Ci sono i numeri per un referendum che cancelli il ddl Boschi

Ci sono i numeri per un referendum che cancelli il ddl Boschi

Passa alla Camera il ddl Boschi sulle controriforme istituzionali del governo Renzi. Ma ci sono i numeri per poter fare u referendum e provare a cancellarle. Presentato il Comitato per il No

di Giulio AF Buratti

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Con la presenza di Possibile «abbiamo la certezza che almeno 126 deputati chiederanno il referendum», dice, nel corso della presentazione della campagna referendaria per il no alle riforme, Alfiero Grandi, co-presidente del Comitato per il No, riferendosi alla quota necessaria di parlamentari per chiedere il referendum. Proprio mentre la Camera approva il ddl Boschi sulle riforme istituzionali (367 voti a favore, 194 contrari e cinque astenuti. Il testo ora dovrà tornare al Senato) Grandi annuncia il raggiungimento della quota necessaria per la richiesta del referendum dopo aver indicato la presenza, nell’auletta dei gruppi parlamentari dove si svolge la riunione, di Possibile il movimento di Giuseppe Civati che conta a Montecitorio dieci parlamentari. Le 126 firme che saranno depositate dopo l’ok definitivo al ddl Boschi potranno infatti includere quelle dei 31 deputati di Sinistra Italiana, dei 91 del M5s e dei 10 esponenti di Possibile per un totale di 132. I rappresentanti di tutti e tre i partiti hanno infatti partecipato al ‘battesimo’ del Comitato per il No annunciando il loro sostegno per la raccolta delle firme in Parlamento.

Oltre alla richiesta per il referendum «oppositivo» al ddl riforme il Comitato per il no, hanno annunciato i promotori nella riunione per l’avvio della campagna referendaria, presenterà due referendum abrogativi sulla legge elettorale. Il primo chiederà l’abrogazione della norma sui capilista bloccati mentre con il secondo il Comitato punterà a cancellare il premio alla lista. «Il popolo – ha sottolineato il costituzionalista Domenico Gallo – è chiamato a restaurare la sovranità che in questi anni gli è stata sottratta».

Con il combinato disposto riforme- Italicum «il deficit di democrazia si sta trasformando in un deficit di legittimità e determina il distacco dei cittadini dalla politica. Io sono sempre stato convinto che la linea del governo Renzi sia conservatrice ma ora sta diventando un’anti-politica trasferita al governo», ha detto, nella stessa sede, Stefano Rodotà. «Noi abbiamo la necessità di trasformare il 2016 da possibile anno orribile in anno di ripresa della partecipazione dei cittadini alla politica. Oggi i cittadini sono carne da tweet e da slide, confinati alla passività, ridotti ad una merce messa su un mercato che è quello delle istituzioni», sottolinea il giurista ed ex parlamentare invitando il Comitato a fare un «monitoraggio» su come il referendum sulle riforme sarà presentato dai media: «oggi – è il suo allarme – troppi segni vanno nella direzione del monopolio dell’informazione». Rodotà è intervenuto alla riunione assieme a diversi altri giuristi, da Gaetano Azzariti ad Alessandro Pace, co-presidente del Comitato per il no, che ha sottolineato come una vittoria del no vorrebbe dire che, «ancora una volta, ad aver vinto è stata la Costituzione del 1947». Presenti, tra i giuristi e costituzionalisti (oltre ai parlamentari di Si, a quelli di Possibile, a Danilo Toninelli del M5S e a diversi altri esponenti politici, da Cirino Pomicino ad Antonio Ingroia), anche Gustavo Zagrebelsky e Lorenza Carlassare che, sul rischio di un’immedesimazione dei favorevoli al no con un fronte conservatore, osserva: «Se devo conservare i principi del costituzionalismo ne vado molto fiera».

«Il sì della Camera al ddl per le riforme costituzionali è un attacco alla Costituzione nata dalla Resistenza – ricorda anche Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista che è un pezzo del comitato per il No – invece di rovesciare le politiche europee, il governo italiano si accomoda a trasformare la Costituzione in senso più compatibile con i dettami neoliberisti di Bruxelles che, con ogni evidenza, condivide. Ora ci batteremo per il referendum e per un NO che riscriva una Costituzione antiliberista, come ha fatto il popolo islandese. La manomissione odierna infatti si accompagna al criminale inserimento del Pareggio di Bilancio in Costituzione, che ha stravolto la Costituzione italiana che era non solo democratica ed antifascista ma anche antiliberista».

