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Kurdistan, aiuti e politica sono meglio di armi

Rete Kurdistan Italia: l’Italia mandi subito aiuti umanitari e non armi, e si adoperi politicamante per stabilizzare l’autonomia democratica in tutto il Kurdistan

di Alessio Di Florio

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L’avanzata dell’ISIS ha improvvisamente fatto riscoprire l’esistenza del Kurdistan all’Italia 15 anni dopo la vergognosa conclusione della vicenda del leader Abdullah Ocalan. Ma, vecchio vizio dal sapore colonialista e tutto occidentale, non si riesce mai (o non si vuole) a non vederla con “occhiali” che distorcono la realtà. E quindi nessuna parola sull’appoggio occidentale all’ISI in Siria (Popoff dovrebbe essere stato l’unico in Italia a rilanciare la “confessione” di Hillary Clinton) e nessun pensiero alla realtà sul campo, accettando che ci possano essere popoli che si autodeterminano e sanno difendersi. Le atrocità dell’ISIS hanno reso “simpatici” i kurdi in Iraq, tutti gli Stati UE (Italia in primis) si son detti pronti ad aiutarli. Ma, basta passare pochi chilometri e i “simpatici” diventano nemici: il PKK di Ocalan è considerato organizzazione terroristica, omaggio all’alleato NATO turco. L’Italia e gli altri Paesi UE hanno preso l’impegno ad inviare armi ai peshmerga curdi in Iraq. Evidente paradosso di Stati che, per opporsi ad un’avanzata fomentata e sostenuta dalle loro armi, ne inviano altre ad un’altra presenza nella stessa area (con il rischio nettissimo di aumentare l’instabilità e la “scia di sangue”). Ma non è l’unico, perché un altro gravissimo paradosso emerge da questa vicenda: coloro che si stanno opponendo all’ISIS sono considerati terroristi, mentre i peshmerga che hanno di fatto favorito l’avanzata retrocedendo e abbandonando interi villaggi alla loro furia vengono armati. Organizzazioni della società civile, movimenti, associazioni che da anni si battono per e con i curdi hanno lanciato una petizione per chiedere di togliere il PKK dalla lista delle organizzazioni terroristiche mentre la “Rete Italiana di solidarietà con il popolo kurdo” ha lanciato un appello ai democratici italiani per il sostegno e per l’invio di aiuti umanitari. Una posizione ribadita nelle scorse ore dopo alcuni articoli di stampa che le hanno assegnato una posizione favorevole all’invio di armi ai peshmerga curdi. La Rete ha invece ribadito la posizione espressa in ogni circostanza è “contro interventi armati esterni nell’area o per armare una parte sul campo”. Non armi ma “aiuti umanitari”, isolamento internazionale dell’ISIS (e quindi chi li finanzia, li addestra e li armi si deve fermare!), impegno per “sostenere l’autonomia democratica nelle regioni kurde, da sud (Iraq) a Nord (Turchia), da est (Iran) a ovest (Siria)” nell’immediato sostenendo “l’esperienza di autogoverno in Rojava (Kurdistan occidentale siriano) iniziata due anni fa, e che costituisce un potenziale modello per la convivenza pacifica e democratica fra i vari popoli del Medio Oriente” nel mirino degli “attacchi sanguinari di ISIS già da tempo e prima della loro aggressione in territorio iracheno,nel silenzio pressoché unanime della comunità internazionale”. L’unica soluzione reale per la “Rete Italiana di Solidarietà con il popolo kurdo” è “una soluzione pacifica porterà a una stabilizzazione dell’intera area: al posto delle armi, si pensi piuttosto a dialogare con i kurdi, ad esempio togliendo il PKK, che si è mosso prontamente sul campo per aprire corridoi umanitari al fine di mettere in salvo la popolazione minacciata di massacri da ISIS, dalla lista delle organizzazioni terroristiche degli USA e dell’Unione Europea, e spingendo sulla Turchia perchè continui il negoziato con Öcalan che può mettere fine a un conflitto che dura da trent’anni”.

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