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Dio ha un rivale e si chiama Clive Owen

Cronache romane di un cinema che fa festa, secondo giorno, parte seconda. Popoff vi racconta il Festival Internazionale del Film di Roma.

di Giorgia Pietropaoli

The-Knick-copertina

La medicina moderna deve essere pur cominciata da qualche parte. E per Steven Soderbergh e Clive Owen quell’inizio è tanto sperimentale quanto crudo, violento, disturbante. Un massacro di corpi spanciati, sbudellati e mostrati come se fossero il capolavoro di un artista incompreso. «A quanto pare manca ancora qualcosa». Ovviamente stiamo parlando della serie prodotta dallo stesso Owen (e marcata HBO) e diretta dal regista di Ocean’s Eleven, The Knick, di cui i primi due episodi sono stati presentati oggi nella sezione Gala al Festival Internazionale del Film di Roma, con tanto di red carpet e divo/dio Clive in magnifica presenza.

The Knick è l’abbreviazione di Knickerbocker, nome dell’ospedale in cui opera e conduce esperimenti (maiali, cadavari o pazienti: poco importa la categoria) il chirurgo geniale/cocainomane/razzista John Thackery, interpretato da un Clive Owen che, probabilmente, in così brillante forma, non si era mai visto finora. Nelle mani di Soderbergh diventa ambizioso e rabbioso, indifeso e acuto, in una performance che sarà ricordata a lungo.
«Ho un insaziabile desiderio di fama». Dimenticate George Clooney, i medici in prima linea di E.R. e le serie annesse e connesse. Pensate a Martin Scorsese, a Quentin Tarantino e a certe atmosfere di David Fincher e avrete più chiara l’essenza e la materia di The Knick.

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knick

«Questa procedura è già stata sperimentata su un labrador retriver./ Com’è andata?/ Non c’è giorno che passi senza che io senta la mancanza di quel cane». La procedura in questione è l’epidurale che, accoppiata al parto cesareo mostrato nella prima scena e alle altre scene/interventi chirurgici, mette a dura prova lo stomaco più avvezzo. The Knick, oltre ad essere di un realismo fin troppo dettagliato, rappresenta la messa in scena di uno spaccato cultural-sociale definito e piazzato in una scenografia ben precisa: la New York di inizio Novecento. C’è razzismo, c’è droga, c’è innovazione, c’è maschilismo, c’è malattia, c’è puzza, c’è sporcizia, c’è pazzia, c’è metodo.
Soderbergh sfrutta con sapienza la capacità di saper mescolare una fotografia di fine secolo a una colonna sonora che con quella fine non c’entra nulla e rievoca, invece, le melodie alternative/electro/rock sperimentate da alcuni musicisti in anni più recenti.

Il risultato è stupefacente e scioccante allo stesso tempo: ci si ritrova ad apprezzare un prodotto televisivo che, ancora una volta, ha il coraggio di osare e scavalcare quel confine tra cinema e televisione, dimostrando che la qualità la fanno le professionalità e non il mezzo. «Fare esperimenti sui morti è l’unico modo per progredire con i vivi». Anche nelle arti visive. E Soderbergh sa come non perdere di vista “la procedura” e non vedere la morte.
Il lungo applauso del pubblico al termine della proiezione, nonostante i visi voltati e i nasi arricciati più volte durante quei centodieci minuti trascorsi al Knickerbocker, conferma che quest’uomo deve continuare a fare cinema.

La serie è composta da dieci episodi che andranno in onda su Sky Atlantic a partire dall’11 novembre mentre sabato 18 ottobre, è prevista una lunga maratona “da mane a sera” proprio all’Auditorium Parco della Musica, all’interno del Festival Internazionale del Film di Roma.
Termina con The Knick, dunque, la seconda giornata della rassegna romana (almeno per Popoff – qui la prima parte della giornata).
Domani è un altro giorno. Domani è un altro film.

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