domenica 21 ottobre 2018

Claudio Cianca, centouno anni dalla stessa parte

Claudio Cianca, centouno anni dalla stessa parte

Partigiano, anarchico, sindacalista. E’ morto a 101 anni Claudio Cianca. Nel 1933 mise un ordigno a Piazza San Pietro e si fece dieci anni di galera fascista

di Isabella Borghese

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Claudio Cianca, protagonista assoluto della sua vita, come di quella delle persone che ha amato, per cui ha lottato e che ha sostenuto, se ne è andato il 22 febbraio 2015: bello, allegro, sorridente, con “il cuore stanco” – ha confidato quella stessa mattina – ma ci ha salutati, poi, vestito di rosso, con il colore della sua vita, delle sue battaglie, del suo animo attento e partecipe delle sofferenze dei più deboli.

Leader degli edili romani dal 1945, Segretario della Camera del Lavoro di Roma dal 1949, Segretario della nazionale della Fillea dal 1966 al 1969 segretario generale. E’ stato molto, tanto, quest’uomo. Anche padre, un padre lottatore, di valori.

Ma dev’essere vivo nel ricordo soprattutto come Claudio Cianca – elettricista. Lo si deve alla sua umiltà, alle battaglie di quest’uomo che voleva bloccare gli sfratti, far costruire nuove case popolari. Lo si deve al modo di agire di un antifascista la cui vita insegna l’impossibilità di “barattare la libertà con la rinuncia delle proprie convinzioni” e perché, come ha raccontato lui oltre i suoi novantanni, “Cerco di tenere vivi e trasmettere ai giovani quei valori che hanno ispirato la mia vita. La libertà non si perde tutt’assieme un brutto giorno, ma poco a poco, giorno per giorno”. La memoria non può che tenere stretto il ricordo di questo uomo la cui felicità più grande sapeva raccontarla ricordando il congresso della Cgil di Napoli, nel 1945, quando tutti non si sentivano più sudditi, ma lavoratori consapevoli che partecipavano alla costruzione di una democrazia. Un faro nella notte, il ricordo di Claudio Cianca, in questi tempi bui.

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Pubblichiamo un estratto da “Il mio viaggio fortunoso. Claudio Cianca si racconta” (di Giuseppe Sircana, Ediesse, euro 12, pagine 100)

 

In che anno la tua famiglia si è di nuovo stabilita a Roma?

Era il 1924, arrivammo a Roma subito dopo il ritrovamento della salma di Matteotti1 . Abitavamo a piazza Risorgimento e io frequentavo una scuola che stava lì vicino. C’era il maestro che veniva spesso in classe in divisa fascista, con la camicia nera. Una volta ci portò a vedere la mostra del grano, che si teneva al Palazzo delle Esposizioni, in via Nazionale. Era cominciata la cosiddetta «battaglia del grano» e avevano allestito questa mostra. Mentre eravamo lì, tutto ad un tratto si sparse la voce: «Viene il duce, viene il duce». Allora il maestro ci fece schierare, tutti impettiti sugli attenti, in una sala di questo palazzo. Giunse Mussolini e il maestro gridò: «Saluto al duce!». Tutti i ragazzi, quasi tutti, alzarono la mano per il saluto fascista. Io non l’alzai e il maestro mi guardò. Avevo sentito parlare molto di Mussolini e quando lo vidi passare mi sembrò un uomo come tanti altri. Indossava la redingote con la tuba. Quando tornammo in classe il maestro mi domandò: «Perché non hai alzato il braccio per il saluto al duce?». «Io il saluto fascista non lo faccio», gli risposi. «Ma perché?», chiese ancora il maestro. «Perché mio padre non è fascista». «E perché non è fascista?». «I fascisti lo hanno picchiato». A quel punto il maestro non disse altro e non mi diede più fastidio, se così si può dire. Anzi, non è che da allora mi prediligesse, ma insomma mi stava più dietro, mi mostrava maggiore attenzione rispetto agli altri. Sarà rimasto colpito da questo ragazzino che non voleva fare il saluto fascista neanche quando entrava il direttore della scuola…

