Ci mostrarono la guerra, quei trenta occhi chiusi per sempre

Ci mostrarono la guerra, quei trenta occhi chiusi per sempre

Quindici reporter italiani morti mentre stavano documentando una guerra da qualche parte del mondo. Alcuni sono uccisioni casuali, altri sono stati assassinati, come nel caso di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Popoff rende omaggio ai nostri eroi.

 

di Angelo Dino Surano

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Almerigo, trentaquattro anni. Marco quarantuno. Alessandro trentasei. Dario quarantasei. Ilaria trentatré. Miran Quarantacinque. Marcello cinquantacinque. Gabriel trentacinque. Antonio quaranta. Maria Grazia trentanove. Raffaele quarantadue. Enzo cinquantasei. Fabio quarantotto. Andrea trenta. Simone trentacinque.

 

Dal 19 maggio 1987 al 13 agosto 2014. Ventisette anni. Quindici morti. Più di un morto ogni due anni. La guerra fa schifo, loro lo sapevano. Erano coscienti che essere un reporter, un operatore o un giornalista nelle zone di guerra comportava il rischio di lasciarci le penne. Ma non gli importava. Loro volevano raccontare, la loro missione era quella di essere lì dove le cose accadevano. Non gli bastava leggerle. Sono morti perché volevano essere i nostri occhi e le nostre orecchie.

 

Iniziamo da quel lontano 1987. Era il 19 maggio. Almerigo Grilz era nella provincia di Sofala, in Mozambico, e con la sua cinepresa stava documentando una cruenta battaglia tra i miliziani anticomunisti della Renamo, finanziati dal Sudafrica segregazionista, e le truppe del governo in carica. Non aveva paura, era in Afghanistan quando entrò l’Armata Rossa, era stato nel Libano invaso dalle truppe israeliane, era stato in Cambogia durante il conflitto tra Pol Pot e l’esercito vietnamita. Non aveva paura di quel proiettile vagante che poteva ucciderlo. Era il 19 maggio. Quel proiettile vagante arrivò.

 

1994. Marco Lucchetta era un brillante giornalista triestino della Rai. Aveva fatto la gavetta alla “Gazzetta dello Sport”, e si era sempre occupato di cronaca e di calcio. A pochi chilometri da casa sua, però, infuriava la guerra. A trascinarlo nei Balcani fu la sua inarrestabile voglia di testimoniare il dramma umano che si stava consumando, soprattutto per i più piccoli. Il 28 gennaio era a Mostar, in Bosnia, per girare un servizio sui bambini senza nome nati dagli stupri etnici o figli di nessuno. Si era messo in macchina con l’operatore Alessandro Ota e con il tecnico Dario D’Angelo. Una granata fece saltare in aria l’intera troupe. L’inchiesta, ormai archiviata, non è riuscita a chiarire se si sia trattato di una fatalità o di un attentato.

 

Passano due mesi. Ilaria Alpi, promettente giornalista del Tg3, era in Somalia per seguire la guerra civile. Ilaria aveva solo trentatré anni. Era tenace, intraprendente, curiosa. Insieme al suo operatore, Miran Hrovatin, iniziò a indagare sul traffico di armi e su quello di rifiuti tossici. Il 20 marzo 1994, Ilaria e Miran vennero freddati dai colpi di un kalashnikov. La polizia scientifica confermò che i colpi erano rivolti proprio ai die giornalisti. Perché? Chi ordinò l’assassinio? Sono passati vent’anni dalla sua morte e il caso è ancora aperto. Quello che sappiamo è che la Alpi aveva scoperto un traffico internazionale di rifiuti tossici e veleni radioattivi prodotti nei Paesi industrializzati, che finivano in Somalia insieme a tangenti e armi.

 

1995. Siamo sempre in Somalia. Marcello Palmisano, un navigato operatore della Rai, era insieme a Carmel Lasorella, giornalista del Tg2. Scortati da due jeep con a bordo miliziani somali, l’8 febbraio del 1995 si apprestavano a documentare il ritiro dei caschi blu dell’Onu dalla Somalia. Secondo il racconto di Carmen Lasorella, gli aggressori iniziarono a sparare raffiche di mitra e a lanciare bombe. Il cameraman venne colpito a morte. Lasorella si salvò.

 

13 giugno 1999. Gabriel Gruener, giornalista italiano di lingua tedesca originario di Malles, in provincia di Bolzano, si trovava a Dulje, una cittadina del Kosovo, insieme a un suo collega fotografo. Lavoravano entrambi per il settimanale tedesco “Stern”. Gabriel non era alle prime armi, sapeva come muoversi quando c’era la guerra. Slovenia, Croazia, Serbia, Somalia, Afghanistan, Algeria, Sudan. Un uomo di grande coraggio. Quel giorno vennero raggiunti dai colpi di un cecchino, uno dei tanti che infestavano quella provincia jugoslava. Il fotografo morì sul colpo, lui nel tragitto verso l’ospedale.

