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C’è poco da scherzare sul Carnevale

L’Europa si riscopre unita in occasione del Carnevale. Lo spiega bene l’antropologo Giovanni Kezich, in Carnevale re d’Europa. Viaggio antropologico nelle mascherate d’inverno

di Carlo Scognamiglio

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C’è poco da scherzare sul Carnevale. La scanzonata carrellata di maschere e travestimenti che si ripropone nella stanca ritualità del nostro calendario, nasconde in realtà un passato complesso e magico. Lo spiega bene l’antropologo Giovanni Kezich, in un corposo e piacevolissimo volume intitolato Carnevale re d’Europa. Viaggio antropologico nelle mascherate d’inverno (Prioli & Verlucca). Con la paziente metodologia della ricerca etnografica, Kezich insegue una tesi intrigante e profonda, da lui documentata con narrazioni fortemente descrittive, immagini fotografiche e disegni.

Il Carnevale da noi conosciuto e stancamente celebrato nel mese di febbraio, è strettamente imparentato alle numerose feste in maschera che nei diversi borghi d’Italia e d’Europa, dalla Slovenia al Tirolo, dalla Pomerania al Belgio, si susseguono in alcune date cruciali. La festa d’Ognissanti, San Martino, San Nicolò, la celebrazione dei Re Magi, lo stesso Capodanno, spingendosi fino a marzo. In molti luoghi del vecchio continente nell’arco dell’inverno si praticano ancora oggi antichi rituali accomunati da simboli e processi che non possono essere ritenuti casuali. Nei molti villaggi attraversati dall’autore – curioso osservatore delle festività locali – la mascherata è un esibirsi di figure umane o mostruose, vistosamente abbigliate, quasi sempre provviste di campanacci o abiti pelosi, cappelli ingombranti e elementi del mondo contadino. Nelle scorribande di Kezich in Slesia, in Valchiavenna o in Transilvania e in molti altri angoli d’Europa, vengono pazientemente annotate le comunanze e le differenze dei tanti “carnevali”. Carnevale-Re-d-Europa.-Viaggio-antropologico-nelle-mascherate-d-inverno_imagefullwide

Una festa d’inverno dalle radici pagane, cui la religione cristiana si è in qualche modo annodata sovrapponendovi il proprio calendario: «la visita rituale casa per casa di piccole compagnie di scampanatori mascherati – scrive Kezich – il giro di questua, la pantomima nuziale per finta l’apparizione di figure ieratiche con il cappello a cono, la conduzione rituale di operazioni agronomiche elementari quali l’aratura e la semina, la bruciatura di un grande pupazzo di paglia, i lazzi e le sconcerie di una piccola tribù di pagliacci radunatisi per l’occasione», sembrano essere il vero fondamento comune delle comunità europea. Una radice profonda, in parte nascosta, ma che si rivela qui talmente omogenea nelle sue manifestazioni da far escludere la pista di una recente contaminazione. La forte gestualità provocatoria, il linguaggio scurrile e le simulazioni di rapporti sessuali che in queste pubbliche manifestazioni si ripetono sistematicamente, paiono evocare il dionisiaco più che il paradisiaco. E il Carnevale in fondo resta questo, e ci piace pensare che nel profondo cuore dell’Europa ancora riesca a pulsare la dialettica tra fertilità e tragedia, così evidente nella piacevole e assieme tetra sensazione che ci restituisce ogni anno questo mascheramento collettivo.

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