mercoledì 18 Settembre 2019

Non batteremo il terrorismo finché non affronteremo la povertà

Non batteremo il terrorismo finché non affronteremo la povertà

Parla Nessim Soltani, cugino del pastore sedicenne assassinato dai terroristi sulle montagne della Tunisia. Da lui una grande lezione per le élite di quel paese: «Sono pronto a battermi per la Tunisia!»

da wepostmag.com traduzione Eugenia Foddai

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«Mabrouk Soltani – spiega il blogger Azyz Amami – era un giovane tunisino di 16 anni, abitante del villaggio di Slatniya ai confini di Jelma, a Sidi Bouzid. Jelma è uno dei centri nevralgici “nazionali” dell’economia basata sul contrabbando”. Faceva il pastore. E’ stato sgozzato venerdì 13 novembre 2015 da alcuni terroristi dell’Isis. Al suo compagno è stato affidato il compito di portare la testa del martire fino alla sua abitazione, per consegnarla alla madre di Mabrouk. Il suo corpo è stato recuperato l’indomani dagli abitanti del villaggio. Mentre la sua testa aveva trascorso la notte in frigorifero. Questa testimonianza vi darà alcuni elementi di risposta, di analisi. Soprattutto degli elementi per comprendere»

“Sono pronto a battermi per la Tunisia e andare in montagna. Che mille tunisini muoiano! Affinché dieci milioni vivano in pace!”. Nessim Soltani, cugino del giovane pastore di 16 anni Mabrouk Soltani, assassinato vigliaccamente dai mostri che tutti conoscono, fu assassinato una seconda volta, quando per mancanza di reazione dello Stato, la sua testa fu messa nel frigorifero della madre, mentre il corpo si trovava fra le montagne, dove da bambino correva e dove ieri marciva putrefacendosi.

L’intervento del cugino sul canale televisivo generalista Nessma dovrebbe essere visto nelle scuole e diffuso ogni mattina su tutti i canali televisivi. Un’arringa storica, una costatazione cruda, sincera e commovente su ciò che lo stato tunisino ha inflitto a questi tunisini dimenticati, violati, ignorati. Tunisini che non vivono degnamente ma che sopravvivono penosamente il quotidiano e fanno del loro meglio per non morire. La sua testimonianza è meglio che cento discorsi, cento studi. Stabilisce con le sue parole e basandosi sulla sua vita, i più grandi fallimenti dello stato tunisino. Una vera lezione di vita.

Si doveva arrivare fino a questo, per comprendere che la miseria è dura da vivere anche al sole? Bisognava che la disperazione fosse tale da arrivare al punto che Nessim commuovesse in 15 minuti tutta la Tunisia?

Ritorno sui punti più importanti del suo discorso: i più significativi. Copy-of-LE-HARD-ROCK-CAFE-SUR-LE-POINT-D’OUVRIR-CINQ-ÉTABLISSEMENTS-EN-TUNISIE-1

–       L’istruzione « Sono un ignorante, non sono nemmeno capace di parlare (…) Ho saputo delle frontiere tunisine con la Libia e l’Algeria solo da poco, quando vedo uno scolaro il mio cuore si spezza»  e continua:« Io lavoro per pagare la scuola ai miei fratelli e alle mie sorelle, non ho potuto procurargli che dei quaderni, si fanno sempre picchiare dal loro maestro, escludere … »

La povertà è anche abbandono scolastico, ricordiamo che le statistiche del Ministero dell’istruzione hanno comunicato che 360.000 studenti tra i 6 e i 18 anni non hanno mai iniziato gli studi.

Ricordiamo che punire uno studente perché non ha i mezzi per comprare i libri è vietato così come toccarlo fisicamente o picchiarlo. Inoltre punire uno studente impotente rispetto alla sua povertà rileva di una vigliaccheria e di una mancanza di pedagogia innegabili. Quanti studi sono stati fatti sulla necessità e l’importanza della scolarizzazione? Quanti villaggi sono interessati? Nessuno lo sa. Il punto di partenza del problema è il maestro che non è stato ben formato, poi il Ministero dell’istruzione che è visibilmente molto più impegnato rispetto alle problematiche delle scuole delle grandi città mentre dimentica i bambini picchiati altrove, cioè nelle regioni interne del paese.

