giovedì 15 novembre 2018

La prima donna avvocato, quando l’immagine ci racconta il conflitto di genere

La prima donna avvocato, quando l’immagine ci racconta il conflitto di genere

Jeanne Chauvin è stata la prima avvocatessa di Francia. Era il 1907. In suo onore il fotografo Marinet pubblicò una serie di quindici cartoline umoristiche. Ecco come veniva (mal)vista una donna che svolgeva una professione maschile.

 

di Gabriele Agostini

Una complessa, misteriosa e affascinante serie di quindici cartoline postali francesi pubblicate agli albori del Novecento riguardante la figura di Jeanne Chauvin prima donna avvocato ad esercitare in Francia (1907) questa professione fino ad allora preclusa al genere femminile, ci fornisce la possibilità di indagare la funzione e l’uso dell’immagine all’interno dei conflitti sociali e, nel caso in esame del conflitto di genere.

 

Le cartoline postali vennero stampate nella tipografia Royer, tutt’ora operante, nella città lorena di Nancy. L’autore degli scatti fu il fotografo A. Marinet nativo della città di Nantes. La collezione attualmente è posseduta da uno dei più noti collezionisti, Marc Durelle. Di questa collezione si è finora occupata unicamente l’Università di Rennes ospitando un piccolo intervento di analisi sul proprio blog.

 

Ma procediamo con ordine: chi era Jeanne Chauvin? Figlia di notaio, nasce a Jarqeau (Loirette) nel 1862, rimane orfana a sedici anni, studentessa più che brillante, ottiene due licenze medie superiori, in Scienze e in Lettere e due lauree, una in Diritto e una in Filosofia per poi divenire dottoressa in Diritto. È la seconda donna in Francia ad ottenere una laurea in giurisprudenza nel 1890 ed è la prima donna francese a sostenere un dottorato in diritto nel 1892, che dedica allo “Studio storico delle professioni accessibili alle donne”. La tesi di questo studio afferma, in sintesi, che è stata a seguito dell’influenza del pensiero giudaico-cristiano e cattolico che si è consolidata l’ineguaglianza giuridica tra gli uomini e le donne. Nella sua tesi sviluppa e rivendica un pensiero di uguaglianza per la donna sia nell’ambito dell’accesso all’istruzione sia per quanto concerne l’accesso a tutte le professioni, che siano pubbliche o private.

 

Nel 1892 la discussione della sua tesi nel grande anfiteatro della Sorbona viene ripetutamente interrotto e disturbata da urla, schiamazzi e canti provocatori inscenati da contestatori. Solo a seguito dell’intervento delle guardie può finalmente portare a termine la discussione sulla sua tesi avente come argomento «le professioni accessibili alle donne nel diritto romano e nel diritto francese». Qualche giorno più tardi diviene dottore in Diritto con l’approvazione generale della giuria.

 

Viene così incaricata di fare lezione nei licei femminili di Parigi; diviene titolare della cattedra di diritto nel liceo Molière, contestualmente intraprende una dura battaglia per affermare il diritto alle donne sposate di essere testimoni negli atti pubblici e privati, e di disporre dei frutti del loro lavoro o degli affari personali.

 

Il 24 novembre 1897 in possesso di tutti i titoli e requisiti necessari si presenta alla Corte d’Appello di Parigi per espletare il giuramento di avvocato. Il rifiuto le viene notificato il 30 novembre, con la motivazione che la legge non autorizza le donne ad esercitare la professione di avvocato, esercizio riservato fino ad allora esclusivamente per diritto ai soli uomini.

 

Dovranno passare ben due anni, fitti di rivendicazioni e lotte del movimento femminista e della parte meno retriva del fronte progressista affinché si giunga il 30 giugno del 1899 alla discussione alla Camera della proposta di legge depositata da Renè Viviani congiuntamente a vari colleghi avvocati tra cui Raymond Poincarrè il cui proposito è quello di permettere alle donne di accedere alla professione in nome del «principio di legalità di accesso alla professione di avvocato vista l’uguaglianza del titolo di studio tra uomo e donna».

 

Ci vorrà un altro anno di serrate discussioni prima che venga approvata ed entri in vigore la legge (numero 1900-1201) che sarà pubblicata sul Journal Officel (Gazzetta Ufficiale) il primo dicembre del 1900 che permette alle donne di accedere pienamente al Tribunale con il potere di esercitare la professione di avvocato.

