domenica 15 Dicembre 2019

Via da Varese l’ex pm del caso Uva

Via da Varese l’ex pm del caso Uva

Trasferimento disciplinare per Agostino Abate, ex pm nel caso Uva. Il Csm lo incolpa per una serie di illeciti che hanno minato la credibilità della Procura di Varese

di Checchino Antonini

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Trasferimento disciplinare per Agostino Abate, ex pm del caso Uva, protagonista della controversa fase in cui si voleva declinare quel caso solo in termini di colpa medica. Ora è stato trasferito dal Csm in via cautelare a Como. Una decisione che il Csm ha preso per motivi di opportunità, in attesa del giudizio nel merito nel procedimento avviato nei suoi confronti.

Abate, come si apprende dalla sentenza ordinanza del Csm, è incolpato di varie cose. Perché, in violazione dei doveri di diligenza e laboriosità, nonché di specifiche prescrizioni di legge, ha omesso o ritardato ingiustificatamente atti relativi all’omicidio di Lidia Macchi, avvenuto il 5 gennaio 87, arrecando indebito vantaggio all’ignoto autore del reato in questione affievolendone le possibilità di identificazione. Perché ha tenuto un comportamento gravemente scorretto nei confronti di una collega dello stesso ufficio e anche nei confronti del Procuratore della Repubblica di Varese.

«Pur ritenendo non giusta tale decisione, verso la quale eserciterò i diritti previsti – ha spiegato il pm – ho il dovere di rispettarla. Sosterrò le mie ragioni nelle sedi competenti, sicuro che il Consiglio superiore accerterà nel merito l’inesistenza dei rilievi mossi». «Tardi, troppo tardi», commenta Fabio Anselmo, legale della famiglia Uva fino allo scorso anno. A causa delle indagini sul caso Uva il pm, che chiese l’archiviazione per 2 carabinieri e 6 agenti di polizia attualmente sotto processo con l’accusa di omicidio preterintenzionale, in passato era stato al centro di polemiche, di esposti da parte dei familiari dell’operaio, convinti che l’uomo avesse subito violenze in caserma, e di un’azione disciplinare avviata dall’allora ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri. Nel 2014 l’allora procuratore di Varese facente funzioni, Felice Isnardi, gli tolse il fascicolo. Ma il caso Uva non c’entra direttamente con il provvedimento disciplinare. C’è invece l’inchiesta sull’omicidio di Lidia Macchi, una studentessa accoltellata in provincia di Varese nel 1987. Nel novembre 2013 la Procura generale di Milano avocò il fascicolo, disponendo nuovi accertamenti che portarono all’ iscrizione nel registro degli indagati di Giuseppe Piccolomo, già condannato all’ergastolo per il cosiddetto ‘delitto delle mani mozzate’, l’omicidio della pensionata Carla Molinari, nel 2009 a Cocquio Trevisago (Varese). «In violazione di doveri di diligenza e laboriosità nonchè di specifiche prescrizioni di legge in tema di finalità delle indagini preliminari», si legge in un passaggio dell’ordinanza del Csm, relativa al caso Macchi, il Pm Abate «ha omesso o ritardato ingiustificatamente di compiere atti che gli incombevano». «Con una serie di comportamenti improntati a gravi violazioni di legge e inescusabile negligenza – ha proseguito il Csm – ha arrecato indebito vantaggio all’ignoto autore del reato in questione affiovelendone la possibilità di identificazione».

«Con specifico riguardo ai fatti per cui si procede – conclude la sentenza ordinanza – si deve osservare che si tratta di condotte intimamente connesse allo svolgimento delle funzioni requirenti e suscettibile di determinare grave compromissione ambientale, minando il prestigio del magistrato e della funzione da lui svolta nella sede di Varese». «La lettura combinata degli illeciti contestati (…) delinea il quadro di un magistrato che concepisce la funzione come esplicazione di una sua libera determinazione e non come attività inquadrata in un preciso sistema normativo di riferimento processuale e organizzato». Secondo il Procuratore della Repubblica, Abate nel tempo ha tenuto condotte suscettibili di minare la serenità e la credibilità dell’ufficio.

Agostino Abate era pm a Varese dal 1984. Periodo in cui, anche in qualità di applicato alla Dda, ha condotto inchieste sulla criminalità organizzata e la ‘tangentopolì varesina. «L’ambito e la portata delle indagini istruite e gli esiti dei processi svolti sono noti – spiega il magistrato in un comunicato – ho sempre difeso la totale autonomia e l’indipendenza di giudizio e nessuna parte lesa ha goduto di privilegi, nessuna persona indagata ha potuto condizionare le mie decisioni». Abate ha sottolineato che «il mio dovere era ed è di resistere alle ripetute ingerenze, anche estranee e mediatiche, incurante delle pressioni di ogni tipo subite negli ultimi anni», ha ribadito, spiegando di non aver mai permesso «che condizionassero le decisioni delle indagini» e di essersi «opposto alle improprie richieste di quelle parti processuali che pretendono di scegliersi il pm istruttore del procedimento che li riguarda».

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