una militante contro natura, lei non ce l’avrebbe fatta a resistere alla disoccupazione, né a vedere i suoi figli che non avevano più nulla da mangiare. Quindi dovevo svegliarmi io.

Quell’agosto, successe anche un’altra cosa. Il Corinthians aveva acquistato un nuovo calciatore, e mi ricordo bene la prima volta che l’abbiamo visto giocare. “È Sócrates”, mi disse mio padre, fiero di essere un corinthiano. “È un dottore!”. Lì si che ho tifato affinché lo sciopero degli insegnanti riuscisse a bloccare i tagli alla scuola pubblica, e perché potessi anch’io riuscire a studiare. La figlia dell’operaia scomoda – ormai disoccupata – voleva laurearsi. Magari non in Medicina, come Sócrates, ma in Lettere, o chissà in Giornalismo.

Sócrates, Wladimir, Casagrande, Zenon e gli altri ragazzi crearono la Democrazia Corinthiana – ed era il movimento calcistico e politico più bello e più nostro che avevamo mai avuto. Giocavano a ritmo di musica, e l’impegno di Sócrates ci riempiva di orgoglio civile. Nell’82, scendevamo tutti in piazza contro la dittatura – calciatori, tifosi, studenti, bianchi, neri e favelados. Nell’84 avremmo ocupato la capitale Brasília, chiedendo le elezioni dirette per il presidente della Repubblica. Quella volta, mia madre non ci sarebbe andata. Presa dalla schizofrenia, lei avrebbe cominciato a vedere e sentire padroni e poliziotti ovunque, torturatori che la perseguitavano. Ma ora toccava a me e alla mia generazione – quella generazione figlia bastarda dei generali, e che da quel momento sarebbe diventava, per sempre e per tutto, non figlia dei fiori né delle stelle, ma figlia delle brave donne operaie… e della Democrazia Corinthiana.

*

Solange Cavalcante, autrice di “Compagni di Stadio – Sócrates e la Democrazia Corinthiana”, Fandango Libri

Related posts

2 Comments

  1. Fabio Ferri

    Il personale è politico.
    Grazie Solange.
    Obrigado.
    Ho sentito tante volte raccontare pezzi di queste storie dalla tua viva voce. Così calda.
    Leggerti è bello, e fa bene.
    Tradurti è un esercizio di fantasia sempre formativo.
    Ascoltarti, ancora di più.
    Saudade…
    (: Fabio.

    Reply
  2. http://www./

    Mi scusi signor Paolo, ma non e' piu' possibile scaricare gratuitamente il suo libro LUNA!SI CI SIAMO STATI? Ne in formato PDF ne in Epub (Che era quello che cercavo)La casa editrice Lulu mette a disposizione solo quello a pagamento…Cosa e' successo? Può essere solo un problema momentaneo?

    Reply

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.