La sporca guerra di Israele contro le ONG

La sporca guerra di Israele contro le ONG

Due nuovi disegni di legge alla Knesset rilanciano l’offensiva di Israele contro le organizzazioni per i diritti umani

di @silestminuit

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Le ONG che si occupano di diritti umani in Israele e nei territori occupati sono una spina del fianco per il potere statale, perché sono una fonte di informazione e di denuncia del sistema di apartheid creato dallo Stato ebraico.

Per questo da anni ormai i vari governi israeliani sono impegnati in un’offensiva contro di esse che utilizza due strategie differenti ma convergenti: la delegittimazione indiretta attraverso la disinformazione via internet e sui media e la messa a punto di leggi che ne intralciano l’attività e ne minano l’efficacia.

In particolare su questo secondo aspetto la Knesset, il parlamento israeliano, dovrà presto esprimersi su due disegni di legge che preoccupano le ONG israeliane per la difesa dei diritti umani, che pur essendo minoritarie hanno un forte potere di denuncia, perché create da cittadini israeliani che si rifiutano di accettare l’ideologia razzista e bellicista di Netanyahu.

Ma, più in generale, questa offensiva contro le ONG inquieta i commentatori perché rappresenta un ulteriore passo verso l’autoritarismo e un bavaglio a una parte della società civile di Israele che non si arrende ai soprusi quotidiani contro la popolazione palestinese:

In Israele, è inequivocabile: in questi ultimi anni la destra ebraica in Israele ha lanciato una guerra politica volta a frenare la capacità della società civile e delle organizzazioni dei diritti umani di operare. Esse forniscono troppe informazioni su come il governo israeliano opera, che si tratti di esporre il regime di apartheid che esiste nei territori occupati o di mostrare come il governo israeliano stia redistribuendo la ricchezza in modo che la millesima parte abbiano di più a scapito di tutto il resto della società. (fonte)


1. “Hasbara”: la disinformazione corre sul web

Con il termine ebraico hasbara ci si riferisce

all’impegno nelle pubbliche relazioni volto a diffondere all’estero informazioni positive o propaganda sullo Stato di Israele e le sue azioni. Il termine è usato dal governo israeliano e dai suoi sostenitori per descrivere gli sforzi per spiegare le politiche del governo e promuovere Israele a fronte di stampa negativa e per contrastare ciò che viene visto come delegittimazione di Israele nel mondo. Hasbara significa “spiegazione” ed è anche un eufemismo per propaganda. (fonte)

Una strategia di propaganda volta a “ripulire” l’immagine di Israele, sporcata da una politica di apartheid che — soprattutto nei paesi europei- ha portato l’opinione pubblica a considerare in modo negativo il paese, come mostra per esempio un sondaggio annuale svolto per conto della BBC:

Israele continua a essere la quarta nazione vista nel modo più negativo, nonostante un miglioramento di tre punti nei suoi ratings positivi (24%) e un declino nei suoi ratings negativi al 50% (giù di due punti) che lo differenziano dalle peggio quotate nazioni.

Si capisce quindi l’importanza che lo Stato di Israele accorda all’hasbara, tanto da spingere l’esercito israeliano a creare una divisione dedicata alla “diplomazia militare” per fare fronte in tempi di combattimento alle campagne di “delegittimazione” contro Israele portate avanti dai palestinesi e dagli “attivisti radicali”.

Sono inoltre sempre di più le istituzioni accademiche che hanno introdotto corsi e programmi dedicati all’hasbara, come denunciava nel 2013 The Academic Watch Project, un gruppo di studenti palestinesi attivi nelle istituzioni accademiche israeliane impegnati nella lotta contro la discriminazione all’interno del mondo accademico e le sue connessioni con l’occupazione militare e le politiche di apartheid di Israele.

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Questi corsi:

invece di promuovere il pensiero critico e l’indagine, servono a promuovere le politiche dello Stato di Israele e la ripulitura dei suoi crimini. (fonte)

Le persone così “formate” diventano degli “ambasciatori non ufficiali” di Israele nel mondo, molto attivi sul web nel “contrastare” il complotto contro Israele a suon di tweets post su Facebook e magari — in tempo di guerra — a far parte di veri e propri war center.

