domenica 21 ottobre 2018

«Kobane ha bisogno di nuovo internazionalismo»

«Kobane ha bisogno di nuovo internazionalismo»

Il confederalismo democratico, la svolta di Ocalan, l’autodifesa popolare, l’esperienza del Rojava come antidoto al nazionalismo. Intervista a Yilmaz Orkan

di Checchino Antonini

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Le dita corrono su una mappa del Kurdistan, collegando nomi di villaggi piccoli e città importanti, fuma sul tavolo una tazza di tè curdo, profumato, la televisione satellitare alterna scene delle manifestazioni di solidarietà con Kobane e immagini della guerra in corso. Il racconto si interrompe ogni tanto per ascoltare quelle notizie.

Poi Yilmaz ricomincia: «Dieci giorni fa, quando la Coalizione (gli Usa e i suoi alleati, più le forze combattenti kurde, ndr) ha iniziato a bombardare sono stati distrutti almeno 40 carri armati dell’Isis a Kobane. Così l’Isis ha cambiato strategia: ora nasconde le armi pesanti e riceve rinforzi e nuove armi da Siria e Iraq. Sappiamo che è cambiato il loro comandante. L’attacco è ripreso ma ora ci sono 150 peshmerga (letteralmente: partigiani, nome che indica tutti i combattenti kurdi, ndr) con armi pesanti, in città si combatte». Yilmaz si riferisce alle operazioni condotte da gruppi dell’Esercito libero siriano, di arabi di Kobane e, naturalmente, di Ypg e Ypj, l’Unione di difesa popolare e l’Unione di difesa delle donne che meglio di chiunque conoscono il territorio. «Un mese fa c’eravamo solo noi contro 70 carri armati dell’Isis. Pensavamo che Kobane sarebbe caduta anche per il ruolo criminale della Turchia. Adesso la situazione è in stallo».

Yilmaz Orkan, 45 anni, rifugiato politico a Roma, è responsabile dell’Uiki, l’ufficio informazioni del Kurdistan in Italia. E’ anche membro del Congresso nazionale kurdo che ha sede a Bruxelles. In Turchia era dirigente dell’Hadep, partito messo fuorilegge dal governo di Ankara.

Kobane, racconta, è una città di pianura. Mezzo milione di abitanti in tutto il cantone. Ora non sono più di ventimila, combattenti compresi. «L’assedio è su tre lati – continua scarabocchiando una mappa sul mio taccuino – loro, l’Isis, sono diecimila ma si parla anche del doppio, almeno mille sono morti ma hanno sùbito dei rincalzi».

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L’Isis è composto soprattutto da militari professionisti, sunniti, veterani delle guerre da vent’anni, Cecenia, Bosnia, Afghanistan e Iraq. Mercenari più una parte di kamikaze per dare origine a un miscuglio di jihadismo più nazionalismo panarabo. Sono foraggiati dall’Arabia Saudita ma può darsi che le si rivoltino. Secondo Yilmaz, obiettivo del Califfo Nero è quello di calcare le orme di Saladino, il Califfo che unì i territorio degli attuali Libano, Siria, Iraq e Giordania. E’ appoggiato da molti dei clan sunniti che sono minoranza nell’area. «Per questo è importante trovare un progetto politico per i sunniti in Iraq, al pari del governo regionale che esiste per i kurdi».

«Sarà una guerra lunga e dura. Come è accaduto per i palestinesi», aggiunge una compagna dell’Uiki.

«L’Occidente, i paesi del Golfo e la Turchia non hanno mai avuto una strategia reale per risolvere i problemi delle minoranze religiose ed etniche. La soluzione militare non ha mai funzionato. E’ vero, sarà una guerra lunga e dura», conferma Yilmaz.

Monarchie sunnite (Arabia e paesi del Golfo) contro gli sciiti, Iran e Siria che hanno rapporti buoni o discreti con Russia e Cina; Israele contro Iran, Turchia filo Isis contro Siria e contro il Pkk. Egitto ambiguo perché storicamente ha ottimi rapporti con la Siria ma Al Sisi ora prende soldi dai sauditi. Più che un riassunto delle puntate precedenti è una fotografia molto mossa, e la trama di quello che sta per capitare di un’area in uno stato di guerra permanente che, almeno da due generazioni ha desertificato i tessuti sociali di interi paesi. A guardare indietro, si può dire che la questione kurda è una delle eredità peggiori della Prima guerra mondiale quando Francia e Inghilterra si sono divise il le spoglie dell’Impero Ottomano col Trattato di Sevres del 1916 lasciando incompiuta e ambigua la soluzione per il Kurdistan.

