martedì 25 settembre 2018

Transitanti, quelli che se ne vogliono andare

Transitanti, quelli che se ne vogliono andare

Gli stranieri che affollano le stazioni di Roma e Milano scappano dalla guerra, evitano l’identificazione in Italia e si muovono verso paesi più civili

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Arrivano da Eritrea, Siria, dai conflitti dell’Africa Centrale, dall’Afganistan. Raggiungono la Libia per imbarcarsi o cercano a lungo passaggi terrestri. Attraversano il mare in barconi quasi sempre di fortuna e viaggiano in condizioni rischiose per cambiare la propria vita. E per l’Italia passano per raggiungere il loro sogno europeo. Sono i migranti che in queste ore affollano le stazioni di Milano Centrale e Roma Tiburtina, presenze aumentate secondo alcuni a causa del blocco di Schengen per via del G7 tedesco. Migranti che per lo più sono potenziali rifugiati, richiedenti asilo che cercano di sfuggire alla guerra, ma anche al regolamento di Dublino che li inchioderebbe in un paese in cui non vogliono stare. Cioè l’Italia. Un viaggio oltralpe che, secondo Gianfranco Schiavone, membro dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), sta evidenziando in queste ore tutti i paradossi di un sistema europeo lontano da quel che sta accadendo realmente.

Migranti in piedi in attesa di spiegazioni

Chi sono i transitanti

È la guerra il minimo comun denominatore che unisce le sorti della maggior parte dei migranti che arrivano in Italia. E proprio per questa ragione sono, di fatto, destinatari di una protezione. Per Schiavone, sono “persone che fuggono da teatri di guerra che ci circondano. Vengono dall’Eritrea, dalla Siria, dal Mali, dai conflitti dell’Africa Centrale, dall’Afganistan. Poi ci sono anche gli arrivi via terra che l’Italia percepisce in maniera minore e l’opinione pubblica non vede, mancando l’aspetto drammatico dello sbarco. La maggior parte delle persone che arrivano in Italia fuggono da conflitti interni o internazionali e rientrano nella protezione sussidiaria secondo le direttive europee”. Si tratta di numeri elevati, sottolinea Schiavone, perché “viviamo in una condizione di conflitto esteso a livello planetario”.

Un contesto che, in realtà, dovrebbe farci stupire per i così pochi arrivi. “Nonostante questa presenza di conflitti – spiega -, la presenza di vittime è molto bassa nel nostro paese. Abbiamo poco più di un richiedente asilo ogni mille abitanti”. Numeri che non sono quelli di una emergenza, spiega Schiavone, se non “costruita anche dalle immagini, come quelli delle stazioni di questi giorni. C’è una sovraesposizione di questi eventi rispetto a quello che è veramente il paese. Se qualcuno mi chiedesse se in Italia ci sono tanti rifugiati, risponderei che l’Italia è vuota”.

Dove vanno

La maggior parte delle domande di asilo si concentrano in cinque aree dell’Unione europea: Germania, Francia, Gran Bretagna, Svezia e il cosiddetto Benelux. “Ma in Europa il grandissimo problema è che abbiamo un continente totalmente disomogeneo – lamenta Schiavone – in cui grandi paesi hanno pochissime domande, come ad esempio la Spagna che lo scorso anno ha raccolto poco più di 7 mila domande, un dato sconcertante di cui nessuno parla. Altri paesi piccolissimi come Ungheria, Grecia e Bulgaria, invece, hanno un numero spropositato di persone”. Secondo Schiavone, se di emergenza si vuole parlare, bisogna attribuirla alla Grecia dove “sono arrivate quasi lo stesso numero di persone arrivate in Italia e credo che non ci sia bisogno di commentare le differenze economiche e organizzative tra i due paesi”.

L’ostacolo più grande per il futuro, ed è chiaro ormai da tempo, è Dublino. Ma per l’Europa non sembra essere una priorità. “Per troppo tempo, e ancora oggi, l’Ue ha pensato che si potesse andare avanti con l’idea positiva di armonizzare le procedure di esame delle domande e di standard di accoglienza – spiega -, mantenendo saldo il principio che dice che il rifugiato sta dove arriva. Situazione irragionevole e irrazionale”.

Sospendere Schengen?

A chi in questi giorni ha sollevato l’ipotesi di una sospensione degli accordi di Schengen, Schiavone risponde in modo lapidario. “Queste proposte significano innestare la retromarcia della storia, significa che il percorso di unificazione dell’Unione europea non c’è più”. Le conseguenze dirette di una decisione di questo tipo, aggiunge Schiavone, potrebbero essere “terribili” ma non soltanto su frontiere e controlli. “Sono sostanzialmente incredibili dal punto di vista dell’inversione di un percorso che è quello di una lenta e inevitabile unificazione di un continente che viene fuori dalle sue lacerazioni del 900. Non sono un amante di Schengen. Si possono vedere molti limiti. Ma la caduta delle frontiere interne è un passaggio politico, sociale e psicologico sulla popolazione europea fondamentale. Il fatto che qualche politico invochi misure di questo tipo è solo sintomo della povertà politica che il continente sta vivendo oggi”.

