domenica 20 Ottobre 2019

No alla guerra, sì ai diritti

No alla guerra, sì ai diritti

Contro gli interventi militari imperialisti e il fondamentalismo, per la pace e la democrazia dei popoli. Una riflessione a 25 anni dall’entrata dell’Italia nella guerra globale

di Franco Turigliatto*

Gennaio 1991, la Guerra del Golfo in Iraq.  Ecco lo straordinario colpo d’occhio dei manifestanti distesi sul selciato in via dei Fori Imperiali a simulare le conseguenze della guerra. Era l'aprile di 25 anni fa
Gennaio 1991, la Guerra del Golfo in Iraq. Ecco lo straordinario colpo d’occhio dei manifestanti distesi sul selciato in via dei Fori Imperiali a simulare le conseguenze della guerra. Era l’aprile di 25 anni fa

Le previsioni di una ripresa delle “magnifiche sorti progressive”, dell’economia capitalista, si sono rapidamente sbriciolate di fronte al rallentamento delle economie dei grandi paesi emergenti, alla svalutazione dello yuan, al crollo della borsa in Cina e, a catena, nelle diverse aree geografiche del capitalismo.

All’inizio del 2016 la mondializzazione capitalista ci consegna un mondo segnato da una più profonda crisi economica che nessun soggetto statuale, sovranazionale o imperiale riesce a controllare (vedi l’articolo di Michel Husson “Economia, le coordinate della crisi in arrivo”), dalla concorrenza e dallo scontro tra le diverse potenze imperialiste (o a vocazione imperialista) e dai conflitti che oppongono le diverse potenze regionali emergenti (in un rapporto complesso con le prime), di cui quanto accade in Medio Oriente è l’espressione più profondamente tragica e reazionaria. (A questo proposito vedi l’articolo di Pierre Rousset “Mondializzazione capitalista, imperialismi, caos geopolitico e rispettive implicazioni” e ilcontributo per il congresso di Sinistra Anticapitalista “Per una lettura anticapitalista della situazione mondiale”).

Crisi, guerre e barbarie inaudite, caos geopolitico segnano questa fase del capitalismo.

I nuovi venti di guerra

Nuovi violenti venti di guerra spirano in Europa, quasi che i ripetuti interventi coloniali e neocoloniali delle potenze occidentali in Medio Oriente e in Africa, seminando, miseria, terrore e disperazione, non abbiamo fatto altro che moltiplicare i conflitti, respingendo qualsiasi risoluzione politica, qualsiasi elemento di pacificazione e di risposta ai problemi e ai bisogni delle popolazioni coinvolte. Questi interventi hanno rafforzato ed alimentato l’azione dei paesi più conservatori e reazionari e lo sviluppo di forze oscurantiste, quasi emerse dal passato, come l’ISIS.

La nascita e lo sviluppo delle rivoluzioni arabe a partire dal 2011 aveva aperto nuove speranze e nuove possibilità perché, attraverso l’azione delle classi lavoratrici e popolari di quei paesi e le loro lotte sociali e democratiche contro le dittature al potere, si potesse affermare una prospettiva di società libere, democratiche, di giustizia sociale.

Contro questi processi rivoluzionari si sono mosse le classi dominanti locali e i vari imperialismi, per reprimere le lotte e le rivolte e per riportare lo status quo reazionario e dittatoriale non importa a quale prezzo di distruzione e di morte; la Siria è l’esempio più emblematico e drammatico.

In Europa, la Francia e altri paesi hanno usato i tremendi attentati di Parigi per creare le condizioni politiche ed ideologiche di una nuova guerra, alimentando il razzismo e l’islamofobia; nel comtempo riprende vigore un antisemitismo mai spento e correnti di destra più o meno esplicitamente fasciste si sviluppano su tutto il continente.

Anche l’Italia di Renzi, che in un primo tempo si stava muovendo con più cautela, lavora in direzione di nuove azioni di guerra a partire da un possibile intervento in Libia e dal rafforzamento delle nostre presenze militari in diversi paesi del mondo. La propaganda dei media, congiunta alle dichiarazioni dei governanti e alle concrete azioni che preparano, lasciano pochi dubbi su questa possibilità ed eventualità.

Siamo di fronte a un Europa sempre più securitaria e che continua a perseguire le politiche del massacro sociale; un’Europa che non ha problemi ad aumentare le spese militari, che continua a fare lucrosi affari con paesi impresentabili come l’Arabia Saudita vendendo le armi che sono usate nelle guerre che insanguinano quelle regioni e nel reprimere le rivolte e le mobilitazioni democratiche.

