domenica 21 ottobre 2018

L’insopprimibile bisogno di libertà del Paese Basco

L’insopprimibile bisogno di libertà del Paese Basco

La manifestazione prevista per sabato a Bilbao contro la dispersione dei detenuti, per i diritti umani e la pace in Euskal Herria si preannuncia partecipata come negli anni precedenti

di Enrico Baldin

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L’anno scorso furono 130mila e inondarono la calle principale di Bilbao e i vialetti circostanti. Sabato prossimo potrebbero essere altrettanti. Del resto la questione dei prigionieri baschi è molto sentita e mobilita la società civile come pochi altri temi. La manifestazione prevista per sabato a Bilbao contro la dispersione dei detenuti, per i diritti umani e la pace in Euskal Herria si preannuncia partecipata come negli anni precedenti.

«Faccio 2100 km ogni due settimane per andare a trovare in carcere mio figlio e parlargli per un’ora». A parlare è la madre di Iker, detenuto in un carcere andaluso. Ma a pronunciare queste parole potrebbero essere molti altri genitori. «Nonostante gli acciacchi dell’età e la tanta strada quell’ora per me è ossigeno puro». Etxerat – l’associazione dei familiari ed amici dei detenuti politici baschi – ha calcolato che per avere un colloquio coi loro cari, devono fare mediamente 900km all’andata e altrettanti al ritorno. Un disagio comune a non pochi visto che sono circa seicento i prigionieri politici baschi dispersi tra carceri spagnole e francesi. «Vogliamo sia messa fine all’assurdità della dispersione, vogliamo siano rispettati i diritti umani dei detenuti». Una precisazione, questa di Etxerat, di non poco conto visto che nelle carceri spagnole si tortura. Sono diverse migliaia le denunce di tortura che nel corso degli anni altrettanti detenuti baschi hanno formulato contro agenti della guardia civil, e si presume siano molte altre quelle che non sono state effettuate per timore. Denunce che in buona parte dei casi si sono concluse con archiviazioni e che nelle poche volte che son giunte alla fine del processo hanno visto condanne quasi sempre coperte da indulto. Di tutto questo si è interessata Amnesty International che già da anni denuncia il fatto che la tortura nei Paesi Baschi e in Spagna sia un fatto non certo casuale. Dello stesso parere è stato l’osservatorio speciale sulla tortura delle Nazioni Unite. Madrid però ha sempre respinto queste accuse.

Certo è che i diritti umani dei prigionieri e la risoluzione del conflitto basco appaiono come due fatti legati e non dissolvibili, l’uno dipende dall’altro. Se c’è un conflitto, si sa, questo può trovare soluzione solo se la pace è perseguita da entrambi i contraenti. E se da una parte vi è stato tre anni e mezzo fa l’addio alle armi di ETA e la fine di una strategia militare divenuta impossibile oltre che sconveniente, dall’altra parte non si possono apprezzare passi avanti. A Madrid, sembrano sentirci poco alle pressioni basche arrivate anche da mediatori internazionali. A testimoniarlo la costanza nell’emettere ordinanze d’arresto per chiunque sia sospettato di avere minimamente a che fare con ETA, l’incriminazione di militanti politici di sinistra, la chiusura di decine di herriko tabernas ovvero piccoli bar in cui si praticano anche attività politiche e sociali, l’applicazione delle pene massime per coloro che vengono processati per collaborazione con ETA. Una strategia repressiva in atto da sempre e che dal 2010 in poi non si è certo allentata.

La sinistra basca di EH Bildu, dopo il passo indietro compiuto da ETA, ha trovato unità e anche grandi affermazioni elettorali ergendosi al ruolo di portabandiera di un processo di pace che tutti i baschi si augurano. A giugno è stata tra le promotrici della catena umana lunga 120km che unì le città basche di Durango e Pamplona e che coinvolse oltre 150mila persone alla richiesta di poter decidere democraticamente sul proprio futuro. Impegnata a perseguire un processo di pace senza interlocutori e prodiga a parlare di percorso democratico a chi non ne vuol sentir parlare, Bildu pare però essere stata messa all’angolo dal governo spagnolo. In primo luogo del “diritto a decidere” sull’indipendenza di Euskal Herria – analogamente perseguito dai catalani – pare non esserci traccia non solo nelle intenzioni del governo del popolare Rajoy, ma neppure nelle menti dei regionalisti baschi del PNV. In secondo luogo non si vede luce a proposito di un allentamento delle ganasce carcerarie repressive imposte da Madrid. E infatti tra la popolazione basca da sempre molto politicizzata inizia a serpeggiare il pessimismo.

Questo probabilmente non sarà sufficiente a tenere a casa i baschi sabato prossimo. Alla convocazione della manifestazione è coinciso un appello – firmato da 101 tra uomini della cultura, del giornalismo, della scienza, dello sport e delle istituzioni – che nella voce di chi lo ha presentato alla stampa, ha ricordato che la fine della dispersione dei prigionieri ed una soluzione al conflitto basco è possibile oltre che necessaria. «Come avvenuto tra Cuba e Stati Uniti, come per ciò che sta accadendo in Colombia in cui il governo e le Farc stanno negoziando» ha sostenuto Joseba Azkarraga che ha anche specificato che la manifestazione scorrerà per le strade di Bilbao in silenzio e senza striscioni.

Difficile immaginare quale sbocco troverà il Paese Basco per uscire dall’empasse, ma di buon auspicio sono state le parole di Arnaldo Otegi leader di Sortu – formazione componente la coalizione EH Bildu – che dalla cella in cui è rinchiuso ha ricordato come anche Nelson Mandela sia riuscito a vedere un Sudafrica libero dalle sue catene.

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