La polizia contro i migranti

Le immagini dello sgombero avvenuto ieri nei pressi della stazione Tiburtina a Roma raccontano un clima di tensione evidente all’interno delle istituzioni nella gestione del flusso migratorio. Clima che in nessun caso può degenerare. “C’è un obbligo da parte del richiedente asilo di fornire i propri dati e sottoporsi ai rilievi foto dattiloscopici – spiega Schiavone -, ma parimenti c’è un divieto dell’uso della forza da parte delle forze di polizia. Quando quest’uso della forza si dispiega nei confronti di persone inermi è sicuramente illegittimo”. A preoccupare, però, secondo Schiavone è che ciò che alla fine passa dai media all’intera società, politici compresi.

“Ciò che è grave è che il sentire comune, ma anche l’indirizzo politico, sia italiano che dell’Ue è di forzare questi aspetti e di dire che in fondo in fondo la violenza può essere utilizzata nei confronti di queste persone. È grave. Viene comunicato alla popolazione europea che su queste persone si può fare tutto. E sono persone che non hanno commesso nessun reato, che non usano violenza nei confronti di nessuno e che semplicemente cercano di trovare una soluzione migliore per la propria vita. Certo si sottraggono ad un obbligo, ma che non presenta nessun elemento di disvalore sociale”.

Rifugiati, richiedenti asilo o irregolari?

Se dal punto di vista giuridico la situazione è ben delimitata, con tutti i suoi limiti, il tema dello status di parecchi dei “transitanti” per Schiavone è “scivoloso” e non mancano “paradossi” difficili da comprendere. “Se la domanda di asilo non viene presentata – spiega – la persona può essere considerata irregolare. Qui, però, scatta il paradosso: può essere considerata irregolare, ma non può essere espulsa nel momento in cui gli stati hanno l’obbligo di non espellere e non respingere una persona che viene da una situazione a rischio, ma si ostina a non voler chiedere protezione in quel paese per ragioni legate ad un suo percorso migratorio”.

Un “paradosso giuridico”, quello di “non poter considerare la persona un richiedente asilo secondo la procedura, perché non ha inizio e perché l’interessato non la vuole fare iniziare, mentre dall’altra parte questa persona non è un migrante realmente espellibile”. E il rischio è che la soluzione sia “che qualcuno forzi la mano, usi violenza e alla fine la domanda di asilo viene presentata”.

Impronte e foto posticipati…

Il paradosso spiegato da Schiavone inizia proprio nel momento in cui i migranti mettono piede in Italia. Secondo le norme dovrebbero esserci i rilievi fotodattiloscopici, corredati, in teoria, dalla richiesta di asilo nel caso in cui la si voglia presentare. Ma cosa accade in realtà e cosa quando il termine sperato del percorso migratorio non è l’Italia? “L’obbligo dei rilievi è previsto da un regolamento – precisa Schiavone -. La richiesta di asilo è una manifestazione di volontà. A questo corrisponde una procedura che è contemporaneamente fatta da identificazione e verbalizzazione di questa manifestazione di volontà. Dovrebbero andare insieme”.

Questo, però, nella pratica non avviene. Secondo Carla Trommino, avvocato Asgi, in Sicilia, anche per l’alto numero di arrivi, si fa solo una “preidentificazione”. “Prendono il nome e forniscono un numero – spiega – senza foto segnalamento, poi vengono messi sugli autobus e smistati nei vari centri. Per le impronte si rimanda a una fase successiva, cioè quando arrivano nei centri”. Ed è in questi passaggi che spesso di creano gli spazi per poter proseguire il viaggio senza essere identificati.

Diverso il caso in cui, dopo il fotosegnalamento, non viene presentata la domanda di asilo. “In questo caso sarei considerato un migrante irregolare e potenzialmente espellibile, con un decreto di espulsione che naturalmente viene dato e a volte no e che in genere si tramuta soltanto in un pezzo di carta. Rientriamo nel paradosso di prima”.

Quando scatta “Dublino III”

Cosa succede invece se dopo il fotosegnalamento si va in un altro paese? “Scatta Dublino III – precisa Schiavone – che prevede che il richiedente asilo transitato da un altro paese dove non ha presentato domanda d’asilo, ma l’ingresso irregolare può essere dimostrato, dovrebbe tornare nel primo paese”. Ma anche qui una cosa sono le regole, altri i fatti, e “buona parte di questi richiedenti asilo non vengono trasferiti per via delle procedure farraginose, perché i tempi non vengono rispettati o perché le persone si sottraggono tenacemente a queste imposizioni”. Così, mentre si aspetta che i paesi membri trovino un accordo sull’agenda Ue per l’immigrazione, in Europa si fa il contrario di quello che si dice. “Ciò che si vede è che quando un sistema giuridico è costruito radicalmente contro la logica dei fatti, non funziona – conclude Schiavone -. La legge in un sistema democratico funziona solo nella misura in cui non contrasta radicalmente con l’evoluzione sociale”. (ga)

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