domenica 18 novembre 2018

Lampedusa sia porta d’umanità e non della fortezza Europa

Lampedusa sia porta d’umanità e non della fortezza Europa

Un anno dopo la tragedia in cui persero la vita 368 persone, migliaia di associazioni, movimenti, comitati, singole persone hanno espresso il suo commosso ricordo chiedendo impegni reali perché i migranti trovino umanità e non lager, criminalizzazioni, sfruttamento, rifiuto.

 

di Alessio Di Florio

Naufragio a Lampedusa

«Ali veniva, poniamo, da Zako. Portava in tasca un pane di sesamo comprato in fretta con gli ultimi spiccioli … Ali, poniamo, aveva una ragazza rimasta sola la famiglia fuggita in Germania, con lei aveva sognato l’Europa … si chiamava Leyla, poniamo era calda la mano di Leyla …Sotto le stelle di Zako mille Ali sognano l’Europa in Europa sogneranno il ritorno e nella nebbia di Amburgo, poniamo, nella gelida nebbia senza stelle Huseyn bussa a una porta ha da consegnare una cattiva notizia un pane di sesamo secco e un fiore stecchito…». Sono versi di una commovente poesia di Dino Frisullo del 2000. Quattordici anni fa Dino raccontava l’odissea dei kurdi che s’imbarcavano sognando l’Europa e con nel cuore la donna amata a cui donare un avvenire migliore. Ma troppo spesso questo sogno s’infrangeva prima o sulle coste italiane…

 

«Mio adorato amore, per favore non morire, io ce l’ho quasi fatta. Dopo mesi e giorni di viaggio sono arrivato in Libia. Domani mi imbarco per l’Italia. Che Allah mi protegga. Quello che ho fatto, l’ho fatto per sopravvivere. Se mi salverò, ti prometto che farò tutto quello che mi è possibile per trovare un lavoro e farti venire in Europa da me. Se leggerai questa lettera, io sarò salvo e noi avremo un futuro. Ti amo, tuo per sempre Samir». Questa lettera Samir, un giovanissimo egiziano, la custodiva con sé ed è stata trovata a Pozzallo dopo il naufragio nel quale ha perso la vita nell’agosto scorso. Son passati 14 anni dai versi di Dino e migliaia di Alì e Samir hanno trovato la morte mentre cercavano di conquistare un sogno.

 

Un anno fa, di questi giorni, si spezzavano i sogni e le vite di decine di Alì e Samir, la cronaca raccontò di 368 donne, uomini e bambini che il mare restituì senza vita. 368 persone, 368 sogni (senza contare le migliaia di persone che potrebbero non sapere mai di averli salutati per l’ultima volta prima che partissero) infranti per sempre. L’Italia dei Cie (ex Cpt), l’Italia delle bufale razziste e xenofobe, l’Italia a pieno titolo protagonista della Fortezza Europa ha mostrato un pianto commosso per alcuni giorni, una discreta passerella istituzionale si accostò alle bare e affermò che mai più avrebbe permesso tragedie come quelle. La morte di Samir, le tantissime tragedie che si son ripetute in questi mesi e che si continuano a ripetere sono lì ad interrogare le coscienze e stringere i cuori. Senza tutti i riflettori dell’anno scorso, anche quest’anno c’è stata una passerella istituzionale identica all’anno scorso. Ma di abolire la Turco-Napolitano, la Bossi-Fini, i decreti sicurezza degli anni scorsi, sostituire alla militarizzazione delle frontiere una reale e umana accoglienza, impegnarsi realmente per cancellare per sempre sfruttamento, crimini quotidiani (è cronaca recentissima l’inchiesta di un noto settimanale sugli stupri da parte dei caporali a Ragusa mentre è in corso a Nardò il primo processo in Europa per “riduzione in schiavitù” come racconta il film “Schiavi – le rotte di nuove forme di sfruttamento” di Stefano Mencherini) son parole che non si sono udite.

