mercoledì 13 Novembre 2019

Genova, chi resiste crea. Pizzeria Anarchia e altre danze

Genova, chi resiste crea. Pizzeria Anarchia e altre danze

Danza cntemporanea, “Resistere e creare”, una rassegna al Teatro della Tosse ha preso il via da Pizzeria Anarchia: lo sgombero di uno squat di Vienna messo in scena

da Genova, Claudio Marradi

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«Resistere, resistere, resistere…» diceva qualcuno qualche tempo fa. A Genova ci provano sul serio al Teatro della Tosse, storica realtà della cultura genovese, nata nel 1975 da un’idea del regista Tonino Conte e dello scenografo Emanuele Luzzati che ne sono stati anche direttori artistici.

Solo che, nella loro sede nel cuore del centro storico, hanno pensato di aggiungere alla parola d’ordine di un imperativo categorico il verbo “creare”. Resistere e creare, appunto. E’ il titolo della prima rassegna di danza (contemporanea) civile. Vale a dire, proprio come il più conosciuto “cinema civile”, ispirata alla riflessione su grandi temi sociali della realtà che viviamo tutti i giorni. Un progetto di ampio respiro internazionale e dalla cifra apertamente politica che, per undici giorni, occupa tutte gli spazi del teatro – sala Trionfo, sala Campana, sala Agorà, La Claque, il foyer e perfino i camerini – con un progetto che, nelle parole di Michela Lucenti, che ne è la direttrice artistica, assume «il corpo come testimonianza, come un’interezza di intenzione e pensiero che si esplicita con forza attraverso immagini che noi traduciamo con il nostro strumento più intimo, il nostro corpo. E quale atto può essere più generoso, più profondo, più narrativo del momento in cui viviamo e quindi alle radici del fare teatrale?».

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Perché è dopo tutto nella materialità e nell’immanenza del corpo – nella sua vulnerabilità e nei suoi bisogni, ma anche nella sua potenza di comunità e di bellezza – che si giocano i conflitti da cui siamo attraversati quotidianamente come cittadini globali. Sul lavoro e nella vita privata, laddove i confini tra i due ambiti tendono ormai a evaporare nella pervasività delle tecnologie social, come nelle guerre di rapina che l’occidente ha da sempre intentato al resto del mondo e che ritornano ora al mittente, sorprendendoci a tradimento un venerdì sera d’autunno al tavolino di un ristorante o a un concerto. E nel semplice diritto a esistere e ad abitare il mondo che a tanta parte di mondo viene negato, infine.

Indicativa l’apertura della rassegna con una prima nazionale come “Pizzeria Anarchia” coproduzione europea che coinvolge Germania, Austria e Italia tra il Teatro della Tosse, la compagnia Balletto Civile, la NeukoellnerOper di Berlino e il MusikTheaterTage di Vienna. E che racconta, nella Vienna del 2014, la storia vera di un palazzo occupato da alcuni giovani punk che poteva diventare un esperimento inedito di partecipazione, incontro e condivisione della vita di tutti i giorni tra cittadini comuni e outsiders, giovani squatters e anziani inquilini, generazioni e biografie di provenienze diverse. Un piccolo miracolo spazzato via in un giorno d’estate da uno schieramento di 1500 poliziotti in tenuta antisommossa. Storia di ordinaria gentrification e speculazione immobiliare in un’Europa sempre più ritagliata su misura delle esigenze della grande proprietà. Storia quotidiana di sgomberi coatti di famiglie italiane e straniere anche nell’Italia renziana che ha dichiarato guerra al diritto all’abitare.

Vanno così in scena una decina di personaggi in una gioiosa e irriverente macchina narrativa di teatro danza che unisce fisicità e riflessione. E che fa risalire linguisticamente il tema dell’anarchia alla radice greca che vede un’identità di etimo nella parola che, ambiguamente, fa coincidere in un unico termine il “principio” delle cose (come nel termine italiano “arcaico”) e il “comando” del potere. Di qui un’idea di “an/archia” come negazione dell’autorità quando si identifichi come principio “a priori” dell’organizzazione sociale e di una critica alla costante antropologica di una tentazione all’abdicazione alla fatica quotidiana di immaginare e praticare la realtà di una comunità di uguali che non si fondi su un principio di autorità presupposta.     Tentazione sempre in agguato, che qui si incarna nel simpatico cane degli anarchici, fieramente libertario come i suoi padroni punk ma che finirà sedotto e addomesticato, con tanto di museruola, in un irresistibile duetto sull’aria del Don Giovanni di Mozart con il capitano della polizia che comanda le operazioni di sgombero. E che gli offre la sicurezza di una casa e uno scopo nella vita.

E’ solo l’inizio di un nutrito cartellone, consultabile su www.teatrodellatosse.it, che porta a Genova venti compagnie, quattro prime nazionali, una coproduzione internazionale, per un totale di quarantacinque appuntamenti, un centinaio di artisti, due concerti, tre laboratori e ancora due convegni. Completa il progetto una preziosa mostra su Pina Baush, firmata da uno dei suoi collaboratori più stretti, il fotografo Francesco Carbone che ha dedicato la sua vita alla coreografa tedesca seguendo la compagnia Wuppertal Tanz Theater per 27 anni. Da Los Angeles a Hong Kong, da Vilnius a Parigi, da Lisbona a Tokio, le fotografie di Carbone venivano selezionate dalla stessa Baush per illustrare i manifesti, le brochure, i programmi di sala e gli inviti delle manifestazioni. Oltre a essere pubblicate sulle più importanti riviste del mondo e in numerosi libri sull’artista tedesca.

Sabato 5 dicembre, infine, il convegno “Parla chi si sporca le mani” rilancia un momento di approfondimento rivolto a danzatori e operatori del settore, ispirato da una citazione di Stéphane Hessel, partigiano e diplomatico tedesco naturalizzato francese: « A quelli e quelle che faranno il secolo che inizia, diciamo con affetto: creare è resistere. Resistere è creare». Lui lo fece. E sopravvisse a Buchenwald.

 

 

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