lunedì 16 Settembre 2019

Cisgiordania: morto il padre del piccolo Ali

Cisgiordania: morto il padre del piccolo Ali

Nell’incendio della loro casa in Cisgiordania appiccato da coloni era morto Ali. Stanotte anche il padre. Ancora in ospedale la madre e il fratellino di 4 anni

di Marina Zenobio

Palestina

Non ce l’ha fatta il trentaduenne Saad Dawabsheh, il padre del piccolo Ali ucciso a 18 mesi nell’incendio doloso della sua casa appiccato da coloni israeliani a Douma, vicino Nablus, nord della Cisgiordania. Anche il papà è morto questa notte dopo una lunga agonia di sette giorni per le ustioni riportate sull’80 per cento del corpo. Era stato lui a mettere in salvo l’altro figlio, Ahmad, di 4 anni, e la moglie Riham, ma non riuscì a portare fuori il piccolo Ali. Ahmad e Riham Dawabsheh sono ancora ricoverati in condizioni critiche nel centro medico israeliano di Soroka, dopo un primo ricovero nell’ospedale di Nablus non sufficientemente attrezzato per intervenire su ustioni così gravi. La notizia è stata data dal fratello dell’uomo attraverso l’emittente al-Jazeera.

Meir EttingerL’attacco degli estremisti israeliani alla casa palestinese della famiglia Dawabsheh è stata una azione di rappresaglia alla demolizione di alcuni edifici nella colonia di Bet El, vicino Ramallah, ordinata due giorni prima dalla Corte suprema israeliana.
Lo Shin Bet, i servizi segreti israeliani, hanno arrestato per l’attacco di Douma tre coloni israeliani, uno dei quali membro del gruppo estremista Kach. Si tratta di Meir Ettinger (nella foto), nipote di Meir Kahane, fondatore del gruppo anti-palestinese e razzista Kach.

I tre sono in detenzione amministrativa in attesa della formulazione delle accuse, riporta Nena News che ricorda comunque che la detenzione amministrativa è la nota misura cautelare abusata dal sistema giudiziario israeliano nei confronti dei palestinesi: prevede l’arresto e la detenzione per motivi di sicurezza, senza accuse ufficiali né processo. Ad oggi sono 379 i palestinesi detenuti in un carcere israeliano in detenzione amministrativo, su un totale di quasi 6mila prigionieri politici.

Una mossa, questa di Tel Aviv, il cui obiettivo è di dimostrate alla comunità internazionale sdegnata per l’attacco di Douma, che il governo di Netanyahu ha nel mirino il “terrorismo ebraico”. Ma i legali sono già all’opera per dimostrare l’estraneità dei tre accusati ai fatti. Yuval Zemer, avvocato di Ettinger, ha già dichiarato che non esisto prove che colleghino il suo assistito all’incendio.

Il mantra del governo israeliano è ora quello della “tolleranza zero”, ma l’incendio della casa palestinese di Douma è stato solo l’ultimo attacco da parte dei coloni contro la popolazione palestinese. Una violenza strutturale portata avanti da anni con crimini odiosi compiuti da gruppi estremisti, razzisti e nazionalisti nei Territori occupati. Da anni i palestinesi denunciano le vessazioni dei coloni, dalle aggressioni fisiche alle persone agli incendi di campi coltivati e oliveti, dagli attacchi contro simboli cristiani e musulmani agli omicidi. Denunce che finiscono nel vuoto: secondo l’organizzazione israeliana Yesh Din, “solo l’1,9% delle denunce presentate portano all’apertura di un’inchiesta e all’identificazione dei responsabili”.

 

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