Costruire la lotta contro la guerra e le politiche securitarie e dell’austerità

La necessità di costruire una mobilitazione sociale che tenga insieme la lotta contro le politiche liberiste e la battaglia contro le politiche di guerra e gli interventi militari è un compito quanto mai presente, che chiama in causa tutte le forze della sinistra autentica, tutti coloro che vogliono opporsi alla barbarie generalizzata, tutti i “poveri di spirito” per usare l’espressione cristiana, tutte le classi lavoratrici e popolari – per usare i vocaboli marxisti – che devono subire questo insopportabile sistema di violenza, di oppressione e di sfruttamento.

Siamo lontani dalla comprensione di questa necessità da parte delle forze di sinistra e siamo sicuramente tutti in ritardo nel dare una risposta all’altezza della situazione. Una sinistra (per non parlare delle organizzazioni sindacali subalterne al governo, o di quelle che hanno perso il carattere alternativo che pure avevano ancor qualche anno fa), che non è riuscita in questo autunno a produrre una mobilitazione minimamente significativa sulle controriforme sociali del governo Renzi (sanità scuola, pensioni, diritti del lavoro) inevitabilmente ha qualche difficoltà a produrre una campagna forte contro la guerra, a portare in piazza una mobilitazione che coinvolga e influenzi settori ampi della popolazione e contrasti l’azione del governo e i veleni della stampa. Ma questo è uno dei compiti fondamentali che ci sta di fronte.

La discussione sui temi delle mobilitazioni antiguerra

Un raggruppamento di forze che ha come marchio “NO Euro, No UE, NO Nato”, Comitato Eurostop, ha preso l’iniziativa di organizzare per il 16 gennaio, 25° anniversario della prima invasione dell’IRAQ da parte delle forze americane, una mobilitazione contro la guerra che avrà due momenti principali a Milano e Roma.

Lo ha fatto attraverso un appello che è condivisibile in molte parti, e il cui carattere generico è del tutto comprensibile perché volto ad allargare il consenso, ma che contiene anche alcune strumentalità rispetto alle posizioni politiche complessive dei suoi promotori.

Questi respingono le critiche che sono state avanzate da alcune parti rispetto alla limitatezza dell’iniziativa affermando che è solo un primo momento, e che sono stati spinti ad agire di fronte all’inerzia e all’insussistenze politica di altri soggetti della sinistra.

C’è del vero in questa considerazione, ma è pur sempre solo una mezza verità, perché si sarebbe potuto e dovuto mettere in campo un processo realmente aperto e coinvolgente, che affrontasse in modo non preconfezionato ma unitario il tema della guerra; un tema che presenta oggi caratteri inediti e più complessi del passato che non a caso sfuggono o non sono presi in considerazione dai promotori del 16 gennaio.

Questi infatti non sono solo i protagonisti di una iniziativa contro la guerra, di per sé necessaria, ma rappresentano anche un raggruppamento molto politico, che con lo slogan “NO euro, No UE, NO Nato,” definisce anche una area politico-ideologica; essa è composta da diverse componenti, ma unite da una comune spinta e lettura campista della realtà internazionale. Alcuni soggetti non si fanno problemi ad assumere un riferimento specificamente e dichiaratamente stalinista.

Ma al di là di questo aspetto – per altro non secondario ed inquietante – esiste un problema di analisi e di orientamento politico di fondo che caratterizza il pensiero di questa aggregazione: questi compagni e compagne non colgono gli elementi nuovi che caratterizzano la situazione internazionale, la pluralità dei soggetti in campo; la realtà è sempre solo quella, di certo vera, dell’azione dell’imperialismo americano a cui si aggiunge quello europeo, ma null’altro.

Soprattutto la loro lettura resta pericolosamente solo collegata all’azione dei governi e degli stati di quei paesi e all’azione dell’imperialismo, senza mai guardare alle masse che pure si sono mosse negli ultimi anni in diversi paesi, ai loro legittimi interessi sociali e democratici. Ed infatti questi compagni non hanno visto le rivoluzione arabe e hanno solo letto le manovre dell’imperialismo, senza accorgersi o senza voler capire la profondità sociale dei sollevamenti a partire dalla sacrosanta rivolta in Siria per non parlare degli scioperi operai in Egitto che proprio in questo periodo hanno conosciuto una ripresa pur sotto la dittatura restaurata di Al Sisi.

La lettura della vicenda della siriana grida vendetta. Assad, pur di mantenersi in piedi, ha disperso e massacrato il suo popolo, ha distrutto le città e condotto una guerra civile senza quartiere che ha prodotto 280.000 morti e un esodo biblico.