Ne conservi un buon ricordo…

Sì. Una volta all’uscita di scuola fui investito da una macchina. Alla fine delle lezioni i ragazzi scappano fuori di corsa, scendono le scale e si buttano sulla strada senza guardare. Lo facevo anch’io e così venni investito da una macchina, da un taxi. Fortunatamente andava piano, per cui non fui buttato per terra, ma feci in tempo a saltare sopra il cofano. Uscì il maestro, con il suo bastone, fermò l’autista e lo obbligò ad accompagnarmi a casa. Naturalmente venne anche lui. Mi chiesi perché si comportasse così, lui che pur essendo fascista dimostrava un senso umano nei miei confronti. Come ricordo i fascisti che erano prepotenti, così non dimentico quel maestro che non era un fascista fazioso.

La prepotenza dei fascisti proprio non la sopportavi.

Non mi andava giù. Una volta mi capitò di assistere a una scorribanda delle squadracce fasciste, perché non molto distante da casa nostra, al Trionfale, era stato ucciso sul tram un deputato, un ex repubblicano, mi pare, che aveva aderito al fascismo2 . Non fu ucciso per ragioni politiche, però i fascisti ne approfittarono per scatenare una specie di guerriglia nel quartiere. Quel giorno mi trovavo in via della Giuliana o in viale Angelico, non ricordo bene, e vedevo la gente che correva a nascondersi nei portoni mentre i i fascisti scorrazzavano a bordo dei camion. Stavano facendo dei lavori stradali e c’era un manovale che con il mazzuolo rompeva i sampietrini per ricavare il pietrisco. Passò uno di questi camion pieno di fascisti e il lavoratore non si alzò, non si levò il berretto. Allora uno squadrista, senza scendere dal camion, tentò di levargli il cappello dandogli un colpo con la lancia del labaro, ma lo ferì facendogli uno squarcio dietro la nuca. Era un ragazzetto e rischiava di morire soltanto perché non si era tolto il cappello, continuando a fare il suo lavoro, a rompere la pietra.

Quando e come il tuo antifascismo istintivo si è trasformato in adesione consapevole a un’idea politica?

Da ragazzo andavo a stare a casa di una mia zia, che abitava in via Margutta e lì vicino, in via del Vantaggio, c’era un calzolaio. Un giorno, mentre aspettavo di ritirare le scarpe, mi domandò che mestiere facesse mio padre. «È impiegato ai lavori pubblici», risposi. «Allora è un po’ fascista», disse. «No, papà mio è socialista». «Mi fa piacere. E tu di che idee sei?» «Beh, io sono socialista come mio padre», buttai lì. «Allora va bene. Tieni, ti voglio dare questo». E mi dette da leggere Al Caffè, un libretto di Errico Malatesta3 . In seguito lessi altri testi anarchici, Bakunin, Kropotkin. Rimasi colpito dall’affermazione di Bakunin secondo cui la libertà senza socialismo è privilegio, ingiustizia e il socialismo senza libertà è schiavitù, tirannia. E quindi bisogna combinare queste due cose: libertà e socialismo.

Eri un anarchico convinto?

Mi ero orientato verso l’anarchismo, ma non è che facessi poi una gran differenza fra socialismo, comunismo, anarchismo… Insomma, qualunque cosa fosse contro il fascismo mi andava bene.

A orientare le tue scelte giovanili ha concorso molto l’ambiente familiare: tuo padre socialista e tuo zio Alberto Cianca stretto collaboratore di Amendola.

Mio padre leggeva abitualmente l’Avanti!. Poi cominciò a portare a casa anche un altro giornale, dicendo che lo dirigeva mio zio Alberto. Era Il Mondo, che durante i primi anni del fascismo, prima che le leggi eccezionali abolissero ogni libertà, rappresentò la voce all’opposizione liberale raccolta intorno a Giovanni Amendola5 . Io mi soffermavo sui titoli, leggevo quello che succedeva, venivo a sapere delle violenze. Avevo undici anni quando lessi i titoli su Matteotti che era stato rapito e dopo un po’ che il suo corpo era stato ritrovato. Restai particolarmente colpito da quel fatto. Ricordo anche Il Becco Giallo: era un giornale satirico e a me piaceva tanto vedere le vignette che prendevano in giro i fascisti.

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