domenica 21 ottobre 2018

Infibulazione, una pratica da condannare senza mezzi termini

Infibulazione, una pratica da condannare senza mezzi termini

130 milioni di donne mutilate in tutto il mondo, a cui si aggiungono ogni anno 3 milioni di bambine (Immagini che possono urtare la sensibilità)

di Mirna Cortese

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Oggi è la Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, e si avvicina il 25 novembre, dichiarata dall’Onu Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Sono passati anni, molte cose sono state fatte grazie all’impegno di organizzazioni femminili e femministe sempre in prima linea, tante altre aspettano risposte.
Tra queste una delle violenze più devastanti di cui, in molte parti del mondo, sono vittime le bambine e le adolescenti, le mutilazioni genitali femminili (Mgf) di cui la forma più nota è l’infibulazione.
Se ne parla troppo poco eppure stime Unicef riportano che nel mondo sono circa 130 milioni le donne che convivono con terribili mutilazioni genitali a cui si aggiungo ogni anno, in base agli attuali trend demografici, circa 3 milioni di bambine sotto i 15 anni, una su cinque vive in Egitto. Nei prossimi dieci anni, secondo l’Unicef, altri 30 milioni di bambine rischieranno di subire questa pratica.
Le mutilazioni dei genitali femminili sono praticate sopratutto su bambine tra i 4 e i 14 anni di età. Tuttavia, in alcuni paesi vengono operate bambine con meno di un anno di vita, come accade nel 44% dei casi in Eritrea e nel 29% dei casi nel Mali, o persino neonate di pochi giorni come accade Yemen. Complessivamente sono circa 29 i paesi, tra Africa e Medio Oriente, a seguire tali pratiche.

Escissione e cucitura della vulva

Le mutilazioni genitali femminili sono di diverso tipo ed includono pratiche tradizionali che vanno dall’incisione all’asportazione, parziale o totale dei genitali femminili esterni – clitoride e piccole labbra, parte delle grandi labbra – per poi procedere a cauterizzazione e cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere l’uscita di urina e sangue mestruale. E’ conosciuta, prendendo il termine dalla tradizione dell’antico Egitto, come infibulazione faraonica. Il più delle volte viene eseguita senza anestesia, con coltelli, lame di rasoio, vetri rotti o forbici. Situazioni a rischio che possono portare anche alla morte per le frequenti emorragie. Le conseguenze sono infezioni, cheloidi, tetano e addirittura infertilità, oltre a problemi nei rapporti sessuali e durante il parto.
L’evento provoca un trauma gravissimo, molte bambine entrano in uno stato di choc a causa dell’intenso dolore e del pianto irrefrenabile che segue. Le bambine, le adolescenti, le donne così violate dovranno fare i conti, per tutta la vita, con gravi e irreversibili rischio per la loro salute, oltre alle pesanti conseguenze psicologiche che hanno portato molte donne al suicidio.

Rapporti sessuali e parto

Una volta subita l’infibulazione, la futura donna non potrà avere rapporti sessuali se non fino alla defibulazione, cioè la scucitura della vulva, che viene effettuata dallo sposo prima di consumare il matrimonio. Inutile precisare quanto doloroso sia per la donna il rapporto sessuale. Le puerpere, le vedove e le donne divorziate sono sottoposte a reinfibulazione con lo scopo di ripristinare la situazione prematrimoniale di purezza. I rapporti diventano dolorosi e difficoltosi, spesso insorgono cistiti, ritenzione urinaria e infezioni vaginali.
Ulteriori danni, come riportato anche sulle linee guida dell’Oms, si hanno al momento del parto. Il bambino fa fatica ad attraversare una massa di tessuto cicatriziale e reso poco elastico a causa delle mutilazioni; ma in quel momento il feto non è più ossigenato dalla placenta e il protrarsi della nascita toglie ossigeno al cervello, rischiando di causare danni neurologici. Un’altra conseguenze, mortale per mamma e bambino, è la rottura dell’utero durante il parto.

