martedì 13 novembre 2018

Roma, le piccolezze della Grande Sel e la caccia ai voti di Fassina

Roma, le piccolezze della Grande Sel e la caccia ai voti di Fassina

Volano stracci dentro Sinistra italiana dopo l’esclusione di Fassina dalla corsa al Campidoglio e Giachetti prova a darsi un contegno di sinistra. Lunedì l’ultima parola al Consiglio di Stato

di Giulio AF Buratti

Dovete ammettere che c’è un che di comico, anzi di grottesco, nella caccia al 6% di voti in libera uscita che s’è inaugurata a Roma per via della probabile esclusione delle liste di Fassina dalla corsa al Campidoglio. A sentire Piepoli, il signore dei sondaggi, «non ha molta influenza, perché i voti che sarebbero andati a lui si disperdono» rispetto agli altri candidati. Piepoli, che stimava Fassina al 6%, spiega che «il 2% andrà a Roberto Giachetti, il 2% a Virginia Raggi ed il 2% finirà nel bacino del non voto». Ma la lotta è all’ultimo voto e così si possono leggere le surreali dichiarazioni di un renziano di provenienza radicale (una delle religioni più ferocemente liberiste), come Giachetti, che si sbraccia per costruirsi un profilo abbastanza di sinistra, a partire dalla ripetuta richiesta di un incontro con Fassina, così da attirare quegli elettori disposti allo sport più dannoso dopo la caccia e lo sci: il voto utile. Questo genere di campionati si tiene in parallelo con un altro passatempo in voga nel ceto politico: le trattative sottobanco. Così, mentre cominciano a volare stracci nell’entourage di Fassina, ex responsabile economico del Pd al tempo del fiscal compact inserito nella Costituzione, ad opera di chi non aveva mai digerito la voglia di correre, almeno al primo turno, contro il Pd. C’è un pezzo di Sel, come a Milano, Bologna, Genova, Napoli, che anche a Roma avrebbe voluto schierarsi in diretta continuità con quanto avviene già alla Regione Lazio. A Roma si starebbe trattando per una contropartita più o meno visibile nella corsa al Campidoglio e per un redde rationem dentro Sinistra Italiana, il mai nato partito “unitario”. Per questo c’è grande curiosità nel vedere i nomi che Giachetti farà sabato prossimo, il fatidico 21 maggio, quando annuncerà la giunta. Oggi, a Garbatella, si sono riuniti quelli del documento dei cento, l’area che all’assemblea di Sinistra italiana chiedeva di fare perno con i sindaci e gli amministratori che ancora governano in coalizione.  «Il tema centrale del congresso fondativo di Sinistra Italiana sarà come riaprire la partita, lavorando alla sconfitta del renzismo, cogliendo l’occasione del referendum costituzionale. Riteniamo le uscite di Stefano Fassina di queste ore sbagliate nella forme, nel contenuto e persino nei tempi», spiega una nota del comitato dei ‘100’ per la Costituente di Sinistra Italiana «Le elezioni amministrative, il governo delle nostre città sono passaggi fondamentali che poco c’entrano con la dinamica congressuale di Sinistra Italiana – si legge nel documento – Inoltre bisognerebbe avere maggiore rispetto della discussione di migliaia di compagni e compagne, compresa la straordinaria generosità di Sel che ha permesso l’avvio del nuovo soggetto politico». «Nessuna ridotta minoritaria, nessun rancore, nessuna astratta unità di frammenti della sinistra radicale potranno mai contribuire alla sconfitta del partito della nazione. Siamo convinti che il processo di fuoriuscita dal Pd debba essere occasione per interloquire con il disagio del suo elettorato. Ritrovarci a fare i conti con una semplificazione delle culture politiche che spostano il perimetro di SI verso esperienze minoritarie prive di radicamento nella società, ferisce e ci induce ad organizzare una risposta a questa deriva. Chiediamo pertanto l’immediata convocazione della Presidenza e dell’Assemblea nazionale di Sel a tutt’oggi soggetto politico indispensabile a qualsiasi costituente a sinistra. Entro giugno ci impegniamo a organizzare un’assemblea nazionale capace di fare incontrare le voci della sinistra plurale dei movimenti, del sindacato e delle intellettualità diffuse».

Dalle colonne di Repubblica, c’è Giachetti che giura di essere più di sinistra della Raggi. Bello sforzo, direte. Ma la candidata grillina sta facendo i salti mortali per non inimicarsi i voti dei malpancisti di destra e nel contempo accattivarsi quei pezzi di mondo dell’estrema sinistra, alcuni ipnotizzati dall’antipolitica (la retorica dell’anno zero e del tutti a casa ma anche quella simil Podemos del né di destra, né di sinistra) o in cerca di una nicchia dentro una relazione con i pentastellati (non sono sfuggiti gli avvicinamenti dell’Usb, smentiti ufficialmente, alla galassia grillina). Ieri, per l’ex praticante dello studio Previti, è stato il debutto in uno spazio occupato, il Cinema Palazzo, e per qualcuno sarebbe la controprova che, tra legalità e legittimità, la Raggi sceglierebbe la legittimità delle pratiche, il mutualismo e l’autogestione. Sarà vero?

«Gli elettori di Fassina devono porsi due domande: chi è in grado di risolvere i problemi di Roma? Io o la Raggi?», insiste Giachetti dicendo che, dal programma di Fassina, prenderebbe «la proposta sulla rinegoziazione dei tassi di interesse sui mutui del Comune. Oggi li paghiamo al 5%, si potrebbero dimezzare. Apriamo un tavolo col governo. Così avremmo più risorse per il sociale». Ma sulle privatizzazioni nemmeno un centimetro di arretramento. «Ho sempre detto che Atac va prima di tutto risanata. Pensare di privatizzarla significa svenderla. Per Ama vale lo stesso. Rispetto a Fassina penso che le quote di alcune municipalizzate, i cui servizi non competono al Comune, si possano cedere».