Dalla lettura di alcuni più o meno sofisticati articoli comparsi su qualche sito c’è da chiedersi: “ma se questi compagni italiani fossero vissuti in Siria 4 anni fa, sarebbero stati dalla parte delle mobilitazioni popolari per la democrazia contro la dittatura di Assad o avrebbero sostenuto quest’ultimo nella sua azione violenta e repressiva?” E secondo interrogativo: “ Hanno sì o no quelle classi lavoratrici, quelle cittadine e quei cittadini il diritto ad avere gli stessi diritti democratici che abbiamo conquistato nei nostri paesi e che oggi proviamo a difendere strenuamente dal tentativo di limitarli o cancellarli da parte della borghesia, o devono rinunciarvi in nome di una non ben precisa realpolitik campista?”

Impossibile pensare a una soluzione di pace creando un minimo di convivenza in Siria se non se ne va colui che è il principale responsabile della terribile desolazione che ha travolto questo paese.

E invece temiamo, come è già accaduto recentemente, che rivedremo in alcune manifestazioni in piazza i cartelli inneggianti non solo al nuovo zar Putin, ma anche ad Assad, una interpretazione della realtà che è ridicola, se non fosse anche drammaticamente folle, di compagni orfani di uno scenario politico, quello di un campo che non esiste più, che si vuole ricreare con referenti reazionari e repellenti.

Naturalmente tutto questo – che però è ben presente nella realtà e nei siti – nell’appello per il 16 gennaio non c’è, e giustamente. Però, viene scritto da uno dei suoi promotori “La giornata offre finalmente una cornice di mobilitazione No War che ognuno potrà declinare con i propri contenuti”.

Su quali contenuti ci mobiliteremo

Proviamo dunque a indicare quali sono i nostri contenuti e la nostra proposta sulla guerra nella prossima fase.

In primo luogo la nostra organizzazione continuerà a battersi perché le forze sociali, sindacali e politiche della sinistra lavorino alla costruzione di una campagna e di una mobilitazione articolata e nazionale contro la guerra; sarà una campagna lunga e difficile, che ci dovrà vedere tutti impegnati nella prossima fase, anche superando le tante divergenze che sono in campo.

Non disdegniamo, quindi, quanto sarà fatto il 16, anche se abbiamo alcuni reali timori sulle tonalità che alcuni soggetti potranno dare alla manifestazioni e sul fatto che in una manifestazione antiguerra non ci sia una chiara condanna di alcuni soggetti che questa guerra stanno alimentando. Da parte nostra ci impegnamo a sviluppare un’attività contro la guerra declinando i nostri contenuti internazionalisti, anticapitalisti, antidittatoriali (qualsiasi sia il dittatore di turno, Erdogan, Assad, Al Sisi o i monarchi) e, mi si permetta di aggiungere umanistici, di solidarietà e comprensione per una umanità sofferente. Sono i temi internazionalisti che discuteremo e svilupperemo anche nei nostri congressi locali in preparazione del primo congresso nazionale di Sinistra Anticapitalista alla fine di gennaio:

  • il ritiro dei contingenti militari italiani dai teatri di guerra;
  • perché il governo italiano ponga fine alla vendita di armamenti a paesi che finanziano l’Isis o altre organizzazioni terroristiche come l’Arabia Saudita, il Qatar o la Turchia;
  • la drastica riduzione delle spese militari;
  • il ritiro dell’Italia dall’alleanza politico militare della Nato e la chiusura delle sue basi nel nostro paese.
  • contro ogni forma di intervento imperialista sia occidentale che russo, control’Isis e le monarchie del Golfo, contro Assad e i gli altri regimi dittatoriali.
  • per il sostegno a tutte le forze progressiste, antimperialiste ed anticapitaliste che combattono per una società democratica, laica e socialista;
  • per i diritti del popolo palestinese contro le politiche coloniali del governo israeliano;
  • per il diritto del popolo curdo e di tutti popoli alla propria autodeterminazione;
  • per la rimozione del Pkk dalla lista delle organizzazioni terroristiche dell’Ue e degli Usa;
  • contro ogni forma di fondamentalismo, razzismo e fascismo, contro l’islamofobia e l’antisemitismo;
  • contro lo stato di emergenza che, approvato in Francia, sta per essere assunto dagli altri paesi dell’Ue;
  • contro le politiche securitarie che colpiscono vergognosamente i migranti, per costruire comunità aperte contro ogni odio e fanatismo, per unire ciò che le classi dominanti e le forze reazionarie vogliono dividere.

