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Jobs act e yacht e la guerra di Renzi ai ricercatori precari

Mentre il Pd boccia in aula l’emendamento sul sussidio a dottorandi, assegnisti e borsisti, tre giovani economisti italiani smascherano le mistificazioni del governo a proposito del Jobs Act

di Giampaolo Martinotti

Renzi-yacht1

A una settimana di distanza dalla presentazione della prima ricerca accademica sul Jobs Act realizzata per conto di ISIGrowth dagli economisti Dario Guarascio, Marta Fana e Valeria Cirillo, il governo affossa la possibilità di estendere l’indennità di disoccupazione ai precari della ricerca e dell’università.

‘Salva-banche’ e ‘salva-ricchi’

In questi giorni, dopo il decreto ‘salva-banche’, per il quale è stato stanziato un fondo di 2,3 miliardi di euro per salvare quattro banche ma non il gran numero di risparmiatori, e dopo l’abolizione della tassa su yacht e imbarcazioni di lusso grazie a un emendamento alla Legge di Stabilità approvato alla Camera in commissione Bilancio, il governo Renzi continua la sua vera e propria guerra alla ricerca pubblica e all’istruzione (pensate al disastro della ‘Buona Scuola’) impoverendo direttamente gli stessi ricercatori che gli altri paesi sempre più spesso ci invidiano.

R&S: la notevole diminuzione dell’incidenza pubblica

I dati Eurostat sugli investimenti in ricerca e sviluppo parlano di una Italia che nel 2014 ha investito solo l’1,25% del Pil in R&S, arenandosi al di sotto della media europea e confermando la forte distanza che la divide dalle cifre stanziate dai principali paesi europei dell’Unione (Francia, Germania e Regno Unito). La notevole diminuzione dell’incidenza pubblica in R&S negli ultimi dieci anni è un dato molto preoccupante, in particolare se si considera l’idea generale di società che indirizza le sciagurate prese di posizione del governo. Per Matteo Renzi la ricerca rappresenta un’attività che dev’essere sostanzialmente sottomessa a finanziamenti privati, perché una ricerca indipendente può risultare spesso critica nei confronti delle dinamiche politiche e di austerità imposte proprio dal pensiero dominante.

Il Jobs Act non funziona, lo dicono le statistiche

In questo contesto lo studio “Labour market reforms in Italy: evaluating the effects of the Jobs Act”, è un faro che illumina il mare di mistificazione sul quale naviga il governo. Secondo i ricercatori Dario Guarascio, Marta Fana e Valeria Cirillo, “il Jobs Act sta fallendo nei suoi obiettivi principali: promuovere l’occupazione e ridurre la quota di contratti temporanei e atipici”.

Incrociando dati Eurostat, Inps e Istat sull’occupazione si delinea una realtà distante anni luce da quella raccontata dal governo e dai suoi consiglieri economici: cresce l’incidenza dei contratti a termine e di quelli part-time, mentre solo il 20% dei nuovi assunti (gennaio-luglio 2015) ha un contratto a tempo indeterminato (la quasi totalità dei quali assunti con il nuovo ‘contratto a tutele crescenti’) con il dettaglio, nient’affatto secondario, che il nuovo contratto pur essendo nominalmente indeterminato pone i lavoratori in una condizione di perenne licenziabilità. Inoltre, sulla base dei dati Inps dell’osservatorio sul precariato, gli assunti con il nuovo ‘contratto a tutele crescenti’ risultano percepire uno stipendio mensile dell’1,4% più basso rispetto ai lavoratori che erano stati assunti con il vecchio contratto a tempo indeterminato.

Una riforma, dunque, che nei fatti legittima il precariato imponendo come standard un contratto privo di reali tutele, quindi precario. E nel farlo si usano in modo distorto i dati messi a disposizione da Istat e Inps sbandierando una risibile diminuzione della disoccupazione (del tutto attribuibile alla congiuntura) senza menzionare minimamente il ben più allarmante incremento degli inattivi sul totale della popolazione. Questo elemento rappresenterebbe, già di per sé, la misura del fallimento del Jobs Act. Vi è, tuttavia, un elemento ulteriore che riguarda il consistente ‘regalo’ che le imprese hanno ricevuto, sotto forma di incentivo, assieme al Jobs Act (e, dunque, assieme all’abolizione del tanto odiato Articolo 18).

Il rapporto, infatti, sottolinea un altro aspetto tanto importante quanto controverso: il 90% dei nuovi contratti è stato stipulato avvalendosi dell’incentivo di decontribuzione sul costo del lavoro previsto per le imprese. Da qui nasce un’inquietante perplessità: il denaro detratto alle (grandi) aziende, spesso multinazionali, si traduce in una mancata entrata nelle casse dello Stato, dunque nelle tasche di tutti i contribuenti; e chi assicura che i contratti a tempo indeterminato (versione ‘tutele crescenti’) sopravviveranno oltre la fine degli incentivi?La deregolamentazione dei contratti a tempo determinato ha avuto un peso essenzialmente maggiore nella strategia delle imprese, che potrebbero così fare orientare chi ha scelto il contratto a tutele crescenti nell’ottica dello sfruttamento di un contratto a termine della durata di tre anni.

Oggi i dati parlano chiaro. Nell’analisi degli economisti, che lavorano presso l’Institut des hautes etudes politiques de Paris e per la Scuola superiore di studi universitari Sant’Anna di Pisa, l’ultimo tentativo di liberalizzare il mercato del lavoro pare essere stato soltanto l’ennesimo fallimento per quanto riguarda il rilancio dell’occupazione, che piuttosto avrebbe bisogno di un piano economico che esca dalle politiche d’austerità difese dal governo e rilanci investimenti e politica industriale. Il dinamismo e la flessibilità così essenziali, secondo Renzi, per far ripartire il paese si stanno traducendo in licenziamenti facili, più precarietà, meno diritti e ulteriore scoramento dei lavoratori. E rischiano, inoltre, di accentuare la pericolosa dinamica di indebolimento della struttura produttiva che interessa il paese dall’esplosione della crisi in poi.

La ricerca indipendente, spesso, è una spina nel fianco di chi vuole speculare sulla vita dei cittadini. Chissà se è per questa ragione che , ad ogni piè sospinto, vengono effettuati nuovi tagli ai fondi per scuola, università e ricerca scientifica.

 

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