Niente più crisantemi sulla tomba del Rom

Niente più crisantemi sulla tomba del Rom

Mille euro di multa e un processo per essere andata sulla tomba del marito con le cesoie per i fiori. E’ una donna roma e questa è una storia di ordinario pregiudizio e di odio quotidiano

di silestminuit

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La giustizia nel ghetto.

Questa è una storia di ordinario pregiudizio e di odio quotidiano.

Due cose che sono — di solito-al di fuori della nostra esperienza, del nostro orizzonte visivo, ma che inquinano la vita di milioni, ricacciandoli continuamente negli angoli bui della nostra società. Là dove non possiamo vederli.


G* è una Rom che da anni vive in una regione che da un secolo vede la presenza di una popolazione autoctona di “nomadi”. Lo scrivo con le virgolette, perché da decenni ormai di “nomadi” non ne esistono più: Sinti e Rom (da centinaia di anni presenti nel nostro paese) sono stati rinchiusi nei campi dalle politiche pubbliche.

E da lì non riescono più ad uscire: nessuno dà loro un lavoro e raramente riescono ad accedere alle case popolari.

Il campo è un ghetto, un meccanismo perfetto per mantenere la segregazione di queste popolazioni.


G* non è stata fortunata nella sua vita: ha la mia età ma pare più vecchia di me di 20 anni. Ha tre figlie ed è vedova: suo marito è morto a nemmeno 60 anni, di infarto.

Non ha lavoro, e quindi va per manghel, termine romanì dalle molte implicazioni culturali, ma che significa essenzialmente “chiedere”.

G* chiede. La carità, diciamo noi. E così cerca di raccogliere quei 300–400 euro al mese che permettono a lei e alla sua famiglia di sopravvivere.

Negli anni è riuscita a costruirsi una rete di persone che in qualche modo l’aiutano, ma risolto un problema inevitabilmente, senza pietà, ne sorge un altro.

La sua strada è disseminata di ostacoli. Dice spesso di non voler più vivere e io le credo.


Qualche tempo fa G* era andata in centro città. Forse stava chiedendo la carità e lei — con i suoi capelli nerissimi, la pelle scura e la mano tesa — non passa inosservata. I passanti la riconoscono per quello che è: una Rom. E questo non va bene.

Un carabiniere le si avvicina e le chiede di aprire la borsetta: è giorno di mercato e naturalmente una Rom ha di sicuro rubato qualcosa.

Lei ubbidisce: è abituata a non protestare. Quante volte le sarà capitato?

Il fatto è che è appena stata al cimitero a fare visita al marito morto. Per mettere a posto i fiori sulla tomba aveva con sé delle forbici da giardiniere.

Il carabiniere le vede: immagino la sua soddisfazione nell’aver trovato qualcosa. Un’arma.

Non conta che G* sia una donna evidentemente inoffensiva; non conta che sia una poveraccia che chiede spiccioli al mercato e che la sua famiglia viva da 40 anni da queste parti senza aver mai fatto del male a nessuno.

E’ una zingara, dà fastidio e quelle forbici sono il pretesto per punirla e insieme sfogare un po’ d’odio razziale.


Ora G* ha in tasca una multa da 1000 euro e un procedimento giudiziario in corso per aver portato nella sua borsa “delle forbici di 20 cm di lunghezza, con lame di 6 cm di lunghezza”, come recita il testo del verbale.

Lei è disperata, non ha idea di come la pagherà, quella multa.

I bravi cittadini invece si sentono più sicuri: la giustizia ha trionfato.

Niente più crisantemi recisi sulla tomba di un Rom.

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2 Comments

  1. Davide

    Articolo carino e con finale strappalacrime in stile Barbara D’Urso. Peccato che sia buono dal punto di vista morale, ma totalmente fuori dalla realtà il velo di intolleranza che si legge tra le righe.Gestisco un banco in un mercato rionale e i rom sono delle vere spine nei fianchi per noi negozianti. E non si tratta di razzismo,ma di fatti reali, che chi ha scritto l’articolo dovrebbe cercare di approfondire. Tutte le volte che vediamo rom avvicinarsi alla nostra merce dobbiamo diventare dei “mastini” per scoraggiare i loro tentativi,e posso assicurare che il pregiudizio c’entra poco.Circa un mese fa ho vissuto un fatto simile, chiedendo a due carabinieri di far aprire la borsa ad una rom che mia moglie aveva tenuto d’occhio,come fa sempre quando li vede avvicinare. Non mi sento razzista per averlo fatto. Dentro aveva tre paia di jeans che mi aveva sottratto dal banco per un valore di quasi 90 euro, oltre che maglie e biancheria di altri banconi,che lei diceva di aver pagato ma non aveva gli scontrini. L’hanno portata via per “identificarla” e la settimana dopo è ritornata al mio bancone come se nulla fosse,deridendo mia moglie e mandandoci maledizioni per quello che era successo. Per cui,caro Silesminuit, ammiro le tue buone intenzioni nello scrivere articoli commoventi (e infatti mi dispiace per la signora delle cesoie), ma ritengo ti manchi sia l’esperienza che l’orizzonte visivo di cui denunci la carenza all’inizio dell’articolo, perchè quello che liquidi come frutto di odio e razzismo a volte è solo esasperazione di chi come me si alza alle 4 del mattino per portare un pezzo di pane onesto ai propri figli.Buona vita.

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    1. silestminuit

      Caro Davide,
      quella che tu descrivi si chiama “guerra tra poveri”, della quale non devi incolpare il Rom che ti ruba i jeans, ma chi ci mette nella situazione di scannarci per un tozzo di pane. Quello che invece sbagli – e questo è razzismo – è identificare il pericolo in un gruppo sociale: i Rom. Seguendo il tuo ragionamento, dal momento che in Italia c’è la mafia allora dovresti chiamare un carabiniere ogni volta che un italiano si avvicina al tuo bancone… Se tu vivessi come noi costringiamo a vivere questa gente, probabilmente non ti alzeresti la mattina dal letto, perché non troveresti la forza. Capisco il tuo disagio ma nello stesso tempo dimostri quello che scrivo nel mio articolo: non hai nessuna idea di che inferno sia la vita di queste persone; pensi che il tuo, di inferno, sia l’unico reale. E sbagli: c’è chi sta molto peggio. E continuerà a rubarti i jeans.

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