Non dobbiamo mai dimenticarci della bussola di Marx: “proletari di tutti i paesi unitevi”

*Franco Turigliatto è un dirigente di Sinistra Anticapitalsta

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2 Comments

  1. Avatar
    eugenia

    La linea politica di una organizzazione è lo strumento che riesce a tirar fuori dai compagni il meglio o il peggio che c’è dentro di loro. La linea promossa da questo articolo di Franco Turigliatto si regge su attacchi inutili, aridi e costosi dal punto di vista umano e militante. Io spero che al congresso nazionale di fine gennaio qualcuno la metta in discussione, così come la gestione della NON partecipazione alla manifestazione contro la guerra del 16 gennaio. Io proporrei ai bravi compagni che ne fanno parte di rivedere anche le analisi su Piazza Maidan e sulla strage di Odessa. E perché non andare anche a rivedere l’analisi sulle primavere arabe. Ho riletto oltre che l’editoriale di Salvatore Cannavò: “Come in Egitto” su Erre Gen/Feb 2011; le pagine a seguire dal titolo: “La rivoluzione araba in marcia” di Duval e Chamkhi; e “Tunisia, Egitto: le prime rivoluzioni del XXI secolo” dichiarazione della Quarta Internazionale; in questi scritti non si nomina l’Islam, un’ignoranza della realtà di questi paesi che inficia tutta l’analisi e le prospettive a venire. Mai come in questo caso una frase di Trotskij calza a pennello: “gli intellettuali concepivano il popolo a loro immagine e somiglianza, e questo atto di creazione biblica riservava a essi tragiche sorprese allorché passavano all’azione”. Perché è importante un’analisi sull’Islam nei paesi arabi in rivolta? Ce lo dice ancora Trotskij: perché “idee del tutto identiche esercitano spesso funzioni opposte in strati sociali diversi”, e ci mette in guardia anche con quest’altra affermazione “il libero pensiero critico si trova a dipendere a ogni passo da cause materiali da esso ignorate” perciò per capire la realtà bisogna prima conoscerla. E “dimenticarsi” l’Islam è ridicolo!
    Venerdì 8 gennaio al centro sociale 28 maggio di Rovato ci siamo trovati in 55 compagni per discutere della manifestazione del 16 gennaio a Roma e a Milano, c’erano Giorgio Cremaschi e Dino Greco, ma anche un bravo compagno di Sinistra Anticapitalista che è venuto a portare le vostre analisi; è stato un grande momento, quasi commovente, c’erano tutte le anime che facevano un tempo parte di Rifondazione Comunista; il livello degli interventi è stato altissimo, per fortuna c’è un video che spero sarà presto disponibile. Dopo la passione dell’indimenticabile serata leggere questo articolo di Franco Turigliatto che cerca il famoso pelo nell’uovo e non ci risparmia le solite accuse di campismo e per alcuni anche di stalinismo è una doccia fredda che penso nasconda la paura di riprendere insieme il cammino.

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  2. Avatar
    Dario Filippini

    “proletari di tutto il mondo unitevi” cioè fino a che i lavoratori cinesi non voteranno i loro contratti collettivi anche da noi bisognerà giustificare landini autoritari di turno e quelli che pensano al solo companatico? Aspettiamo che in India, Arabia Saudita ecc.ecc.gli operai escano dalla schiavitù? Mentre noi cerchiamo di trovare l’ago nel pagliaio gli “altri” – la borghesia, il pd, il personale politico ripulito dopo essere eletto ed aver occupato un posto retribuito di rappresentanza- ci fanno a fettine piccole piccole. Non contiamo nulla, non ci ascolta nessuno tranne qualche “amico”,durerà fino a quando? Dovremmo invece avere un programma,un’idea complessiva alternativa al renzismo di stampo europeo, essere un punto di riferimento per chi non condivide questa società e il futuro che stanno definendo.Gli accordi europei hanno dato in mano ai privati come cancellare i diritti e gestire i soldi di tutti. Il voto non serve più a nulla se non per avere un posto ben retribuito. Ai giovani dobbiamo spiegare come mai siamo arrivati fino a qui come mai non siamo stati in grado di fermarli e cosa si può fare per cambiare.Caro Franco, sommessamente e in modo presuntuoso, fattelo dire: non essere in piazza il 16 è una cagata pazzesca. Smetterla con le offese gratuite aiuterebbe a farsi ascoltare, Non sono “putiniano” o “campista” semplicemente vorrei difendere la costituzione antifascista nata dalla resistenza e combattere chi ci sta portando in guerra violando la costituzione. Siccome solo il 16 avrò l’occasione il 16 andrò in piazza a Milano. Perché non provi a “storicizzare” le posizioni politiche che tutti e tutte abbiamo vissuto e condiviso e pensare un poco di più al futuro? Non sei unico e rimanere soli non ci serve a nessuno di noi. A me resta comunque la possibilità di fare il nonno più interessante che trovare il pelo nell’uovo che interessa sempre meno a tante persone, deluse, che preferiscono restare lontano, traditi dalla politica dell’opportunismo incapace di fermare il capitalismo che distruggerà il pianeta e le persone che ci abitano, nessuna esclusa, con buona pace di Marx.

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