venerdì 19 ottobre 2018

Nicola Berti e il derby, l’infantile essenza della felicità

Nicola Berti e il derby, l’infantile essenza della felicità

Un cross, un tiro al volo, una carambola e due folli, lunghissime e inarrestabili corse. Una a San Siro l’altra a Roma. Due storie così distanti ma incredibilmente vicine

di Carlo Perigli

bertiAncora pochi giorni e poi niente sarà più come prima. Questo fine settimana le luci torneranno ad accendersi a San Siro, oscurando crisi e polemiche varie per illuminare solamente Inter e Milan, in campo a giocarsi novanta minuti che valgono una stagione intera. Un vero e proprio spartiacque che deciderà chi, nel capoluogo lombardo ma non solo, verrà deriso per un girone intero e chi invece potrà girare a testa alta. Una partita che spesso e volentieri è stata decisa dai migliori prodotti del calcio mondiale; da Van Basten a Milito, passando per Ronaldo e Shevchenko, solo per citare i più recenti, non basterebbe il cielo per contare tutte le stelle che si sono affrontate sul prato verde del Meazza.

Ma per chi, come il sottoscritto, ha iniziato a fare conoscenza con il calcio verso l’inizio degli anni ’90, il derby è tutt’altra cosa. Fondamentalmente un’odissea, uno scontro tra Davide e Golia, il cui finale però non va mai a braccetto con quello della celebre storia, ma che al contrario si carica di umiliazioni, sfottò e una serie infinita e tragicomica di mazzate. Dalle sconfitte targate Van Basten a quella roboante del 1993 firmata Papin e Gullit. E poi gli autogol di Bergomi e Ferri, i pareggi sudati e quelli solamente sfiorati, partite in cui a pochi minuti dal termine spuntava “sentenza” Massaro che ti sussurrava: “è inutile, non te la cavi manco stavolta”.

E anche quella sera del 15 aprile 1995 nessuno sperava in un esito diverso. Che fosse il primo derby dell’era Moratti, lì per lì contava poco o niente, perché quella sfida tra Ottavio Bianchi e Fabio Capello sulla carta non lasciava troppo spazio alle speranze. Noi con Bergkamp e Delvecchio, loro con Savicevic e Lentini; noi con Paganin e Festa, loro con Galli e Costacurta; noi con Jonk e Berti, loro con Boban e Albertini. Insomma noi con i nostri e loro con i loro, come negli ultimi anni. Che cosa potevamo aspettarci di diverso dal solito?

Niente, assolutamente niente, come sempre. Invece no, quella sera cambia tutto; la leggenda vuole che Dio, senza dubbio all’epoca milanista, o perlomeno incredibilmente lontano dalla fede nerazzurra, in quel 15 aprile ebbe dei sensi di colpa e così decise che, almeno per una volta, il lusso di gioire per un derby sarebbe stato tutto nostro. Ed effettivamente, che ci fosse qualcosa di diverso nell’aria, ce ne accorgemmo già da subito, sia quando Pagliuca fece un autentico miracolo su Panucci, sia quando Eranio colpì il palo a portiere battuto. Ma, lo sapevamo, era questione di tempo e pure quando il goal di Seno chiuse la prima frazione, esultammo sì, ma sotto sotto eravamo pronti al peggio. bertiMa il dubbio diviene più pressante quando Bergkamp, autore di una stagione da “lasciamo perdere che è meglio”, riceve quel pallone da Jonk e dopo un palleggio di innata delicatezza lo rimette  in area per il connazionale:  siamo 2-0. Aspetta, come 2-0? Qualche sorriso complice, ma guai a scambiare una parola che fosse una, nessuna forma di accennato entusiasmo, ne parliamo dopo di questa storia del due a zero. Infatti, manco a dirlo e a cinque minuti dalla fine arriva Giovanni Stroppa, occhio che siamo 2-1. Mettiamoci pure che nel frattempo è entrato Massaro e torniamo a guardarci l’uno con l’altro, ma stavolta la mimica è decisamente diversa.

Ci sbagliamo, perchè di diverso quella sera c’è solo il derby, che per una volta cambia volto e diventa un bellone tipicamente anni ’90 con tanto di ciuffo a fantasia. Quella sera il derby ha il sorriso guascone di Nicola Berti, che all’ottantasettesimo riceve un cross di Ruben Sosa  e a pochi metri dal vertice dell’area piccola tira una sventola spaventosa che colpisce la parte bassa della traversa, la nuca di Sebastiano Rossi e poi, alla fine della giostra, entra. Dura pochi secondi, ma potremmo stare qui a descrivere ogni singolo istante di quel flipper, in un racconto dalla durata infinita. Lo stesso Berti ci crede e non ci crede, sa solo che deve correre come un ossesso, finchè non viene travolto e sotterrato dai compagni. In quell’esultanza folle e irrazionale Nicolone aveva messo tutto; il brutto infortunio dell’anno precedente, il Mondiale giocato a mezzo servizio e la stagione del riscatto completata a metà. Quella sera però l’universo ha ritrovato l’equilibrio, rendendogli almeno una parte di quanto dovuto.

E noi? Bè, non sò voi, ma io correvo come Berti, con la stessa maglietta sponsorizzata Fiorucci, strillando avanti e indietro per la sala da pranzo, infondendo nei miei genitori il dubbio sul numero da comporre, dottore o esorcista? Ma che ne volevano sapere loro, come potevano anche solo provare a comprendere cosa volesse dire vincere un derby. E, a dirla tutta, non lo sapevo manco io, e forse è per questo che correvo e strillavo; forse perchè lo faceva Berti, forse perché ero un caso raro di bambino che sceglie irrazionalmente di tifare una squadra a 500 chilometri dalla sua città, per poi non vincere mai. Ma quella sera che mi importava? L’Inter aveva battuto il Milan per la prima volta da quando seguivo il calcio, gli olandesi avevano giocato bene e Berti aveva segnato. Che altro serve per essere felici?

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