sabato 22 settembre 2018

L’odissea dei Rohingya

L’odissea dei Rohingya

Rifugiati fluttuanti li chiama la scrittrice Tahmima Anam. I Rohingya, che mettono la loro vita in mano agli scafisti per sfuggire alla repressione in Birmania

di Marina Zenobio

14/05/2015. Elicottero dell'esercito thailandese lancia  cibo ai migranti abbandonati dagli scafisti nel mare delle Andamane, ma il governo thailandese ne rifiuta l'accoglienza (foto ARCHAMBAULT)
14/05/2015. Elicottero dell’esercito thailandese lancia cibo ai migranti abbandonati dagli scafisti nel mare delle Andamane, ma il governo thailandese ne rifiuta l’accoglienza (foto ARCHAMBAULT)

I Rohingya sono un gruppo etnico di religione islamica la cui popolazione complessiva, di quasi un milione e mezzo di persone da dati Onu, è distribuita tra Arabia Saudita, Bangladesh, Pakistan, Thailandia, Malesia, ma soprattutto in Birmania (oMyanmar) dove circa 800 mila Rohingya vivono nel nord dello stato birmano di Rakain. Secondo Amnesty International, la popolazione musulmana Rohingya continua a soffrire per violazioni dei diritti umani da parte della dittatura militare birmana dal 1978.
Negli ultimi tre anni sono stati più di centomila i Rohingya fuggiti dalla Birmania a bordo di barconi gestiti da trafficanti senza scrupoli, in fuga dalle violenze della maggioranza buddista e lasciando spesso alle spalle famiglie che vivono in squallidi campi di sfollati.

Attraversando il Mar delle Andamane sperano di raggiungere la loro destinazione preferita, la musulmana Malesia, dove però, notizia di questi giorni, molti finiscono uccisi e sepolti in fosse comuni. Le fosse sono state ritrovate a Padang Baesar, al confine con la Thailandia, altro paese dove i Rohingya sognano una nuova vita. Ma anche qui, all’arrivo in Thailandia, dopo un estenuante viaggio su barconi sovraffollati gestiti da scafisti senza scrupoli, i migranti finiscono prigionieri o in schiavitù nel settore della pesca, finché le famiglie non riescano a pagare un riscatto, in genere di 2 mila dollari: una somma insostenibile per una popolazione alla fame.

Scrive la scrittrice bengalese Tahmima Anam sulla rivista SinPermiso: “Con l’aumento del livello dei mari di tutto il mondo, i profughi alla deriva nel Mar delle Andamane sono i precursori di una nuova era di migrazione”.
FOTO CONCERTO E ricorda quando, ne 1971, Ravi Shankar e George Harrison organizzarono un concerto al Madison Square Gardens di New York, per finanziare aiuti umanitari in un Bangladesh devastato dalla guerra. Ne uscì un album con l’immagine di un bambino affamato che divenne un simbolo di un paese impoverito che tentava di emergere dalle macerie della guerra.
Quarantaquattro anni dopo altre immagini si associano oggi con il Bangladesh: quella dei rifugiati abbandonati che fluttuano nel Mar delle Andamane, senza speranza di essere soccorsi, abbandonati, rifiutati da un governo all’altro.

Si stima che circa 8000 rifugiati siano bloccati in mare tra il Bangladesh e la Malesia. La maggior parte è composta da Rohingya e provengono dal Myanmar dove, in quanto membri della comunità Rohingya, sono negati i diritti fondamentali, compreso quello di cittadinanza.
Tahmima Anam ricorda ancora quando i rifugiati Rohingya iniziarono ad arrivare in Bangladesh. Era il 1982, la Birmania aveva varato la legge che, ancora oggi, non riconosce la cittadinanza birmana ai membri della comunità Rohingya, fa loro divieto di possedere terre, devono chiedere il permesso governativo per sposarsi e non possono avere più di due figli. Condannati ad una persecuzione di Stato, cacciati dalle loro terre, vittime di lavoro forzato e di tassazioni arbitrarie, i Rohingya iniziarono a fuggire dal paese. Anche se vivono in Birmania da generazione, il governo di quel paese definisce i Rohingya “bangladeshi illegali”.

Una visione globale sui migranti

Attualmente ci sono circa 30.000 rifugiati Rohingya registrati in Bangladesh, anche se Acnur stima che altri 200.000 vivono in villaggi lungo il confine tra Bangladesh e Birmania.
Il Bangladesh ha dichiarato di non avere risorse per far fronte a questa valanga di rifugiati. Le autorità della Malesia e della Thailandia non vogliono accogliere nessun rifugiato, mettendo in discussione qualsiasi idea di una comunità condivisa di paesi del sudest asiatico.
E l’Occidente… “L’Occidente è rimasto così affascinato da Aung San Suu Kyi da ignorare la sua vergognosa posizione rispetto alla minoranza birmana dei Rohingya” sostiene Tahmima Anam.

Ma dare la colpa al Bangladesh, alla Birmania, o ai paesi che si rifiutano di inviare navi di salvataggio serve a ben poco. “L’unica forma di migliorare la situazione dei Rohingya è una pressione concertata internazionale, multilaterale, su tutti i paesi della regione” dichiara Anam aggiungendo che è il momento di una “visione globale sui migranti”.

Una visione globale sui migranti necessaria, perché mai, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ci sono state tante persone, popolazioni intere, in fuga. Dalla persecuzione, dalla povertà, dalla fame, dai conflitti. Come per la maggior parte dei migranti, anche quei 25.000 Rohingya che dall’inizio dell’anno hanno preso a navigare il Mar delle Andamane, dicono che preferiscono rischiare la vita mettendola nelle mani dei trafficanti pur di non restare in Birmania e affrontare una morte certa.

Tahmima Anam non ha dubbi che siamo entrati nell’era dei migranti “e a ciò dobbiamo adeguare i nostri sentimenti di giustizia e di morale, perfino i nostri concetti di frontiere nazionali. I rifugiati fluttuanti ci stanno offrendo una visione del nostro futuro collettivo”.

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2 Comments

  1. Gabriele

    I migranti si preoccupano dei miei di problemi? No non gliene frega un cazzo e allora io faccio uguale e più gente muore in mare, meno persone arriverànno in Italia e più staremo larghi…..Dai ci vogliono i gommoni della morte, i barconi vanno affondati, e va fatta una vera carneficina e alla ventesima barca che andrà a picco con relativo carico umano, non partità più nessuno,…….ucciderne qualche migliaio per educarne milioni…Bisogna fare cosi’, questo è il metodo.

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