«Noi aderiamo come parlamentari a sostegno dei cittadini ma la collaborazione» sul referendum «c’era anche prima», fa sapere anche il leader di Possibile, Giuseppe Civati, a margine del via alla campagna. Al referendum contro il ddl riforme occorre però «accompagnare una grande proposta di riforma con uno spirito ‘islandese’, facendo partecipare anche i più giovani», spiega Civati facendo riferimento al Paese nordeuropeo dove, pochi anni, fu chiesto ai cittadini di contribuire, attraverso la Rete, alla stesura della nuova Costituzione.

La Riforma Boschi avrebbe anche un effetto devastante sul diritto degli italiani a promuovere referendum. La modifica dell’articolo 75 della Costituzione, anziché rimuovere gli ostacoli che da settant’anni ne permettono il sabotaggio, li aggrava. Pretendere 800 mila firme per ridurre il quorum, infatti, significa consentire i referendum solo ai grandi partiti che hanno un esercito di consiglieri comunali per autenticare le firme. Cittadini e movimenti politici di minoranza sarebbero tagliati fuori, come ricorda il nuovo leader radicale, Riccardo Maggi, o costretti ad andare a sbattere contro un quorum abnorme. Occorre subito un Referendum Act, da approvare con legge ordinaria, che intanto superi le procedure restrittive e irragionevoli previste dalla legge del 1970. Solo consentendo le firme online e ampliando la platea degli autenticatori, ad esempio, sarà possibile per tutti provare a raggiungere l’obiettivo delle 800 mila firme.

In sintesi la riforma Boschi, abbasserà il numero dei senatori da 315 a 100. 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 senatori nominati dal capo dello Stato per 7 anni. Il Senato non avrà più il potere di dare o togliere la fiducia al governo, che sarà una prerogativa della Camera. Il Senato potrà esprimere proposte di modifica anche sulle leggi su richiesta di almeno un terzo dei suoi componenti e sarà costretto a farlo in tempi strettissimi: gli emendamenti vanno consegnati entro 30 giorni, la legge tornerà quindi alla Camera che avrà 20 giorni di tempo per decidere se accogliere o meno i suggerimenti. Più complessa la situazione per quanto riguarda le leggi che concernono i poteri delle regioni e degli enti locali, sui quali il Senato conserva maggiori poteri. In questo caso, per respingere le modifiche la Camera dovrà esprimersi con la maggioranza assoluta dei suoi componenti. Il Senato potrà votare anche la legge di bilancio: le proposte di modifica vanno consegnate entro 15 giorni e comunque l’ultima parola spetta alla Camera.

Cambierà il quorum per l’elezione del presidente della Repubblica: serviranno i due terzi per i primi scrutini; poi i tre quinti; dal settimo scrutinio saranno necessari i tre quinti dei votanti.

Il governo avrà una corsia preferenziale per i suoi provvedimenti, la Camera dovrà metterli in votazione entro 70 giorni. Il potere esecutivo si rafforza così ulteriormente a scapito del legislativo.

I senatori non saranno più eletti durante le elezioni politiche, ma in forma comunque diretta durante le elezioni regionali attraverso un listino apposito o attraverso la nomina dei più votati. Il meccanismo sarà comunque proporzionale ai voti conquistati a livello nazionale – per evitare uno strapotere che già ci sarà alla Camera – e i neo-senatori dovranno essere confermati dal consiglio regionale.

Con la modifica del Titolo V della Costituzione viene rovesciato il sistema per distinguere le competenze dello Stato da quelle delle regioni. Sarà lo Stato a delimitare la sua competenza esclusiva (politica estera, immigrazione, rapporti con la chiesa, difesa, moneta, burocrazia, ordine pubblico, ecc.).

Aumenteranno anche i poteri della Corte Costituzionale, che potrà intervenire, sempre su richiesta, con un giudizio preventivo sulle leggi che regolano elezioni di Camera e Senato. La Consulta dovrà pronunciarsi entro un mese, mentre la richiesta va fatta da almeno un terzo dei componenti della Camera. In questo modo si eviterà di avere una legge elettorale per anni e anni salvo poi scoprire che si tratta di una legge incostituzionale.

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