«Martedì un’assemblea con i nostri 400 candidati», scrive intanto su Twitter Stefano Fassina, il cui ricorso al consiglio di stato per essere riammesso alla corsa per sindaco di Roma verrà discusso lunedì. E sul Corsera, dice papale papale: «Abbiamo affrontato la sfida a mani nude, con una parte fondamentale del gruppo dirigente impegnata su un progetto diverso». «La cultura complottista non mi appartiene geneticamente. Il clima è di grande sofferenza e rabbia, ma è stato un errore formale involontario in liste che hanno tutti i requisiti previsti dalla legge. E al di là di chi materialmente è stato coinvolto, la responsabilità politica è mia. Avrei dovuto seguire direttamente anche l’ultimo passaggio». «Non si può portare avanti la fase costituente quando il nucleo fondativo ha opzioni contraddittorie – si legge ancora – la vicenda romana impone un chiarimento definitivo sulla prospettiva» di Sinistra italiana. Fassina dice di non vedere complotti: «vedo due impianti di cultura politica. Da una parte chi, come me, considera chiusa la fase del centrosinistra. Dall’altra, chi pensa che il nostro destino sia l’alleanza subalterna con il Pd. Non capisco come Giachetti possa pensare che quel pezzo di città orientato sul nostro progetto possa votare chi è stato pasdaran del Jobs act, della scuola, dello sblocca Italia, dell’Italicum». Un endorsement per la Raggi? Pare di no vista la freddezza tra i due durante il confronto al Cinema Palazzo convocato dalla galassia di movimenti e centri sociali su quel terreno di scontro urgentissimo che è la delibera 140, quel “capolavoro” politico di Marino e Nieri che ha reso precarie tutte le esperienze di autogestione della città in nome della messa a valore del patrimonio immobiliare del Comune. Per ora c’è una sorta di moratoria di fatto degli sfratti e dell’applicazione di quella norma ma da giugno si entrerà di nuovo nel vivo di uno scontro politico e sociale se qualcuno non si farà carico della riscrittura radicale di quella delibera, affinché il patrimonio possa essere interamente finalizzato a uso sociale.

Insomma anche un entusiasta come il manifesto deve ammettere stamattina che la spinta propulsiva di Sinistra italiana sembra già esaurita: «nelle città in cui non si va al voto si è fatta qualche assemblea, ma le iscrizioni sono al palo. Per correre ai ripari, nel gruppo dirigente c’è chi vorrebbe anticipare il congresso. Ma è improbabile: l’autunno sarà dedicato alla campagna del referendum costituzionale. Fassina è contrario all’anticipo e arriva al punto con un’analisi dura della débacle organizzativa che lo ha portato al limite dell’esclusione dalla corsa per Roma. Sulla quale Si aveva puntato di più. Visto che nelle altre grandi città – a parte Torino – le divisioni erano sconfortanti: a Milano la sinistra radicale distribuita fra Basilio Rizzo e il candidato Pd Sala; a Bologna fra Federico Martelloni e l’uscente Merola; e anche a Napoli, divisi in due liste benché entrambe con De Magistris».

Intanto Fassina prepara il suo dopo. L’idea è il lancio dell’associazione «Sinistra per Roma»: un contenitore politico per accogliere chi si è messo in moto in campagna elettorale, non solo i militanti della sua formazione, Sinistra italiana nata con l’esclusione di chi, come Rifondazione, chiedeva un processo unitario che non pretendesse l’hara kiri delle identità politiche. «Il processo costituente di Sinistra italiana e quello di Roma dovranno trovare una modalità per integrarsi – si legge ancora sul manifesto – sono consapevole che potranno aprirsi contraddizioni. Del resto l’esperienza romana ha dimostrato che ci sono nodi da affrontare: la cultura politica, le alleanze, l’idea stessa di un soggetto autonomo. Non si può avviare una fase costituente quando nel nucleo fondativo ci sono prospettive opposte. Se non facciamo subito chiarezza rischiamo di essere poco attrattivi. A me non interessa arrivare al primo congresso di Sinistra italiana, a dicembre, per fare una riedizione di Sel al più con qualche nuovo innesto».

Tutto ciò fa incavolare Peciola Gianluca, ex capogruppo di Sel al Campidoglio, legatissimo a Smeriglio Massimiliano, numero due di Zingaretti alla Pisana. Dice Peciola: «Le parole di Stefano Fassina sono offensive nei confronti della comunità umana e politica di Sel. Una comunità che ha espresso molta generosità nei suoi riguardi e nei confronti dei compagni usciti solo pochi mesi fa dal Partito Democratico. Prendersi la responsabilità di quanto accaduto è un atto coraggioso da parte del nostro candidato Sindaco. Ciò però che non emerge dalle sue parole, è la gravità dell’accaduto, la gravità della mancata rappresentanza di migliaia di cittadini e delle loro istanze e bisogni. Ecco, di fronte a questo disastro nessuno di noi se la può cavare scaricando le responsabilità su altre forze politiche o sulla comunità di Sel; una comunità che è sempre stata capace di aggregare consensi significativi in città, di stare dentro i conflitti e animare importanti esperienze di governo locale. Tutte capacità, queste, che hanno tra le premesse, saper presentare le liste. Infine, trovo poco ragionevole rilasciare dichiarazioni di tale portata a 24 ore di tempo dalla sentenza del Consiglio di Stato».

 

 

 

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