lunedì 10 dicembre 2018

Il fronte libico contro l’Isis può non essere ciò che sembra

Il fronte libico contro l’Isis può non essere ciò che sembra

Dopo l’uccisione di 21 cristiani egiziani è possibile prevedere un arco di guerra in tutto il Medio Oriente, ma non si dovrebbe esagerare sul vero potere dello Stato islamico

Mary Dejevsky*

Detenuti a Guatanamo
Gabbie di detenzione a Guantanamo

La conseguenza più diretta dell’assassinio dei 21 lavoratori egiziani nei pressi della città libica di Sirte è stata un torrente di dichiarazioni rabbiose o offensive da parte degli alti ranghi egiziani, sostenute da attacchi aerei notturni contro obiettivi islamisti in Libia. All’improvviso risulta possibile contemplare uno stato di guerra il cui arco corre dall’Irak in oriente fino alla Libia in occidente, con un incremento dei conflitti già in corso – in buona misura interni – grazie ad una antica guerra tra stato e stato, tra l’Egitto e il suo vicino, la Libia.

Per il governo guidato da un già generale come Abdel Fatah Al Sisi, che ha preso il potere attraverso ciò che essenzialmente è stato un colpo di stato militare e che si scontra con un bollente scontento interno, le tentazioni di coinvolgersi in un conflitto esterno sono evidenti. Ovviamente ciò significherebbe fare un salto in avanti, forse troppo in avanti e più rapidamente di quanto sia giustificato.

Naturalmente, la conclusione meno affidabile degli eventi della scorsa settimana è probabilmente la più evidente, e cioè l’affermazione che i criminali rappresentano lo stesso Stato islamico che si è formato lungo una striscia che comprende il nord dell’Irak e parte della Siria. In ogni caso, tale affermazione sottolinea ancora di più la natura dello Stato islamico come un assortimento di filiali, un marchio intimidatorio e, in tal senso, utile e destinato a spaventare i nemici con la sua invocazione di una causa maggiore. Può essere che tali filiali condividano gli obiettivi fondamentalisti, ma la loro portata geografica non è ciò che potrebbe sembrare: non si dovrebbe esagerare sulla porzione di territorio realmente controllato dallo Stato islamico né il suo grado di organizzazione.

Altra costa sono le implicazioni più immediatamente successive agli assassini. Una è l’incontrovertibile aspetto religioso. I lavoratori sono stati prima sequestrati e poi assassinati non perché fossero stranieri ma perché erano cristiani. In Egitto Al Sisi ha cercato con moderato successo di reprimere le esplosioni di violenza contro i cristiani che minacciavano di moltiplicarsi dopo la rivoluzione in Egitto. Visto in contesto geografico e storico più ampio, questi sforzi sembrano comunque destinati al fallimento. Salvo alcune eccezioni, risulta difficile immaginare che nel prossimo decennio, in una parte qualsiasi del Medio Oriente, possano prosperare comunità cristiane.

C’è poi un’altra implicazione, quella della responsabilità di Usa, Gran Bretagna e di altre nazioni occidentali o, per lo meno, le conseguenze non volute delle azioni occidentali.

Come in precedenti uccisioni di ostaggi occidentali in nome dello Stato islamico, anche i 21 egiziani indossava tute arancione prima dell’esecuzione. Chiaro riferimento al centro di detenzione di Guantanamo (che Obama aveva promesso di chiudere ma che sta ancora lì) e a ciò che molti musulmani, non solo in tutto il Medio Oriente ma più in generale, considerano una guerra di religione scatenata dall’Occidente. Si tratta di una eredità che si sta trasmettendo a una nuova generazione.

Poi abbiamo quella che fu l’invasione dell’Irak e le sue sequele vergognosamente mal gestite. La dissoluzione delle élite militare e politica e l’eliminazione del Partito Ba’th Arabo Socialista è stato un grave errore su vasta scala che ha portato direttamente, se non alla formazione dello Stato islamico, alla forma in cui il movimento è stato adottato dai sunniti iracheni.

Al riguardo, poco importa se i responsabili delle morti dei copti egiziani a Sirte sono stati gli stessi dell’Esercito islamico, una sua filiale o semplici combattenti che agiscono sotto quel nome. La guerra civile che attanaglia la Libia – con il governo ufficiale spinto verso est, a Tobruk, e gli islamisti che controllano una Tripoli senza legge – è da attribuire in gran parte all’Occidente.

L’arroganza degli stranieri che sostenevano che qualsiasi cosa sarebbe stata migliore del governo di Gheddafi ha fatto correre molto sangue libico, ha destabilizzato una vasta regione dal Maghreb al Mali, e ora “incoraggia” migliaia di persone a tentare la fortuna attraversando il mar Mediterraneo verso l’Italia. Quanto accaduto sulla spiaggia di Sirte poco più di una settimana fa ha radici più larghe e profonde di un’orda di combattenti che proclamano lealtà all’Esercito islamico.

*Mary Dejevsky: editorialista per The Independent, The Guardian e The Times. Considerata una delle più autorevoli commentatrici e corrispondenti su Russia, Unione Europea e Usa. Ricercatrice presso l’Università di Buckingham.

Fonte: The Guardian, 16/02/2015. Traduzione di Marina Zenobio

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