 

Ma se Cristo non si è fermato ad Eboli neanche l’Italia si ferma così. È andata oltre la “commemorazione” istituzionale l’iniziativa di migliaia di cittadini italiani, che non si sono solo autenticamente commossi al ricordo della tragedia dell’anno scorso ma stanno unendo la propria voce per costruire un’Italia e un’Europa umana e solidale. Un appello, partito dal percorso della “Carta di Lampedusa”, che ha visto decine di firmatari, tra cui il nostro direttore Checchino Antonini, Antonio Mazzeo, il Centro Sociale Autogestito Zona 22 di San Vito Chietino (Abruzzo), lo storico Antonio Moscato, Sinistra Anticapitalista, le associazioni A Sud, Senzaconfine, la Rete Antirazzista Catanese, i comitati No Muos, l’Associazione Antimafie Rita Atria, l’Associazione Culturale Peppino Impastato, associazioni e comitati antirazzisti di tutta Italia e tantissimi altri, a cui si stanno continuamente aggiungendo migliaia di persone, associazioni, movimenti, comitati come un fiume che non si vuol più arrestare. Un appello che ha ben presente «la stretta connessione che esiste tra i conflitti in corso e le persone che in questi mesi hanno raggiunto l’Europa passando per il Mediterraneo», e che ricorda «più del trentacinque per cento di loro sono siriani/e. Gli/le altri/e sono in larga parte eritrei/e, somale/i, palestinesi, curdi/e».

Lampedusa, le bare nell'hangar

Questa la parte propositiva e centrale dell’appello:

Le banalizzazioni e le semplificazioni dei discorsi istituzionali fanno rabbrividire in questo momento più che mai. Ancora di più, spaventa l’assunzione in buona fede di tante e tanti della logica del salvataggio in mare come l’unica possibile. Una logica che inevitabilmente alimenta la commistione ormai strutturale tra umanitario e militare e legittima il dibattito in corso tra l’Italia e l’Europa sul passaggio dall’operazione Mare Nostrum a una versione di Frontex imbellettata per l’occasione.

Non si può continuare a dare per presupposto che chi fugge debba rischiare la propria vita per raggiungere il Mediterraneo e dalle sue coste mettersi in viaggio sperando che qualcuno lo intercetti e lo salvi. Pur consapevoli che è alle cause delle guerre che oggi bisogna guardare, e fino a che punto l’Unione europea sia complice di queste guerre e la prima responsabile delle morti in mare (altra forma o continuazione della guerra), le prime rivendicazioni che adesso si devono portare avanti sono per noi:

L’abolizione immediata del sistema dei visti d’ingresso e l’istituzione di un diritto di asilo senza confini, che sopprima definitivamente la logica del Regolamento Dublino in tutte le sue versioni, permettendo la reale libertà di movimento di chi chiede protezione internazionale in Europa e garantendone il diritto di restare dove sceglie.

La costruzione immediata di percorsi di arrivo garantito che portino le persone in salvo direttamente dalle zone dei conflitti o immediatamente limitrofe ad esse fino all’Europa, mettendo a tacere ogni ipotesi di esternalizzazione dell’asilo politico nei cosiddetti “paesi di transito” extra Ue, come la Libia, l’Egitto, o la Tunisia, oggi più che mai incapaci di offrire i minimi standard di tutela dei diritti dei migranti.

La diffusione di un’accoglienza degna, che rispetti le vite e i desideri degli uomini e delle donne che arrivano in Europa e si sostituisca interamente alla logica dell’emergenza e della speculazione sull’emergenza.

La lotta senza quartiere contro tutte le campagne politiche e mediatiche di criminalizzazione dei migranti che, a solo un anno dal naufragio del 3 ottobre, tornano più che mai irresponsabilmente e indegnamente a connotare come “clandestini” i profughi in fuga dai conflitti, e ad allarmare la popolazione con inventati pericoli di epidemie e infiltrazioni terroristiche attraverso le rotte dell’asilo, alimentando senza ritegno la cultura dell’odio, della paura, dello “scontro di civiltà” e dell’islamofobia a fini demagogici.

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