mercoledì 14 novembre 2018

Brescia, se il Ku Klux Klan va in gita in Val Trompia

Brescia, se il Ku Klux Klan va in gita in Val Trompia

Quella di San Colombano di Collio (Brescia) è la prima delle manifestazioni di odio razzista contro i profughi che hanno scandito l’autunno anche in altre città. Ma dura da cinque mesi. Un assedio da rompere con la solidarietà

di Checchino Antonini

Ora potrebbe sembrare un posto tranquillo e c’è la neve a coprire gli alpeggi fino su al Passo Maniva. Nell’hotel “Al Cacciatore”, a San Colombano di Collio, quindici ragazzi provenienti da Nigeria, Ghana e Gambia, studiano l’italiano e fanno piccoli lavori di artigianato. Sono richiedenti asilo e non manca molto all’esame della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale. Ma questa non è la storia della loro integrazione. E’ una storiaccia. Di bombe carta, spari, sassi, sputi, di fuochi, fumogeni e saluti romani.

Comincio quasi dalla fine: il 16 gennaio sono andati in fumo 700 alberi del meleto di Ennio Cantoni. Nella notte, una bomba carta ha danneggiato, in paese, la sua pasticceria celebre anche per il succo di mela biologico e a km zero. 5mila euro di danni. Su internet, Luigi Lacquaniti, deputato Pd, esprime “piena e totale solidarietà ai titolari”. Passano pochi giorni e su una cabina dell’Enel a 10 chilometri spunta una scritta: “Lacquaniti fatti i cazzi tuoi“. Lacquaniti non se li fa. Si domanda, anzi, «fino a dove si possa spingere l’odio per arrivare a colpire i parenti di chi ospita dei profughi». Sabato scorso era a San Colombano, borgo di alberghi e seconde case, 762 abitanti a 42 km da Brescia, a incontrare i profughi ospitati nell’albergo a cinquanta metri da quella pasticceria. Al ritorno presenta un’interrogazione parlamentare ancora senza risposta da parte di Alfano.

Ennio Cantoni, quello del succo di mela bio, è il fratello di Giovanni, titolare dell’hotel che, partecipando a un bando Sprar, s’è visto assegnare 19 richiedenti asilo. Prima di Lacquaniti nessuna istituzione, civile o religiosa, aveva osato rompere l’isolamento di quella famiglia. «San Colombano sta vivendo ora una stagione di intimidazione dopo una prima fase di sommossa e una seconda di presidio permanente», spiega a Left, Antonio Chiappa, un’insegnante che sale in valle spessissimo partecipare alle attività solidali con gli ospiti del “Cacciatore”.

I 19 profughi sono arrivati all’improvviso, alle sei del pomeriggio del 27 agosto. Ma quando scendono dal pullman, trovano già l’inferno scatenato da gente di Forza Nuova, della curva nord del Rigamonti e di “Brescia ai bresciani“. La polizia arriverà solo il giorno appresso. I residenti restano in disparte. Ma in mezzo ai razzisti, tra il fumo rossastro dei fumogeni degli ultrà, c’è la sindaca di Collio, Mirella Zanini, di Forza Italia, e il suo vice di Forza nuova, Fausto Paterlini, e poi il sindaco forzanovista di Trenzano. «Questi fatti sono il frutto avvelenato dell’ibridazione tra vecchia destra e destra estrema», avverte Chiappa. Su 18 comuni della Valle solo tre hanno rifiutato l’accoglienza ai profughi durante l’emergenza dell’estate scorsa. Quella di San Colombano è la prima delle manifestazioni razziste che scandiranno l’autunno anche in altre città. Ma qui dura da cinque mesi.

La sommossa termina, dopo il lancio di un’ennesima bomba carta, la sera dopo la manifestazione del 19 settembre, promossa dal Coordinamento antifascista e antirazzista, nato in provincia per reagire ai blocchi xenofobi, per portare aiuto ai profughi e dimostrare solidarietà alla famiglia dell’albergatore. Il giorno della manifestazione, i solidali hanno trovato chiodi viti e vetri spezzati nello spiazzo destinato al parcheggio. Dal Cristal Hotel Resort, un gruppo di “patrioti” raggiunge la balconata del Bar Sport per lanciare sassi sui manifestanti che avevano osato rompere l’assedio dei ragazzi richienti asilo. «Ma la festa c’è stata, finalmente ci siamo potuti abbracciare», ricorda Chiappa.

La prima manifestazione c’era stata il 5 settembre, coi fascisti che hanno caricato la polizia a colpi di karate per tentare l’assalto alle donne che portavano borsoni con vestiti per i profughi adeguati al clima della valle. La questura avrebbe voluto che gli antirazzisti manifestassero a Gardone Val Trompia, a 25 chilometri da San Colombano, così i dirigenti di Anpi e Cgil si sono tirati fuori dal coordinamento partecipando in qualche modo all’isolamento dei profughi e della famiglia Cantoni.

