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Burocrazia e salario nella scuola italiana

Non c’è riforma che tenga: la scuola non è un’azienda, il sapere non è una merce e l’insegnamento è un lavoro a cui deve corrispondere un salario adeguato

di Carlo Scognamiglio

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Quando si asserisce polemicamente che la nobile professione educativa, nelle istituzioni scolastiche italiane, è ormai schiacciata e svilita dalle sempre più pressanti e talvolta pletoriche incombenze burocratiche, si incespica in un’analisi errata e insidiosa. Non è vero che le ore di insegnamento siano state gradatamente sostituite da ore di programmazione e compilazione di moduli e progetti da implementare a ogni livello collegiale. Chi si lamenta rumorosamente di quanto una vocazione pedagogica sia stata rimpiazzata da una mission impiegatizia, abbaia alla luna.

Non nego che nuovi oneri siano diventati sempre più pressanti e incombenti, né potrei celare in alcun modo gli innumerevoli PDP, PEI, RAV, PDM, PTOF, e i molti altri mostri formalizzati che popolano le fantasie negative del corpo docente. Ma la questione va ricollocata nella sua giusta posizione.

Se il dibattito viene trascinato sul terreno della burocratizzazione dell’insegnamento si cede a un vizio di forma, abbastanza pericoloso. Intendiamoci, quando ci si lamenta che il libero e auto-modellantesi rapporto con i discenti sia ormai incatenato a una serie di procedure condivise o eterodirette, si evidenzia una limitazione reale. Programmi comuni, standardizzazione dell’insegnamento, griglie di valutazione, misure dispensative e compensative, possono generare l’effetto psicologico di un taylorismo applicato alle dinamiche relazionali, che sono poi cruciali nell’istruzione dei giovani, e che mal sopportano quei vincoli burocratici. Tuttavia, occorre anche saper cogliere la potenzialità che tali strumenti di monitoraggio e progettazione possono offrire a una didattica ragionata e in qualche modo messa al riparo da eventuali eccessi di arbitrarietà nelle pratiche di insegnamento e valutazione. Un docente può imparare agevolmente a gestire quella dimensione “burocratica” della programmazione didattica senza farsene schiacciare, e anzi cogliendone alcuni aspetti positivi.

Ma il problema – e un problema esiste – non è questo.

Ciò che è maturato nella scuola italiana, negli ultimi decenni, nel quadro normativo dell’autonomia , è di fatto un nuovo setting istituzionale, nel quale si moltiplicano le riunioni dipartimentali e collegiali, si accrescono costantemente i carichi di lavoro, si distribuiscono in modo diffuso oneri di gestione mediante le funzioni di staff, si sollecitano commissioni e sotto-commissioni, comitati scientifici e strutture organizzative per l’alternanza scuola-lavoro. Si introduce un meccanismo di tenue competizione – ma non del tutto ininfluente – per l’ottenimento del bonus stipendiale, e di accanita concorrenza tra gli istituti, dove per aggiudicarsi nuove matricole si lambisce l’offerta di una batteria di pentole.

Anche il nuovo meccanismo degli incarichi triennali conferiti dai presidi potrebbe finire per predispone il corpo docente a un pericoloso livello di condiscendenza rispetto alla proposta di eventuali sovraccarichi lavorativi.

Tutti sono chiamati alla responsabilità sul destino della scuola, e tutti sono dunque indotti a fare qualcosa in più. Che non vuol dire necessariamente “meglio”, vuol dire soltanto “in più”.

Ciò che si sta costruendo non è dunque un processo di sostituzione della tradizionale figura del docente, dallo stipendio modesto ma con un orario di lavoro e delle responsabilità confinate nel perimetro della propria scienza e di un’azione direttamente educativa. A parità di salario, si aggiunge – e non si sostituisce – un plus-lavoro non retribuito, anzi consegnato in modo indeterminato alle fatali sorti della premialità.

Ora, è del tutto evidente che senza un reale adeguamento dello stipendio (pare che la proposta attualmente in campo si aggiri intorno ai cinque o sei euro netti mensili) la tendenza dei docenti sarà quella di impiegare le stesse energie e lo stesso tempo, senza incrementare oltre misura il proprio orario di lavoro, e dunque sottraendo ore alla preparazione delle lezioni e alla correzione delle verifiche; alla lettura o all’aggiornamento disciplinare. Come dire? La sostituzione di tempo lavorativo alla didattica è solo una conseguenza di un’estensione dell’orario di lavoro “informale”, non è l’obiettivo del processo di burocratizzazione.

Coinvolgere gli insegnanti nei processi organizzativi e progettuali della scuola è sicuramente un bene. Ma farlo senza adeguate risorse, non può che generare conseguenze poco auspicabili.

Per i dirigenti scolastici, fatte le debite proporzioni, la situazione è ancora più difficile, perché in qualità di dirigenti pubblici ricevono compensi probabilmente non adeguati al livello di responsabilità legale cui sono esposti, ai numerosi oneri e a una temperatura della conflittualità interna agli istituti che ricade completamente sulle loro spalle. Piove sul loro operato, più di quanto non accada sui singoli docenti, l’ansia da prestazione di un’idea di misurazione dei risultati, che non è un male in sé, ma che indecentemente si ritaglia alla complessità delle dinamiche educative.

Nelle scuole paritarie, inoltre, chi vigila sui salari? Quando lo Stato concede la parità, è a conoscenza delle condizioni di lavoro e retributive dei docenti assunti?

Tacendo per il momento la vergognosa situazione del lavoro “volontario” che vige da sempre nelle nostre università, non è possibile continuare a eludere la questione salariale nei nostri sistemi educativi. E quel che a chi lavora nel settore appare evidente, è invece sistematicamente occultato dal fumo generato dai fuochi artificiali, costituito in questo caso da palliativi come tessere personali da destinare ai consumi culturali, o stabilizzazioni di massa. Certamente ottime cose per chi le riceve, ma che distolgono l’attenzione da una questione non più procrastinabile.

Non c’è riforma che tenga, occorre mettere mano ai salari. A forza di ripetere meccanicamente che la scuola non è un’azienda e che il sapere non è una merce, rischiamo di dimenticare che l’insegnamento è un lavoro, e sono necessarie ore di lavoro anche per le azioni organizzative che garantiscono il funzionamento dell’istituzione-scuola. E al lavoro deve corrispondere un salario adeguato.

Chi lavora di più, deve essere pagato di più. Un principio semplice, intuitivo per chiunque, la cui elusione genera sfiducia e rischia di contrapporre a un aumento quantitativo dei carichi, una progressiva riduzione della qualità dell’insegnamento.

 

 

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