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«C’eravamo accorti dell’Isis – dice Yilmaz, almeno da tre anni, da quando nella guerra civile siriana l’opposizione ad Assad si è armata perché Assad bombardava i villaggi. I Fratelli musulmani erano dentro la Coalizione nazionale e sono cominciati ad arrivare i jihadisti finanziati dal Qatar e da Riad con armi e mezzi dell’Occidente. Il Fronte alNusra, affiliato ad alQāida, ha attaccato i kurdi. Il loro irrompere sulla scena ha ribaltato i rapporti di forza. Una situazione che faceva comodo ad Assad nel tentativo di porsi come difensore della laicità, argine allo stato islamico».

Le informazioni sullo scenario siriano provenivano da incontri tra il Pkk e i curdi siriani del Pyd, Unione Democratica curda, quella che ha dato vita all’esperienza del Rojava (alla lettera Occidente).

«Il 19 luglio del 2012 è nato l’autogoverno del Rojava (a gennaio di quest’anno s’è dato un sistema cantonale) e da allora tutti sono contro questo esperimento per timore che il contagio si estenda alle altre, numerosissime, minoranze etniche e religiose dell’area. sono tutti contro, sia i capitalisti cattivi, sia quelli “buoni”», dice ancora Yilmaz alludendo certamente agli Usa ma anche ai Brics che agiscono nell’area, Russia e Cina, e che sono oggetto del desiderio, anche in Italia, di un campismo, ambiguo, fuori tempo e fuori luogo. L’autogoverno nasce sulla scia di quella che Ocalan ha definito la “terza via”, «una strategia che punta al confederalismo democratico da attuarsi tra le autonomie regionali». Non nasconde, Yilmaz, che il leader del Pkk, imprigionato dal 1999, ha elaborato la nuova strategia dopo aver constatato l’impossibilità di uno Stato nazione e le sue contraddizioni. «La domanda è: come essere liberi senza stato indipendente e senza conflitti?».

Il confederalismo democratico, appunto, «con le sue quattro gambe»: autonomia per le etnie e libertà religiosa; diritti alle donne e femminismo; autodifesa ed economia sociale ecologica.

«Ogni assemblea, municipale, cantonale e regionale, adotta il sistema co-presidenziale con due portavoce, una donna e un uomo. Nei municipi kurdi in Turchia, i nostri sindaci, già ora, sequestrano lo stipendio ai mariti violenti per l’indennizzo delle loro vittime – Yilmaz scende nei dettagli – e questo principio di femminismo vale anche per l’esercito, ce n’è uno degli uomini e uno delle donne per l’autodifesa. Se non c’era la nostra autodifesa organizzata sarebbe stato un massacro molto più immane». Ora l’autonomia regionale deve affrontare una guerra ma prova a organizzare comunque l’economia tenendo alla larga le multinazionali e puntando alle energie rinnovabili. «No al nucleare e no alle dighe», ricorda l’interlocutore kurdo riferendosi ai conflitti ambientali che vedono le comunità locali opporsi alle devastanti dighe di Ankara. Ma al momento, nonostante il livello di consenso eccezionale di cui gode il Rojava, l’assedio consente di estrarre solo 15-20mila barili al giorno di grezzo invece che il milione di cui sarebbero capaci i loro pozzi. Afrin, altro importante centro, possiede 15 milioni di alberi di olive ma non può vendere il suo olio. Kobane, la città divenuta famosa per la sua resistenza, è un centro agricolo famoso nell’area per le sue lenticchie. Il più grande è il cantone di Cisr dove vive la metà dei tre milioni di abitanti del Rojava che parlano almeno 3 lingue: curdo, arabo e assiro.

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«Il confederalismo democratico è un progetto valido sia per la Siria, sia per la Turchia o l’Iraq dove già esiste un governo regionale kurdo. E’ uno strumento valido per eliminare le cause del nazionalismo. Su questo esiste un dialogo con settori dell’opposizione in Siria, con gruppi dell’esercito libero come Burkan el Ferat».

Il Rojava vuole arrivare alle elezioni dei propri amministratori ma la guerra blocca anche questo processo. «Adesso ogni cantone ha un suo consiglio e c’è un livello centrale, composto da dieci persone, ma è un organismo transitorio. A questo si è arrivati con una conferenza di 300 delegati. Il quadro politico vede la maggioranza, per ora, del PYD ma esistono tendenze liberali e anche islamiche, inizialmente ostili all’autogoverno. Quello che cerchiamo è un riconoscimento internazionale», continua Yilmaz.