Intanto, erano balzate agli onori delle cronache anche le sedicenti “mamme di San Colombano“, alcune non sono mamme, altre nemmeno di San Colombano. Dicevano di aver paura per i loro bambini che devono passare davanti al “Cacciatore” per andare a scuola. Non vogliono neppure che i profughi calpestino l’erba del campo di calcetto su cui giocheranno i figli dei patrioti. Il prefetto le riceve più volte e si fa dei selfie con loro. La D’Urso le ospita su una rete Mediaset. «Le mamme di San Colombano sono semplicemente razziste – dirà Giorgio Cremaschi, ex leader nazionale della Fiom che vive a Brescia – di quel razzismo familiare e quotidiano che non ha bisogno delle divise perché indossa già i suoi pregidizi come cappucci del Ku Klux Klan».

La fine della sommossa vede l’inizio di un presidio a oltranza, notturno, un vero “gazebo della paura” autorizzato dalla sindaca a una manciata di metri dall’albergo. Doveva sfociare in una fiaccolata lugubre che poi è stata derubricata, dalla questura, a presidio tricolore. Una raccolta di firme, porta a porta, è servita intanto a intimidire la popolazione, funzionando come schedatura dei reticenti. Il sito Valtrompia identitaria, gestito dal Paterlini, promette di « impedire a tutti i costi, con tutti i mezzi e senza alcun timore» la mostra itinerante con cui un grande fotografo, Giuliano Radici, sta portando in giro per le scuole i volti dei profughi stampati un metro per uno e quaranta. Sui segnali stradali, adesivi infamanti contro la famiglia Cantoni, sui muri e sui social ce n’è pure per i centri sociali, per un consigliere del pd e per Rifondazione comunista. Un raid notturno degli identitari, a dicembre, lascia scritte minacciose sui muri degli spogliatoi del campetto alla vigilia della partita tra profughi e antirazzisti. Qualcuno, alla fine dell’estate, aveva sparato con un fucile calibro 20 al cavallo di un nipote dei Cantoni.

La digos, all’alba del primo ottobre, perquisisce le case dei razzisti nel capoluogo, trova una mazza da baseball, un pugnale, un manganello telescopico. Fioccano 11 fogli di via da Collio. Tra loro, Andrea Boscolo, il capo di Brescia ai bresciani (si potrebbe dire anche di “Collio ai collioni”) espulso da CasaPound dopo un flirt coi “forconi“. Ma altri tre fogli di via, sui quali pende un ricorso al Tar, vengono emessi anche contro attivisti antirazzisti accusati di aver intralciato la circolazione stradale. Si tenta di rappresentare i fatti di San Colombano con la lente deformante degli opposti estremismi. In realtà, le destre locali erano insofferenti da alcuni mesi, da quando era iniziata la microaccoglienza da parte di sei parrocchie. Ad alcuni imprenditori alberghieri – la sindaca è uno di questi – dev’essere sembrato una mina per la decaduta vocazione turistica della zona. Secondo gli osservatori, i fascisti servono ad affermare il controllo violento del territorio mentre la sindaca punterebbe a mettere sotto scacco la minoranza democratica e rivincere le prossime comunali.

Un dossier molto dettagliato è stato portato in Procura a novembre e ipotizza anche il reato di omessa vigilanza sulla sicurezza e l’ordine pubblico da parte della sindaca. I richiedenti asilo sono rimasti in 15, escono poco, non solo per il freddo. Ma studiano e già sperimentano i primi dialoghi in italiano. «L’isolamento – Chiappa ne è sicuro – li ha fatti diventare più forti e legati tra loro».

Ma l’assedio continuna anche con le menzogne. Il 21 febbraio scorso, una lettera del Boscolo fa preciso riferimento al trasferimento di cinque ospiti dall’albergo “al Cacciatore”, “per motivi sanitari in quanto trovati positivi alla tubercolosi”, insinua risplverando un evergreen del razzismo. Ma è come i “castelli di scabbia” che costruiscono altri pezzi del discorso identitario italiota, da quotidiani come Libero o il Tempo fino a sindacati e sindacatini di polizia. «Effettivamente il trasferimento di cinque “richiedenti e titolari di protezione internazionale e umanitaria” è avvenuto il 2 dicembre 2015 per insindacabile disposizione della prefettura, che non ha ritenuto di specificarne il motivo ai gestori della struttura d’accoglienza», spiega il coordinamento antirazzista e antifascista. Quelle sono state trasferite in altra idonea struttura ricettiva del bresciano senza alcun problema di sorta, tanto meno sanitario. «Pertanto la dichiarazione del Boscolo appare oggettivamente del tutto infondata, fuorviante e palesemente allarmante, mirando il firmatario a proseguire la campagna politica soggettiva di denigrazione e di diffamazione della famiglia Cantoni e dei profughi a livello locale e, dal momento che il testo della sua lettera è stato pubblicato su diversi siti di Facebook, a livello generale».

Coninua la battaglia per togliere definitivamente l’assedio ai profughi, eliminare ovunque in valle il potere xenofobo terrorizzante, riportare pace nei centri urbani consegnati alla violenza, sostenere nel modo migliore possibile e ovunque l’accoglienza ai richiedenti asilo, con prove concrete di solidarietà e di integrazione.

[una versione di questo articolo è stata pubblicata su Left del 20 febbraio 2016]

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