venerdì 18 Settembre 2020

Parigi, il sangue è di tutti

Parigi, il sangue è di tutti

Dopo i valori che autorizzano la guerra, il discorso mediatico vuole convincerci a  non aver paura. Ed invece dovremmo proprio fermarci, smettere di uscire e di consumare

di Eugenia Foddai

Tutto per la guerra! – dicevano i ministri, i deputati, i generali, i giornalisti – Sì, cominciava a dire a se stesso il soldato russo in trincea – sono tutti pronti a combattere sino all’ultima goccia … del mio sangue.

La stessa foga guerrafondaia del 1915, ricordata da Trotskij in Storia della rivoluzione russa, la troviamo nelle parole del presidente Hollande, del suo vicepresidente Sarkozy (non mi sto sbagliando) e di tutto il sistema politico e mediatico che deve trovare il modo più fruttuoso per uscire, guadagnando il massimo, dall’incubo della strage di Parigi del 13 novembre 2015.

Siamo in guerra! Ci dicono. E i francesi dovrebbero rispondere: ma noi non l’abbiamo votata, noi abbiamo votato Hollande per voltar pagina dopo l’incubo Sarkozy ed invece la pagina è rimasta la stessa con le scritte rosse del sangue dei libici, degli irakeni, dei maliani e dei siriani ed ora dei 481 fra morti e feriti sul suolo francese.

Siamo tutti vittime e carne da macello di questo sistema. Finché non alzeremo lo sguardo perso in sterili rivendicazioni religiose e identitarie, per tagliare il nodo gordiano, ci impiccheremo da soli. Solo la lotta di classe potrà cambiare lo stato di cose presente, noi non dobbiamo mai dimenticarlo!

Il galletto Hollande, gonfiando le sue piume spelacchiate, in questi anni ha disperatamente cercato un successo militare all’estero per bilanciare i fallimenti economici all’interno. Si è sempre vantato, come un bravo mercante d’armi, delle vendite di tecnologia militare francese all’estero, anche in paesi poverissimi. E i francesi sono stati zitti, complici, pavidi perché questi contratti portano lavoro e occupazione. Anche noi italiani stiamo zitti e siamo complici, pavidi, e accettiamo l’inaccettabile: siamo il paese dell’Unione Europea che esporta più armi in Israele; magari non proprio noi che ci informiamo, che protestiamo, che ci organizziamo, ma la massa sì, si sta bevendo tutto quello che gli propinano giornalisti mai come ora asserviti al potere.

I canali francesi di informazione, molto più raffinati dei nostri, sono tutti legati alla destra. Ieri su BFMTV un invitato alla mensa mediatica spiegava che la Francia è nel mirino del terrorismo dello Stato Islamico per via del suo intervento in Siria, è stato prontamente zittito dalla giornalista Ruth Elkrief che gli ha ricordato che la Francia è sempre stata sotto attacco. Non c’è storia per questa campionessa della manipolazione, solo un eterno presente. Lo spiraglio di verità doveva essere chiuso all’istante perché a nessuno venisse in mente di chiedere semplicemente il disimpegno immediato della Francia in Siria. I giornalisti di questi media sono i cani da guardia dei vampiri che succhiano il sangue di tutti: molto più importanti dei politici, degli esperti e degli economisti.

Ci parlano di valori francesi esportati a suon di armi e servizi operativi, nel 2013 questi sono aumentati del 30% rispetto al 2012, l’industria francese si è ricollegata, ha detto con orgoglio il ministro della guerra, perché non si può più parlare di difesa, con i tradizionali clienti del Medio Oriente che rappresentano il 40% dei contratti in vigore.

C’è addirittura chi si spinge temerariamente parlando di valori europei, verrebbe da chiedergli quali sono questi valori, ma subito lo stesso opinionista usa la parola magica “democrazia” e allora sì che ci viene da ridere, perché se c’è un valore che è stato cancellato dall’Unione Europea è proprio questo, siamo in un regime di dittatura e non è perché siamo liberi ancora di scrivere qualcosa di libero che diamo la dimostrazione del contrario, se fossimo letti dalle masse ci avrebbero già fatto tacere.

Dopo i valori che autorizzano la guerra, il discorso mediatico vuole convincerci a non aver paura. Sotto il monumento di Place de la République, meta di pellegrinaggio dopo la strage di Charlie Hebdo, c’è ora una scritta che piace a tutti “MÊME PAS PEUR”: non ho nemmeno paura, non ci fate un baffo, riferita naturalmente ai terroristi, perché così si chiamano quelli che terrorizzano; ed è quello che ci chiede il potere: versato il sangue di tutti, tutto deve riprendere a girare: tornate nei bistrot gente, nei caffè, nei ristoranti, nelle sale di concerto, allo stadio: vivete come prima … avanti, andiamo avanti, chi si ferma è perduto.

Ed invece dovremmo proprio fermarci, smettere di uscire e di consumare, solo allora qualcuno comincerebbe a fare due conti: conviene di più la guerra o che Parigi risplenda in tutta la sua vitalità e bellezza? Quanto il crollo del turismo parigino potrebbe far cambiare idea a questi guerrafondai sulla spinta delle proteste di chi di turismo vive? Visto che la coscienza collettiva è ottenebrata dai mezzi mediatici non ci resta che pensare e sperare che siano le condizioni materiali a decidere un cambio di politica estera alla testa di questo governo di pseudo socialisti, che aspettano solo l’occasione per cambiar nome in democratici, sempre comunque pseudo.

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