«La mia nazionalità la considero e la vedo solo sulla mia carta d’identità. Non ne ho coscienza»:  Non sa come votare. Nella sua regione non ha mai visto dei responsabili politici, Nella sua regione, gli abitanti non hanno né acqua potabile né strade. Duecento famiglie in stato di necessità totale, che non dispongono nemmeno del quantitativo minimo di beni e di servizi che permettano una vita normale. Cosa li può far sentire tunisini? Quali sono i loro diritti? In realtà gli undici milioni di tunisini cominciano a chiederselo. Eppure per questa Tunisia che gli ha preso tutto è pronto a sacrificarsi, così come la maggioranza dei tunisini.

Sicurezza nazionale :

– «Sono qui dal periodo del Ramadan, tra le montagne. Sono uno ventina e sono armati. Siamo stati minacciati dai terroristi! Mabrouk li ha incontrati tra le montagne e lo stato sapeva che c’erano dei terroristi». Saranno stati confusi con degli sportivi o degli escursionisti. Comunque quegli uomini armati hanno avuto il tempo di installarsi, di stabilire da mesi un circuito di contatti tra le montagne senza alcuna reazione del governo.

– «Non dobbiamo abbandonare i villaggio perché è quello che vogliono »  Mentre altri sarebbero partiti, Nessim Mabroukha ha capito che i villaggi sono una protezione. Partire vorrebbe dire lasciargli il terreno per svilupparsi, per crescere. E continua:« Perché avete tolto la caserma che c’era? » Sì, perché dopotutto? E’ un errore strategico che ha a che fare con la sicurezza nazionale! «Riaprite la caserma, altrimenti noi ci vendicheremo sul nostro territorio e se non sarà con l’aiuto dell’esercito, lo faremo da soli, con le nostre mani, tutti gli uomini del villaggio sono pronti a morire. E’ normale che i militari fuggano davanti ai terroristi?! Che muoiano un milione di Tunisini affinché dieci milioni vivano in pace! » Questi sono giovani che chiedono di partecipare alla guerra contro il terrorismo, che chiedono di battersi per la pace e per i colori della loro bandiera nazionale, per un paese che non gli ha dato nulla in fin dei conti. Se non si farà nulla, sarà la prova provata che non c’è nessuna volontà politica al riguardo.

– «Possono comprarci se lo vogliono, sì lo possono! » Concetto cardine del discorso di Nessim, che svela con una semplicità incredibile, cosa ha spinto i nostri giovani ad andare in Siria e chi li spinge a uccidere e a tagliare le teste. Nessim questo lo dice levando il dito verso Dio, parlando di ciò che è sacro e che alcuni hanno politicizzato e utilizzato per mantenerli nell’ignoranza. L’ha fatto su una televisione all’ora del massimo ascolto in un paese arabo. Che degli apprendisti terroristi possano essere reclutati fra i poveri, è un dato di fatto . Bisogna sapere che quando si semina la disperazione si raccoglie fatalmente la violenza, il terrorismo. Noi non vinceremo la guerra contro il terrorismo fino a che non affronteremo il problema della povertà, partendo dalle radici del malcontento. Nessim non ha parlato solo di questo, ha parlato di tutto: dei media, delle donne, della salute, della città, della collera e della morte. Lo sguardo pieno di tristezza, la voce tremante ma circondato dall’aura, quella di un soldato, un vero soldato della Tunisia. Una lezione per le élite, per quelli che hanno trovato che l’intervento di Nessim Mabouk fosse troppo populista, allarmista, miserabilista. Quelle stesse persone che analizzano senza troppo sapere il perché delle cose. Già Tommaso d’Aquino diceva che un minimo di benessere è necessario all’esercizio della virtù.

Ascoltare e tacere. Agire e educare. Rispettare e amare.

 

 

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