Come quello approntato durante i bombardamenti di Gaza nel 2013 in un’università privata, l’Interdisciplinary Center Herzliya di Tel Aviv, che aveva lo scopo di promuovere l’esercito israeliano e l’aggressione contro i palestinesi.

Il centro, coordinato dal Ministero dei media e della diplomazia pubblica, riceveva informazioni direttamente dall’esercito israeliano e dall’ufficio del Primo ministro.

Anche i sindacati studenteschi nelle università israeliane propongono programmi di hasbara: l’Unione degli studenti israeliani offriva nel 20132.000 dollari agli studenti disposti a scrivere commenti e post pro-Israele per cinque ore alla settimana.

Nemmeno Wikipedia è stata risparmiata da questo tentativo di riscrivere la realtà a favore di Israele: nel 2008 Electronic Intifada denunciava — prove alla mano- il tentativo di una organizzazione pro-israeliana di orchestrare una campagna segreta per infiltrare l’enciclopedia online a scopi propagandistici.


2. “Hasbara” contro le ONG

Uno dei principali obiettivi di questa strategia della disinformazione sono proprio le ONG, spesso le uniche realtà che riescono a denunciare le politiche oppressive di Israele nei confronti dei palestinesi.

Basta farsi un giro sul web e sui social per vedere l’hasbara all’opera anche in Italia. Fate un piccolo esperimento: mettete i due termini “Israele” e “ONG” in google e date un’occhiata ai titoli dei link proposti. Vedrete come la maggior parte facciano riferimento a articoli che accusano le ONG di “demonizzare” Israele e di “delegittimarlo” in modo fazioso, diffondendo notizie false e poco accurate.

Uno di questi articoli, un evidente tentativo di delegittimare le ONG per i diritti umani, è stato analizzato qui. Il sito che lo ospita è quello di Rights Reporter, una “organizzazione non-profit totalmente indipendente” che si occupa di informazione su Medio oriente e Africa e si basa su fonti di informazione piuttosto originali, gli “attivisti della verità”:

Le nostre fonti di informazioni sono le persone, gli attivisti, i cooperanti, i semplici cittadini che vogliono far conoscere la verità.

Le firme in calce agli articoli sono palesemente inventate, mentre è impossibile sapere quali siano le fonti di finanziamento (che permettono tra l’altro di sostenere un sito secondario in inglese) di questo portale di “informazione” rabbiosamente anti-palestinese. Un link rimanda a un’altra associazione non-profit ombrello, la SP media, di cui però non è dato sapere nulla.

Tutto questo puzza lontano un miglio di propaganda organizzata e dihasbara, promossa e finanziata da Israele.

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3. ONG contro ONG

A furia di leggere articoli contro le ONG che “infangano” Israele e teorie complottistiche varie veicolate da siti filo-israeliani, si finisce per farci il giro e scoprire che si tratta sempre delle stesse (poche) argomentazioni riciclate da altri siti e da fonti di “informazione”, anche queste sempre più o meno le stesse.

Una delle più attive nel fornire argomenti alla crociata contro le organizzazioni per i diritti umani è l’ONG di destra israeliana NGO Monitor, che

fornisce informazioni e analisi, promuove la responsabilità, e sostiene la discussione sui rapporti e le attività delle ONG (organizzazioni non governative) che affermano di promuovere i diritti umani e programmi umanitari.

In realtà, dietro a una facciata di neutralità la sua principale attività consiste nell’attaccare frontalmente le ONG che operano in Palestina e denunciano quotidianamente la politica di apartheid di Israele, comeAmnesty International o B’Tselem.

La principale accusa rivolta da NGO Monitor è che queste organizzazioni, sostenute da finanziamenti esteri, non farebbero che diffondere una immagine distorta di Israele nel mondo e sarebbero unilateralmente favorevoli alle rivendicazioni palestinesi.