La parola d’ordine del confederalismo democratico vale anche per la Turchia dove il «nuovo paradigma» è stato adottato dal 2002 in un clima di ferocissima repressione da parte dei vari governi: «Il XXI secolo non è quello dello Stato nazione ma è il secolo della convivenza – dice Orkan citando Ocalan – noi kurdi vogliamo gestire le nostre regioni, le loro risorse e vogliamo parlare la nostra lingua». Il Pkk, il partito dei lavoratori kurdi, è nato nel 1978 sul classico programma “indipendenza più socialismo”. Ma ogni tentativo di rappresentanza politica dei kurdi si scontra con la repressione di Ankara che non risparmia nemmeno i parlamentari. I partiti kurdi vengono messi ripetutamente fuorilegge ma la resistenza ha prodotto un nuovo orginale esperimento: Hdp, partito per la democrazia della Turchia, coalizione di minoranze etniche (assiri, armeni, ebrei, greci, ceceni, circassi, aleviti. I Turchi sono solo la metà della popolazione di 76 milioni. Invece, dei 42 milioni di kurdi, 22 vivono in Turchia), gruppi di sinistra e movimenti sociali e per i diritti civili. Hdp ha portato in parlamento un cristiano, un assiro, 8 aleviti, coinvolge settori di islamisti moderati e l’Hdp, alle recenti presidenziali, ha raccolto il 9,8% confermandosi come la più importante forza della sinistra nello stato turco. Nelle regioni kurde, invece, agisce il Bdp, per l’autonomia del Kurdistan e la formazione di assemblee regionali e comunali. Hdp ha il compito di cambiare radicalmente il sistema politico della Turchia.

«Il movimento di Gezy Park a Istanbul – racconta ancora Orkan – scoppia quando un deputato di Hdp s’è messo a fermare una ruspa. I turchi hanno sperimentato la violenza della loro polizia e hanno capito le ragioni del popolo kurdo».

Da Gezy Park, quei movimenti sono arrivati al confine di Kobane per portare solidarietà e forza alla battaglia per il riconoscimento dell’autogoverno, per chiedere risorse per l’autodifesa e la fine della complicità di Ankara con l’Isis.

«In Turchia ci sono almeno 5mila prigionieri politici, molti altri sono stati liberati dopo l’entrata in vigore della legge che fissa a 5 anni il termine della carcerazione preventiva. Nelle ultime due settimane ci sono stati centinaia di arresti tra chi solidarizza con Kobane e l’esercito, con la polizia, ha ucciso cinquanta manifestanti kurdi. La Turchia appoggia l’Isis, cura i suoi feriti e vuole distruggere quell’embrione di autogoverno. Il Pkk ha attuato il rilascio dei prigionieri ma il governo trattiene perfino i detenuti molto malati. Ocalan non chiede la libertà per sé, è più importante la questione generale. Il 21 marzo del 2013 (il Newroz, capodanno curdo, ndr) ha voluto lanciare la campagna per una soluzione politica. Ci sono stati abboccamenti, nella prigione sull’isola di Imrali, con un sottosegretario ai servizi del governo Erdogan, s’è formata una delegazione di tre deputati Hdp ma non è un negoziato vero. Il processo è bloccato con la guerra di Kobane».

Intanto il Pkk è ancora nella lista nera delle organizzazioni terroristiche stilato dagli Usa dopo l’attentato alle Torri Gemelle. Anche in Italia, Francia e Germania ci sono attivisti kurdi sotto processo. Un ricorso pende al Tribunale del Lussemburgo e nell’ultima udienza (forse è una piccola novità) nessuno dei paesi dell’Ue ha voluto rappresentare le ragioni della lista nera. «Quella lista per i popoli non vale niente – dice Yilmaz – già ad agosto il Pkk è sceso a sud delle sue basi per difendere gli Assiri. I peshmerga controllano un fronte lungo 1100 km e si pensa che questo abbia risparmiato almeno centomila morti».

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Il telefono dell’Uiki squilla in continuazione. Si tratta di attivisti che, da tutta Italia, prova ad organizzare iniziative su Kobane, il Rojava, la questione kurda. C’è senz’altro una rinnovata domanda di internazionalismo. Il primo novembre, in 202 città di 40 paesi, perfino in 6 regioni afgane, si sono svolte manifestazioni per Kobane. Alcune sono state molto grandi e Yilmaz calcola che siano stati coinvolti 10 milioni di persone. «L’Europa deve aiutare Kobane – conclude l’interlocutore kurdo – senza le pressioni dei paesi europei, degli attivisti, la Coalizione non avrebbe attaccato l’Isis. Ora chiediamo un corridoio umanitario per Kobane, il riconoscimento del Rojava, la cancellazione del Pkk dalla lista nera, l’autonomia piena per il Nord Iraq e per i kurdi in Iran, la fine dei rapimenti in Iraq. La comunità internazionale deve isolare i paesi che appoggiano l’Isis e sostenere un progetto democratico per Siria e Iraq».

Kobane è ormai un simbolo, il Rojava la prova che esiste un antidoto ai nazionalismi e alla settarizzazione dell’area, le richieste di Yilmaz sono un banco di prova per un internazionalismo che provi ad essere efficace.

 

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