Grecia ferma. Primo sciopero generale dell’era Tsipras

Grecia ferma. Primo sciopero generale dell’era Tsipras

In corso in Grecia il primo sciopero generale da quando governa Syriza. In arrivo tagli delle pensioni e il congelamento degli stipendi. Non pervenuto il piano parallelo di Tsipras per i greci più poveri

di Giulio AF Buratti

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In corso in Grecia lo sciopero generale, il primo dalle elezioni di Alexis Tsipras lo scorso gennaio, il primo contro il terzo memorandum imposto dal governo di Syriza e Anel, il quarantunesimo da quando il paese è stretto nella trappola della Troka, dal 2010.

Oltre ai sindacati GSEE e ADEDY, partecipano allo sciopero il PAME, Antarsya, Unità Popolare e la stesso Syriza: un comunicato del Dipartimento per le Politiche Lavorative del partito chiama allo sciopero contro le politiche del suo stesso governo. I trasporti pubblici operano a singhiozzo, la metro di Atene è ferma e i traghetti sono rimasti nei porti, interrompendo i collegamenti con le isole. Chiusi anche i musei, le scuole e le farmacie mentre gli ospedali garantiscono solo i servizi di emergenza. Ad Atene sono previste due manifestazioni per protestare contro l’austerity e il terzo programma di salvataggio.

«Tsipras assaggia il gusto della rabbia di quelli che pagano il conto della sua resa», scrive Carlo Formenti a proposito del primo display di resistenza di massa alle politiche neoliberiste che il premier di sinistra ha scelto di perseguire. Si protesta contro i tagli alla spesa e gli aumenti delle tasse. “L’inverno sta per essere esplosivo e questo segnerà l’inizio”, ha detto alla vigilia Grigoris Kalomoiris, uno dei leader del sindacato dei dipendenti pubblici Adedy.

“Quando il salario medio è già stato ridotto del 30%, quando i salari sono già inaccettabilmente bassi, quando il sistema di sicurezza sociale è a rischio di crollo, non possiamo stare fermi”.

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Lo sciopero, scrive l’inglese Guardia, aumenterà la pressione su Alexis Tsipras che aveva stravinto le elezioni di gennaio giurando di voler bloccare l’austerità e poi ha rivinto a settembre promettendo che, se fosse stato lui a gestire l’inevitabile memorandum triennale, avrebbe varato un piano parallelo per ammortizzarne gli affetti sulla qualità della vita dei greci più poveri. Petros Constantinou, un membro di spicco di Antarsya ha detto al Guardian che «la nostra rabbia sarà implacabile».

Ha destato scalpore l’appello di settori di Syriza alla partecipazione di massa “contro le politiche neoliberiste e il ricatto da centri finanziari e politici all’interno e fuori della Grecia”. Molti suoi dirigenti cercano di esibire un certo grado di autonomia dal governo, cercano di non scollare il partito dai ceti popolari. Nelle prossime settimane saranno ulteriormente tagliate le pensioni e congelati gli stipendi.

Seduto nel quartier generale di Adedy, pareti degli uffici ricoperte di manifesti antiausterità, Kalomoiris, fuoriuscito da Syriza per unirsi a Unità popolare a luglio – accusa il governo di ipocrisia. La Grecia non può affrontare il default ma la crisi, dice, è tutt’altro che finita. La prospettiva di pignoramenti di casa per i greci che no riescono a stare alla pari con le rate dei mutui è un altro elemento incendiario in un clima già al punto di ebollizione. “Syriza – si legge ancora sul Guardian – può ora tentare di salvare la sua anima, ma è tornata indietro rispetto a tutte le sue promesse».

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