Spiega la rivista online +972

Questo è un punto importante: la campagna contro i gruppi di difesa dei diritti umani in Israele è fatta in nome della retorica secondo la quale bisogna “prevenire l’influenza straniera” e quindi “difendere la democrazia locale”, ma gran parte del lavoro della destra in Israele è finanziato dall’estero — in particolare, ma non esclusivamente, da ebrei americani e sionisti cristiani — per non parlare dell’elemento più importante nella formazione del dibattito politicio, il tabloid gratuito Israel Hayom di Sheldon Adelson, il giornale più letto in Israele. Israel Hayom era ed ancora è un’operazione in perdita, il cui unico scopo è quello di manipolare l’opinione pubblica in favore della destra.

E su questo naturalmente niente dice NGO Monitor, che sorvola molto diplomaticamente sulle fonti di finanziamento delle ONG di destra e sulle proprie che — oltre ad essere piuttosto oscure- sono sicuramente in gran parte “straniere”, come dimostra lo stesso articolo citato di +972.

In un rapporto del 2013 dell’ Alternative Information Center (AIC) sui “finanziamenti privati all’ideologia di destra in Israele”, l’economista israeliano Shir Ever scriveva:

Le organizzazioni di destra pagano salari gonfiati ai membri di alto livello, ricevono la maggior parte del denaro da donatori americani e implementano attività per l’espansione coloniale in Cisgiordania, promuovono l’ideologia di destra in Israele, delegittimizzano le organizzazioni di sinistra e per i diritti umani e assicurano privilegi agli ebrei a sfavore dei palestinesi. Una delle organizzazioni ha offerto premi in denaro ai soldati che hanno disobbedito all’ordine di evacuare dei coloni. Alcune portano avanti i loro progetti con il pretesto di attività culturali, umanitarie o accademiche. Alcune insistono a dire di non essere politiche.(fonte)

Ma la cosa forse più inquietante sono i legami che NGO Monitor e altre organizzazioni simili — tra le altre Im Tirzu e Shurat HaDin– hanno con il governo israeliano.

Secondo Yossi Gurvitz, Netanyahu starebbe cercando di serrare i ranghi all’interno, inondando il dibattito pubblico in Israele di informazioni false che paiono provenire da fonti indipendenti e non collegate a lui e al suo governo -ma che in realtà lo sono- allo scopo di discreditare le organizzazioni della società civile.

In altre parole, queste organizzazioni legate al governo hanno adottato la stessa identica tattica di cui accusano le ONG per i diritti umani: la manipolazione. Nel senso che dicono di portare avanti un’agenda nello stesso momento in cui — usando vari nomi- stanno perseguendo un obiettivo completamente diverso e inquinano il dibattito pubblico in modi che sarebbero impossibili attraverso un intervento diretto del governo.

La loro influenza è tale che — scrive l’economista israeliano Shir Ever- esse

determinano l’agenda del parlamento israeliano. Inoltre, il governo le autorizza a rappresentarlo in occasioni diplomatiche, a produrre contenuti usati poi dal Ministero degli Esteri, a organizzare meeting ed eventi e a gestire progetti con conseguenze politiche di lungo termine. Le Ong di destra sono lo specchio della politica di privatizzazione che il governo israeliano utilizza nell’ambito dell’hasbara, la diplomazia pubblica e la propaganda.

Secondo una interessante intervista a un attivista per i diritti umani resa pubblica dall’ONG Civicus lo scorso settembre, questa strategia ha dato i suoi frutti in Israele:

L’atteggiamento ostile dei ministri e dei parlamentari nei confronti delle organizzazioni della società civile è ampiamente penetrato ne discorso pubblico israeliano.

preparando il terreno per due iniziative legislative che mirano a ridurre l’efficacia delle ONG per i diritti umani attive in Israele e Palestina.


4. Due leggi contro le ONG

Il governo israeliano è evidentemente ossessionato dall’attività di denuncia delle ONG, cosciente del fatto che la popolarità di Israele nell’opinione pubblica mondiale è ai suoi minimi storici.

Tanto che la ministra della giustizia israeliana Ayelet Shaked ha rivelato in una recente intervista al Jerusalem Post che quando incontra i suoi omologhi in giro per il mondo fornisce loro la lista delle ONG “anti-israeliane”, chiedendogli di intervenire per chiudere i rubinetti dei finanziamenti.

