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Home malapolizia “Uno di meno". Detenuto suicida, secondini scatenati

“Uno di meno”. Detenuto suicida, secondini scatenati

Sulla pagina facebook di un sindacato di agenti penitenziari i commenti choccanti di alcune guardie carcerarie sul suicidio di un ergastolano

di Checchino Antonini
opera
“Meno uno”. “Un rumeno in meno”, “mi chiedo cosa aspettino gli altri a seguirne l’esempio”,  “A me dispiace per i colleghi che si suicidano per soggetti come questo. Per lui no!”, “chi se ne frega?”, “uno de meno che lo stato non ha da magna…” , “Lavora all’interno di un istituto. Sono solo extracomunitari. Per fare questo mestiere devi avere il core nero”.  La scoperta di questi commenti,  in calce a un post di un gruppo Facebook di un sindacato di agenti penitenziari, costituisce l’ennesima conferma che la sottocultura violenta e razzista non solo alligna in larghi settori di forze dell’ordine ma è costituente di certa cultura sindacale. Il gruppo sul social è gestito da uno dei sindacati del comparto, Alsippe (Alleanza sindacale polizia penitenziaria) e il post si riferiva al suicidio di un detenuto del carcere di Opera, Milano. L’uomo era un rumenom, condannato all’ergastolo nel 2013. Anche Repubblica, che sceglie di aprire con questa notizia la definisce “Una storiaccia emblematica” che documenta la barbarie delle condizioni delle carceri in Italia, “sia per i detenuti sia per chi ci lavora”.
Sulla pagina social, tra le notizie, l’annuncio dell’incontro, oggi a Lametia, tra Matteo Salvini, capo della Lega e aspirante allo scettro di leader del centrodestra, e la polizia penitenziaria di quello spicchio di Calabria.
Il Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ha avviato un’inchiesta interna. Secondo quanto si apprende da Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa, basterebbe farsi una chiacchierata con i parenti di vittime di malapolizia per rendersi conto di numerosi casi di ingiurie e stalker nei confronti di quelle famiglie che osano intentare una causa contro i presunti responsabili di violenze, torture e abusi commessi da uomini con la divisa. La vicenda fa tornare alla mente le registrazioni della sala radio della questura di Genova quando fu ucciso Carlo Giuliani, le continue provocazioni di un sindacatino di agenti nei confronti di madri o sorelle-coraggio o i lunghi estatici applausi del congresso nazionale del Sap rivolti agli autori dell’omicidio Aldrovandi.  A marzo, a Ferrara, uno di loro sarà di nuovo sul banco degli imputati per le offese via internet a Patrizia Moretti e Lino Aldrovandi, la madre e il padre di Federico.

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