 

2000. Antonio Russo, freelance e corrispondente internazionale di Radio Radicale, era un affermato reporter di guerra. Era in Algeria durante gli anni della guerra civile. Poi Burundi, Ruanda e Kosovo. Unico giornalista occidentale presente a Pristina durante i bombardamenti. Fu ucciso nella notte tra il 15 e il 16 ottobre del 2000 in Georgia. Il suo corpo venne ritrovato con segni di tortura in una stradina di campagna a venticinque chilometri da Tbillisi. Le indagini della procura di Roma collegarono l’omicidio di Russo alle sue scoperte giornalistiche. Russo probabilmente aveva raccolto prove sull’utilizzo di armi illegali contro i bambini ceceni. Una storia che avrebbe coinvolto anche il presidente russo Vladimir Putin.

 

2001. Maria Grazia Cutuli, una giornalista siciliana che si era fatta le ossa in diverse redazioni locali, fu assunta dal “Corriere della Sera”. Dopo gli attentati dell’11 settembre, venne inviata in Afghanistan. Il 19 novembre, sulla strada che da Jalalabad porta a Kabul, fu assassinata insieme a un inviato del quotidiano spagnolo “El Mundo” e a due corrispondenti dell’agenzia “Reuters”. Un processo in Afghanistan portò alla condanna a morte di tre persone, nonostante i familiari di Maria Grazia avessero chiesto che i colpevoli non venissero uccisi.

 

2002. Raffaele Ciriello era un fotoreporter di guerra, collaborava con il “Corriere della Sera”. Il 13 marzo 2002 si trovava a Ramallah, in terra palestinese. Stava documentando un rastrellamento dell’esercito israeliano. Venne ucciso da una raffica di colpi sparata da un carro armato. Il governo italiano chiese alle autorità israeliane di conoscere il nome dei militari che avevano preso parte all’agguato. Ma quest’ultimo, nonostante il trattato di collaborazione giudiziaria stipulato tra i due Paesi, si rifiutò di fare i nomi, e il procedimento penale viene archiviato.

 

Enzo Baldoni era un copywriter e si occupava di comunicazione. Era in Iraq come giornalista freelance. Il 21 agosto 2004 venne rapito da un gruppo fondamentalista islamico. In cambio della sua liberazione l’Italia avrebbe dovuto ritirare le proprie truppe dal paese mediorientale entro le successive ventiquattr’ore. L’allora governo Berlusconi decise di ignorare la richiesta. L’assassinio di Baldoni venne filmato. La data esatta e il luogo della morte non sono mai stati accertati.

 

Fabio Polenghi faceva il fotografo. Un sublime fotografo. Nei suoi scatti aveva ritratto dal lussurioso ed effimero mondo della moda fino alle favela brasiliane. Non era soltanto un reporter di guerra. Il 19 maggio del 2010 a Bangkok, in Thailandia, mentre documentava l’assalto finale dell’esercito all’accampamento delle camicie rosse, un proiettile si portò via il suo genio.

 

E così siamo arrivati ai giorni nostri. Due morti in fotocopia. Andrea Rocchelli e Simone Camilli. Entrambi lasciano una moglie e una figlia piccola. Andrea era piacentino e il 24 maggio ha perso la vita assieme al suo interprete russo nella regione di Donetsk, nell’Ucraina orientale. Simone era romano ed è morto per l’esplosione di una bomba che alcuni palestinesi stavano cercando di disinnescare.

 

Quindici morti. Trenta occhi che volevano farci capire che non basta vedere cosa accade nel mondo, bisogna entrarci dentro.

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1 Comment

  1. Avatar
    Silvana Gay

    A proposito di Maria Grazia Cutuli e i due colleghi Reuters, uccisi in circostanze misteriose in un altrettanto misterioso frangente, il ritrovamento di un nascondiglio di Bin Laden… All’inizio ci fu detto che si trattava di un ritrovamento importante, pieno di documenti interessanti… poi più nulla. In compenso gli assassini dei giornalisti ( io ne ricordavo uno solo con M.Grazia) furono subito trovati. Ma ammesso e non concesso, che fossero loro… quali i mandanti? Perché quei giornalisti, era chiaro, in anticipo sull’arrivo dei militari, avevano visto, o potuto vedere, qualcosa che invece non dovevano vedere…

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