Nella lista che Ayelet Shaked ha mostrato al ministro della giustizia spagnolo Rafael Catala Polo in luglio erano incluse sei ONG finanziate dallaSpanish Agency for International Cooperation (AECID). Tra quelle israeliane citate c’era anche Breaking the Silence, una organizzazione composta da ex soldati dell’esercito che criticano le politiche del governo nella West Bank.

La ragione della richiesta del ministro della giustizia di interrompere i finanziamenti?

Il gruppo è impegnato nel promuovere accuse di crimini di guerra presso l’UE e l’ONU.

Le altre ONG sono invece accusate di essere coinvolte

nella retorica dell’apartheid e nel sostegno ad azioni legali

contro Israele.

Un ministro della giustizia che chiede di punire organizzazioni per i diritti umani perché esprimono critiche nei confronti del governo israeliano non è un sintomo di buona salute della giustizia israeliana.

Eppure fino ad ora a causa della loro natura antidemocratica e del danno potenziale che potevano infliggere all’immagine di Israele all’estero, le proposte di legge tese a limitare radicalmente l’attività delle ONG sono finite in un cassetto. Con qualche eccezione:

la “Legge sull Nakba” — che minaccia di togliere finanziamenti pubblici alle organizzazioni che commemorano la Nakba palestinese — e la “Legge sul boicottaggio”, che autorizza le compagnie a denunciare individui e organizzazioni che chiamano al boicottaggio di Israele e dei prodotti delle colonie.

Un atteggiamento prudente che — secondo Noam Sheizaf— dipende dalla necessità di Israele di accedere ai finanziamenti dell’UE, con la quale nel 1995 ha firmato un accordo che ancora oggi è alla base delle relazioni commerciali tra i due partners. Accordo che all’articolo 2 parla di

rispetto dei diritti umani e dei principi democratici.

Ora però vi sono due progetti di legge presentati alla Knesset che si propongono di mettere il bavaglio alle ONG israeliane che difendono i diritti umani.

Lo spiega Sylvain Cypel, ex membro della redazione di le Monde in unarticolo apparso sulla rivista online Orient XXI

Il primo è stato presentato da Yinon Magal, deputato del partito HaBayit HaYehudi, il cui leader Naftali Bennett è un religioso, feroce partigiano della colonizzazione e del pugno di ferro contro i palestinesi.

Scrive Cypel:

Magal propone di identificare tutte le ONG che ricevono più di 50.000 dollari (40.000 euro) di contributi da una “entità politica estera” come un “agente straniero”. Una “entità politica estera”, secondo la legge israeliana, è un’organizzazione che ottiene i propri ricavi per un 51% o più da finanziamenti pubblici non israeliani. Pertanto, una organizzazione definita come “agente straniero” sarebbe obbligata ad indicare in tutta la corrispondenza questa caratterizzazione. Sarebbe confrontata al rifiuto legale di tutte le agenzie statali a collaborare con lei e sarebbe soggetta a una tassazione del 37% dei fondi che raccoglie (contro lo zero attuale).

Un’altra proposta di legge, sempre depositata da un deputato di HaBayit HaYehudi,

Obbligherebbe le organizzazioni “agenti stranieri” ad apporre un imponente etichetta di identificazione che ricordi la loro natura su ogni lettera, pubblicazione, documento o volantino diffusi.

In entrambe le proposte di legge — spiega Cypel — non vi è alcuna menzione specifica alle ONG di difesa dei diritti umani. Ma è evidente come frenare la loro attività sia l’unico scopo di questi disegni di legge, dal momento che solo loro potrebbero esserne vittime. Infatti le associazioni che sostengono o organizzano la colonizzazione dei territori palestinesi non ricevono sostegno finanziario dall’estero.

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Il giornalista spiega come

In fondo, i promotori di queste leggi mascherano poco il loro obiettivo: mettere a tacere le uniche ONG e le organizzazioni della società civile (OSC) israeliane che lottano contro la colonizzazione della Palestina.