 

Il 19 dicembre del 1900 Jeanne Chauvin può finalmente prestare giuramento.

 

Da approfondimenti effettuati presso il sito ufficiale dell’Ordine degli Avvocati di Francia si scopre che Jeanne Chauvin in realtà fu la seconda donna a prestare giuramento e divenire avvocato. La prima fu Madame Olga Petit che giurò il 6 dicembre del 1900 ovvero ventiquattr’ore dopo l’entrata in vigore della legge e tredici giorni prima di Jeanne Chauvin. Chi era Olga Petit? Una russa. È accertato che più di un terzo delle studentesse iscritte all’Università di Parigi dal 1896 al 1913 fossero straniere, gran parte delle quali provenienti dalla Russia tanto che diedero vita ad una rivista ufficiale delle donne russe all’interno della Sorbona.

 

Jeanne Chauvin anche se non è stata la prima donna divenire avvocato (venne affermato il contrario per molto tempo per una questione di patriottismo tutto francese) è stata lei ad avere il merito ed il coraggio di battersi per ottenere il diritto di esercitare questa professione.

 

Per la cronaca, la prima dottoressa in Diritto al mondo laureatasi nel 1890 alla Sorbona di Parigi, fu la rumena Sarmiza Bilcescu discutendo una tesi sul diritto avente come titolo “Sulla condizione legale della madre”. Sarmiza Bilcescu si iscrisse nell’anno accademico 1884 ricevendo l’autorizzazione non all’unanimità dal consiglio accademico a poter frequentare le lezioni. Le venne imposto come condizione alla partecipazione alla attività universitaria di essere sempre insieme ad un accompagnatore (la madre o il marito!).

 

Veniamo ora alle cartoline. Abbiamo detto che si presentano come una serie in numero di quindici. Tutte sono interpretate dalla stessa modella, abbigliata come da moda dell’epoca. Il trucco e l’acconciatura sono votate alla massima sobrietà. Le riprese effettuate sono tutte frontali presentando il soggetto come se fosse rivolto verso il giudice e la corte. La scrittura luminosa utilizzata caratterizza l’immagine dandole una forte connotazione descrittiva. La recitazione è sostenuta da una mimica facciale e gestuale corporea priva di enfasi caricaturale. Le immagini trasmettono una forte sensazione di serenità e normalità.

 

Maggiore interesse riveste l’analisi testuale della serie. Ogni foto è comprensiva di testo sovrapposto all’immagine. Seguendo il quale appare evidente che lo stesso non si riferisce in alcun modo alla biografia della Jeanne Chauvin, ma si lega alla dimensione collettiva del genere femminile.

 

Contemporaneamente all’uscita di questa serie di cartoline postali, che avevano a parere di chi scrive, la funzione di creare consenso attorno alle conquiste legislative in fatto di parità di genere relative all’esercizio dei diritti, non mancarono emissioni di cartoline postali fotografiche e non di segno opposto, intrise di misoginia e talvolta truculente e volgari. Queste produzioni si caratterizzano tutte per l’assenza di contenuto testuale. Tale scelta sembra sottendere la volontà strategica di rivolgersi ad un pubblico di bassa alfabetizzazione, numericamente assai maggioritario all’epoca, individuato a torto o a ragione come il detentore e il referente di pregiudizi antitetici alla parità di genere, insieme al quale costruire un fronte reazionario interclassista e antiprogressista.

 

La forma visiva è strutturata presentando ritratti di donne in uniformi di soldato, pompiere, avvocato, medico ecc. le modelle utilizzate indossano abiti che caratterizzano esaltandolo le curve del corpo femminile. Le pose sono eccessivamente enfatizzate, quasi caricaturali, più per stimolare la fantasia degli uomini che per sostenere le esigenze del mondo delle donne.

 

Questa vicenda ci racconta che la fotografia nelle sue diverse forme, manifestazioni, articolazioni assume sempre su di sé una molteplicità di ruoli e funzioni: è fonte per la storia, è agente di storia, è strumento per raccontare la storia.

 

Termino con alcuni dati: la prima donna eletta al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati è del 1950 (Lucile Tinayre – Grenaudter); la prima donna avvocato eletta nel Consiglio di Stato e la Corte di Cassazione è del 1976 (Martine Luc–Thaler). Secondo il ministero della Giustizia francese, le donne avvocato rappresentano il 46,4% del totale e le stesse in posizioni apicali o di leadership rappresentano ad oggi solo il 14,7%.

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