lunedì 24 settembre 2018

Brasile, un paese che cresce, nonostante il liberismo

Brasile, un paese che cresce, nonostante il liberismo

Tra servitori laici ed evangelici del dio liberista, predicatori omofobi e razzisti, vecchi amici dei generali e calciatori di destra, cresce la voglia di un voto che non sia voto utile. Una “lettera” dal Brasile

da San Paolo del Brasile, Solange Cavalcante

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All’indomani del primo turno delle elezioni per senatori, deputati e presidente della Repubblica, il Brasile si sveglia accorgendosi che la campagna radio e tivù è arrivata alla fine. Che sollievo. Non è stato uno spettacolo bello quel mucchio di personaggi improponibili, tra vecchi amici della dittatura militare, pagliacci di professione, calciatori destrorsi e una marea di quelli che brandiscono la bandiera della famiglia “naturale”, quella uomo-donna.

I sondaggi non lasciano tranquillissima la candidata Dilma Roussef, che prova a rieleggersi. Gli accordoni fatti dal suo predeccessore Lula da Silva con l’industria, con i mercati e con i ricchi, più la scoperta di quantità incredibile di greggio in mare sono stati di grande aiuto per i governi sia di lui che di lei. Ma in molti brasiliani avrebbero voluto più impegno del governo del Partito dei Lavoratori per tassare i ricchi, per l’approvazione dell’aborto, per i diritti dei gay e contro la consegna del suolo brasiliano alle banche e alla Monsanto.

E’ vero che ora i più poveri riescono a mangiare tre volte al giorno e l’inflazione non arriva più al 300%, come succedeva anni fa. Ma è ancora poco. Perciò fa impresione che gli stranieri ci dicano che ci invidiano, ora che siamo “diventati ricchi”. Figuriamoci.

In queste elezioni brasiliane, invece, sbuccano da tutte le parti un mucchio di predicatori protestanti di quelli che non rappressentano alcuna chiesa tra le cosidette “storiche”, come la battista oppure la metodista. Ho già provato a descrivervi l’affascinante mondo del protestantesimo fai da te in Brasile (http://ilmegafonoquotidiano.it/news/liberalizzazioni-il-modello-brasile), il cui patrimonio fa solo crescere. Appunto: tempio è denaro. In pochi anni questa lobby di pastori si è comprata un centinaio di canali radio e tivù, di terre, di ville, di elicotteri, e ha negoziato con i governi per ottenere delle cariche importanti nella politica. Uno di questi pastori è stato messo a capo della Comissione per i Diritti Umani, da dove ha fatto scalpore predicando la “cura per gay” (anche se ha fatto concessioni ai neri, che ormai non “possono liberarsi della maledizione che si portano sulla propria pelle”).

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Ma sì, meno male che è finita la campagna elettorale in tivù. Era disgustoso vedere tra i rappresentanti di Dio, candidati alla presidenza, il Pastor Everaldo, che prometteva privatizzare tutto in nome di Gesù. A sua volta, la candidata protestante Marina Silva (ex-PT), molto rispettata a causa del suo passato come ambientalista, si è persa sulle questioni come la criminalizzazione dell’omofobia, per esempio. Può darsi che infastidisca un po’ la candidata Roussef nei sondaggi. Ma in Brasile, oggi come oggi, i politici non possono permettersi di non governare per i bastardi, i criminali, le donnacce e persino i degenerati della società. No. Questa gentaccia votante sta diventando pian piano più colta ed esigente.

Ed è qui che la noiosissima e infruttifera pratica del voto utile sembra perdere spazio in Brasile, specie a causa dei social media, con la sua illusioncina di libertà. Lasciamo perdere le analisi precise, le prospettive per il ballottaggio ecc. A un certo punto, si è sparso in tutto il Brasile il senso del possibile, sia per l’anullamento anarchico del voto, sia perché si voti in quelli candidati che fanno veramente per l’elletore. È il caso del candidato a presidente, il medico Eduardo Jorge (Partito Verde), favorevole alla regolamentazzione dell’erba, dell’aborto, un fan delle biciclette e della “cultura della pace”. “Votiamolo”, dicono in tanti giovani e fricchettoni tardivi, contenti di aver trovato un rappresentante fan di John Lennon. D’altronde Jorge è diventato un topic trend su Twitter e, contrariamente ai candidati con più chance di vencere, ha già raccolto una marea di followers.

Nemmeno la candidata Luciana Genro (PSOL) sembra di avere possibilità di vincere le presidenziali, ma non a causa del suo discorso profondamente marxista. Anzi. Più ha parlato contro il capitale, più ha alzato le vecche bandiere a favore dei diritti dei lavoratori, dei sindacati, delle donne, dei gay e delle minoranze, più la rete si è scatenata, con tanti che hanno voluto esprimere il voto per lei.

Ed è bastato che un certo zietto (infatti si diceva un papà, e un nonno) dichiarasse in un dibattito tivù che, da presidente, non avrebbe concesso alcun diritto ai gay, “perché l’apparecchio escretore non serve a far riprodursi”, perché i brasiliani con i pancini pieni e ormai con più possibilità di informarsi e di studiare si sono scatenati con tanto di barzelette su di lui, e con una sola voglia – di votare in chi gli pare.

Comunque vada, si darà che queste elezioni in Brasile risulterano nel solito scenario liberista di sempre. Invece sarà valsa la pena non votare utile una volta nella vita, che cavolo.

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2 Comments

  1. FABIO ciccio Ferri

    Grazie Solange per averci aiutato a capirci qualcosina in più qui dalla oramai lontana Itàlia… Io, sinceramente, ero rimasto a Marina Silva, figlia povera di una famiglia numerosissima di seringueros (estrattori di Caucciù) in Amazzonia, compagna e allieva del compagno Chico Mendes sindacalista trucidato dai killer pagati dai latifondisti posseiros e fazendeiros, Marina Silva compagna militante marxista-rivoluzionaria, “fuoriuscita” (espulsa) dal PT – un po’ come il compagno Turigliatto & Gigi Malabarba da Senatori di Rifondazione Comunista a suo tempo… – poi co-fondatrice del P. SOL. Ora ho capito: P. SOL. è il Partito di SOLange Cavalcante Ferri! (;

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  2. osmarinosilvo

    DESCONTROLE TOTAL O governo Sarney consolidou a volta da democracia ao Brasil. Na economia, porém, marcou o início de experiências desastrosas calcadas no populismo. Para tentar conter a inflação, Sarney anunciou o Plano Cruzado, em 1986, baseado no congelamento geral de preços. Foi o período dos “fiscais do Sarney” – cidadãos que, espontaneamente, mo-nitoravam as gôndolas dos supermercados. A medida conteve a inflação artificialmente, mas produziu desabastecimento. Com os produtos em falta, o comércio passou a cobrar ágio. A inflação voltou sem dó. Em 1989, atingiu 1 973% ao ano. O recorde mensal foi batido em março de 1990, quando a taxa alcançou 82%. Os comerciantes remarcavam os preços diariamente. Nesse quadro pré-apocalíptico, os brasileiros levavam às últimas conseqüências a correção monetária, uma loucura econômica institucionalizada no Brasil. Com ela, preços e salários eram reajustados automaticamente as-sim que era divulgada a inflação do mês anterior. Essa prática realimentava o monstro, pois a alta de preços era replicada no futuro. Uma praga só extinta com o Plano Real, em 1994.

    A maior inflação anual já registrada foi de 2 477%, em 1993. A menor, de 1,6%, em 1998

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