Queste sono sempre di più e sempre più combattive: Machsom Watch, movimento delle donne che protestano davanti ai check point imposti dall’esercito alla popolazione araba di Cisgiordania; Breaking the Silence, che raggruppa ex militari che denunciano le violenze dell’esercito nei territori occupati; Ta’ayush (“vivere insieme” in arabo), che riunisce centinaia di giovani ebrei e arabi per l’aiuto ai palestinesi, per non parlareB’Tselem, la principale organizzazione per la difesa dei diritti umani (fondata nel 1989 durante la prima intifada) e altre associazioni minori (Medici per i Diritti umani, Rabbini per i Diritti umani, ecc.). Organizzazioni che insieme, riuniscono alcune migliaia di militanti regolari o occasionali e che rappresentano per il governo di destra di Israele una vera spina nel fianco per la loro autorevolezza e la loro capacità di denuncia.

Secondo l’ONG CIVICUS questi due progetti di legge

si propongono di limitare l’accesso vitale ai finanziamenti internazionali (fonte)

i quali saranno tassati al 37%, ciò che diminuirà in modo significativo l’entità degli aiuti ricevuti, mentre

Le autorità israeliane applicano l’esatto opposto approccio nella relazione con le Ong di destra, garantendo loro esenzioni fiscali e autorizzandole a rappresentare Israele e ad aderire a progetti finanziati dal governo. (fonte)

Una mossa pericolosa, che denota secondo Sylvain Cypel la debolezza di Israele:

Se oggi queste ONG sono l’obiettivo di un attacco ciò dipende dal fatto che la leadership politica del paese, così come la sua popolazione ebraica, si sente sempre più isolato a livello internazionale.

silestminuit@hushmail.com

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3 Comments

  1. Avatar
    raffaele

    Se ci fosse la stessa attenzione per il resto del mondo sareste credibili, ma quando mettete sotto la lente di ingrandimento solo Israele allora mi devo chiedere se è la vostra ideologia a parlare. A parti invertite, ritenete che ci sarebbe stato un solo ebreo vivo in quella che gli inglesi hanno chiamato Palestina?
    Posso ricordarvi la Cecenia, Armenia, Curdistan, Tibet, Corea del Nord, Cipro occupata parzialmente dai Turchi,
    ed il casino siriano, iracheno, afgano, pachistano, e via scorrendo? I morti ammazzati non si pesano a chili, ma
    qualche differenza ci sarà pure o è pericoloso coprire eventi di paesi dove è probabile beccarsi una coltellata
    tra le costole se non la galera, quella vera.
    Fatemi sapere.

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  2. Avatar
    Dimitri

    Mai lette tante cazzate tutte insieme. Ma se ci tenete tanto ai palestinesi perché non andate a vivere a gaza? Portatevi le vostre mogli così sperimentano come vengono trattate le donne, portateci i vostri figli così quando vedranno i loro coetanei che non sono mussulmani si beccheranno qualche coltellata e soprattutto andateci anche Voi così come molti dei nostri attivisti che sono stati uccisi dai salaffiti e dai palestinesi sperimenterranno la persecuzione, il razzismo e l’oscenità intellettuale dei palestinesi. E se qualcuno vi ammazza? Non vi preoccupate a chi lo ha fatto non gli succederà quasi niente non si farà più di due anni di carcere come hanno fatto gli assassini del compagno Arrigoni. Per aver violato la libertà di stampa a Gaza vi è la pena di morte ma sè uno uccide qualcuno delle org di cui facciamo parte non corre quasi nessun rischi. Che siate antisemiti capisco ma non condivido ma che Vi schierate con dei fascisti come i palestinesi non è né accettabile e né è comprensibile.

    Reply
  3. Avatar
    Silestminuit

    È interessante vedere come nessuno dei due commenti porti argomenti specifici sul tema trattato dal mio articolo. Questa non è che una conferma della debolezza della riflessione di chi si schiera senza se e senza ma dalla parte dell’oppressore: Israele. E mostra anche come gli “ideologici” siano proprio quelli che quando si esemplifica con dovizia di particolari la ributtante politica di un governo para-fascista non riescono a far altro che coprirsi gli occhi. E ripetere il mantra: io sto con Israele…

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