domenica 9 dicembre 2018

Ingiustizia americana: vent’anni per un aborto

Ingiustizia americana: vent’anni per un aborto

USA: condannata a 20 anni di reclusione per feticidio. E’ la prima volta ma per le associazioni in difesa dei diritti delle donne “un pericolosissimo precedente”

di Marina Zenobio

Purvi Patel lascia l'aula del tribunale   dopo aver ascoltato la sentenza
Purvi Patel lascia l’aula del tribunale dopo aver ascoltato la sentenza

Nel giugno del 2013 la trentatreenne Purvi Patel arrivò all’ospedale di South Bend (capoluogo della Contea di St. Joseph, nello Stato dell’Indiana), dolorante e con una emorragia in corso conseguenza di un aborto spontaneo di un feto di 30 settimane. Il medicò che la esaminò riportò il caso alle autorità giudiziarie perché notò il resto di un cordone ombelicale.

Per la procura la donna avrebbe preso farmaci per abortire ma, nonostante una denuncia sul Washington Post secondo cui la donna è stata interrogata in ospedale senza la presenza di un legale, e che dall’esame tossicologico non è stata riscontrata presenza di alcun medicinale abortivo nell’organismo di Purvi o del feto, la donna è stata condannata a 20 anni di detenzione per feticidio.

scelgono le donneCosì uno degli Stati più conservatori degli USA, come l’Indiana, torna a far discutere. Dopo aver approvato una legge sulla “libertà religiosa” fortemente discriminatoria e che colpisce i diritti LGBT, ora è anche il primo Stato ad emettere un condanna per feticidio che, per le associazioni in difesa dei diritti delle donne che si stanno organizzando a fianco a Purvi Patel, rappresenta “un pericolosissimo precedente”.

La vera posta in gioco oggi, in Usa come in altri paesi del mondo, è la tutela del diritto delle donne all’aborto, un diritto che negli Usa è stato sancito nel 1973 da una sentenza della Corte Suprema nota come “Roe vs Wade” che concesse, sotto la pressione di manifestanti e giuristi, la libertà di abortire a Jane Roe. Negli ultimi quattro anni c’è stata però un’ondata di misure restrittive che, in oltre la metà degli Stati nordamericani, ha limitato il diritti all’interruzione volontaria della gravidanza. Restrizioni che hanno portato alla chiusura di molte cliniche, in molte zone il ricorso all’aborto protetto è diventato praticamente impossibile e le donne sono tornate agli aborti clandestini o fai da te, con conseguenze importanti fino alla morte delle donne.

In un comunicato stampa del National Advocates for Pregnant Women (NAPW), Sara Ainsworth esprime tutta la preoccupazione dell’organizzazione: “L’Indiana si unisce così ad altri paesi dove le donne con gravidanze indesiderate si suicidano a ritmo allarmante… e dove le donne non solo vanno in carcere per avere abortito ma ora anche per aver avuto un aborto spontaneo”.

La condanna di Purvi Patel in Indiana rappresenta un nuovo giro restrittivo sull’aborto che, secondo Lynn Maltrow, direttrice esecutiva del NAPW, si basa su una legge locale che vieta di interrompere una gravidanza “consapevolmente o intenzionalmente”.

Consapevolmente o intenzionalmente, due avverbi che la dicono lunga sulla considerazione che certi Stati (e non stiamo parlando di paesi musulmani ma del democratico e civile Nordamerica) hanno delle donne. Perché ciò che si vuole colpire, giuridicamente e culturalmente, è proprio il diritto delle donne all’autodeterminazione, al controllo dei propri corpi e di decidere, “consapevolmente”, quando e se diventare madri.

Purvi Patel ovviamente ricorrerà in appello contro l’assurda sentenza che la vorrebbe in carcere per 20 anni, e al suo fianco ci saranno molte organizzazioni impegnata nella difesa dei diritti delle donne.

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