L’inerzia degli Stati

Pur essendo le Mgf un’esplicita violazione dei diritti umani delle donne, così come sono stati formulati nei vari trattati internazionali, gli Stati responsabili chiamati ad adeguare le loro legislazioni interne non sembrano volersi adeguare o, se lo fanno in termini di legge, come per esempio l’Egitto, non seguono poi punizioni adeguate per chi le pratica e, soprattutto, non sviluppano alcun progetto di carattere culturale educativo che possa portare ad una presa di consapevolezza sulla gravità, fisica e psicologica, dell’infibulazione.

L’infibulazione migrante

C’è poi il fenomeno delle comunità migranti verso l’Occidente che portano con sé i loro valori, la loro cultura e, purtroppo, là dove vige, anche la pratica di mutilazioni genitali femminili.
E’ un dramma nascosto quello delle donne immigrate vittime di questa pratica che coinvolge anche l’Italia. Nonostante la legge n.7 del gennaio del 2006, che vieta l’infibulazione nel nostro paese, fare un bilancio della sua efficacia è ancora difficile. Si viene a conoscenza solo se la bambina è intercettata da un medico esterno alla comunità d’origine e ne denuncia l’abuso, come nel caso dell’agosto scorso di due bambine nigeriane ma residenti a Perugia, infibulate dai genitori poi denunciati e arrestati. Ma in linea di massima tutto resta chiuso all’interno delle loro comunità, e spesso l’intervento avviene durante viaggi nel paese d’origine.
Un grosso contribuito a combattere tali pratiche potrebbe arrivare dalle insegnanti delle scuole elementari e medie, sempre se fossero adeguatamente supportate dal Miur.
Si stima che in Italia hanno subito mutilazioni genitali circa 39 mila bambine, un dato piuttosto alto se si considerata che in tutta Europa si contano 500 mila vittime

Un problema culturale

Come tutte le violenze di genere, anche l’infibulazione e le pratiche complessive delle mutilazioni genitali femminili trovano origine nella cultura patriarcale e di controllo sul corpo delle donne. La loro sessualità viene repressa e soggiogata. In alcune culture i genitali femminili sono considerati osceni e portatori di infezione. Poi, nel caso dei paesi islamici, molti credono che sia una pratica prevista dal Corano. Niente di più falso, non c’è alcun riferimento all’escissione dei genitali femminili sul quel testo religioso.
E’ vero, le donne che appartengono a queste culture di solito non rifiutano l’infibulazione, anzi le stesse a sottomettere le figlie a tale tortura. D’altronde, a loro volta controllate e soggiogate find a bambine, spesso analfabete, convinte che altrimenti le figlie non troveranno marito, con una tradizione comunitaria che non concede altro spazio, le donne stesse non riescono a considerare la mutilazione una pratica orrenda, ma un rito di iniziazione per le figlie, verso il diventare donna.

La scuola come prevenzione alle Mgf

L’istruzione può giocare un ruolo fondamentale per favorire il cambiamento culturale in tema di mutilazioni genitali femminili perché, come riporta l’Unicef in base ad esperienze dirette nei paesi dove è presente con i suoi progetti, più elevato è il grado di istruzione delle mamme, minori sono le probabilità che le figlie subiscano mutilazioni ed escissioni. Inoltre, più a lungo le ragazze frequentano la scuola, più facilmente possono confrontarsi con soggetti che rifiutano tale pratica.
In Kenya e in Tanzania le ragazze tra i 15 e i 19 anni hanno tre volte meno probabilità di subire mutilazioni o escissioni. Grazie a interventi educativi e interventi legislativi mirati, il tasso di prevalenza del fenomeno si è quasi dimezzato tra le adolescenti di Benin, Repubblica Centrafricana, Iraq, Liberia e Nigeria.
“Ma non bastano le norme -sottolinea Giacomo Guerrera di Unicef Italia -. Occorre che tutti gli attori , i governi, le organizzazioni non governative e le comunità promuovano un cambiamento sociale positivo attraverso programmi e politiche mirate all’eliminazione delle mutilazioni così come a tutte le altre forme di violenza contro i bambini, direttamente o indirettamente legate a norme sociali»

Oggi probabilmente più bambine hanno meno probabilità di subire questa pratica, rispetto alle loro madri, ma l’allarme resta: non dobbiamo e non possiamo dimenticare quei 30 milioni, tra bambine e adolescenti, che nei prossimi dieci anni rischiano di subire mutilazioni genitali.

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