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Mia madre, il grande dolore

Italiani a Cannes/1. L’ultimo Moretti capofila della pattuglia che approda alla Croisette. Più che d’autore, un film vecchio. Ma ai francesi piacerà

di Maurizio Zuccari

Moretti e Buy in una scena del film
Moretti e Buy in una scena del film

Raccontare un grande dolore è una faccenda complicata. Sempre. Lo è davanti a un amico, un parente. Figurarsi da dietro una macchina da presa, per narrare urbi et orbi l’angoscia più grande per un essere umano: la perdita della madre. Non che quella del padre sia meno importante ma, chissà perché, è un dolore che fa meno testo, porta meno travaglio scenico. Sarà perché la madre è, letteralmente, la fonte della vita, da lì si esce, e non se ne esce. L’altro dolore, va da sé, forse persino più grande, è la perdita di un figlio. Su entrambe queste massime narrazioni della perdita, Giovanni (Nanni) Moretti ha voluto cimentarsi. Dopo La stanza del figlio (Palma d’oro a Cannes nel 2001) il maestro dell’impegno bisseggia e con Mia madre ritenta il colpo alla Croisette, capofila della pattuglia degli italiani che approdano al festival d’Oltralpe, al via il 13 maggio, con buone chances di vincere qualcosa. A differenza degli altri due candidati – Paolo Sorrentino con Giovinezza e Matteo Garrone con Il racconto dei racconti che si affidano a un cast internazionale con l’occhio al mercato globale – Nanni mira all’ombelico, alla pena di sentimenti tanto profondi da mandare a fondo chi non riesce a elaborarne il lutto.

Film paradigmatico della sua poetica, più degli ultimi il Caimano e Habemus papam, con Mia madre Moretti torna al filone privatistico e intimista che gli è congeniale, altalenato all’altro dell’impegno sociopolitico, con una forte presenza scenica in prima persona e larghi spunti autobiografici (la madre vera, Agata Apicella, il regista l’ha persa nel 2010 ma nessun nesso esplicito emerge dall’opera). Gli ultimi giorni di vita dell’anziana genitrice, Ada, sono evocati nel trantran di cure mediche, false illusioni e lenta presa di coscienza del fatto che chi si è abituati a vedere come figura guida, poco a poco non è più in grado d’intendere né di volere, fino a spegnersi più o meno serenamente. A misurarsi col mal di morire e prendersi cura della madre sono due fratelli, Giovanni nella parte di Giovanni (Moretti) e Margherita nella parte di Margherita (Buy) e su di loro, oltre che sull’ottima ma fin troppo salubre Giulia Lazzarini (la madre) più che sull’outsider John Turturro, si gioca tutto il film.

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A complicare la vicenda, già di suo pesante e complessa come solo la vita a tratti sa essere, è l’intreccio narrativo della sceneggiatura, scritta tra gli altri con Francesco Piccolo. Al lento decadere di Ada s’accompagnano le vicende lavorative dei due protagonisti, l’una regista alle prese con un film impegnato e una problematica star con problemi mnemonici (Turturro, alias Barry), l’altro libero professionista in paritetica crisi professionale, intersecati da rimandi temporali e visioni che rendono macchinoso e incespicante l’impianto narrativo. Certo, momenti di verità, e persino di poeticità, emergono dall’intreccio – e come non potrebbe essere, data la caratura dei protagonisti – ma nel complesso l’atmosfera che si respira fin dalle prime battute è di un film stantìo, dall’odore di chiuso come in certe stanze troppo a lungo rimaste serrate. Un cinema che appare vecchio (non d’autore o d’antan, vecchio e basta) e l’aggiunta d’orpelli onirici e flashback rende più tedioso e prolisso, a tutto svantaggio del pathos. E la presenza scenica della Buy si fa imbarazzante là dove appare una controfigura del regista, giungendo a esprimersi e pensare come lui.

Non si giunge alla soglia della stanza del Figlio, a quel manto di malessere che fa restare schiacciati sulla poltrona al termine della proiezione, incapaci d’altro se non d’uscire fuori dalla cappa del dolore così magistralmente evocato. Una coltre tanto pesante da impedire pure l’abbozzo d’un applauso, a meno di non voler imitare l’orrido battimani di certi funerali. Ma quella del figlio era vicenda d’una tragedia personale totale e toccante, questa sembra frutto d’una sofferenza più mediata e per questo studiata, cervellotica e di maniera. Un esercizio di stile che può a tratti commuovere, ma intellettualistico e dunque distante dal male che la vita reale ci impone. Raccontare un grande dolore è una faccenda davvero complicata, insomma. Anche dal punto di vista di chi guarda e ascolta una vicenda così umana, troppo umana. Che, tutto sommato e magari per questo, può non dispiacere in terra di Francia.

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