Bifo & Max, I love you

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In libreria il  romanzo “Morte ai vecchi” scritto a quattro mani da Franco Berardi, detto Bifo, e Massimiliano Geraci, detto Max, per Baldini&Castoldi

di Eugenia Foddai

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È solo un romanzo, don’t worry. Nonostante ciò l’ho atteso con trepidazione. Finalmente è in libreria. Si intitola “Morte ai vecchi” ed è scritto a quattro mani da Franco Berardi, detto Bifo, e Massimiliano Geraci, detto Max, per Baldini&Castoldi. Era annunciato con un altro titolo: Gerontomachia, ma son contenta del cambio. Prima di parlare del romanzo non posso ignorare la scelta degli autori di scrivere a quattro mani, scelta che rende “l’autore non più protagonista, ma testimone della sua scrittura nei confronti dei suoi personaggi” [i]. Questa scelta, stimolante e generosa, è in linea con l’interesse di autori come Barthes, Foucault, Derrida, molto amati e/o compresi da Bifo. Anche per Calvino questa scrittura “ci dovrebbe permettere d’uscire dalla prospettiva limitata di un io individuale” e dare supporto alla creolizzazione linguistica, culturale e umana. Testi del periodo futurista e surrealista hanno qualitativamente e quantitativamente rappresentato la massima espansione di questo fenomeno. Chi conosce Bifo sa quanto sia vicino a queste correnti artistiche che hanno dato il meglio di sé fuori dai nostri confini. Negli studi di Torodov sui generi letterari si evidenzia che chi scrive a quattro o più mani predilige romanzi gialli, noir, romanzi biografici e autobiografici, letteratura per ragazzi, romanzi gotici e fantasy, comici e satirici, storici, d’inchiesta e cronaca, romanzi rosa e di formazione … ebbene “Morte ai vecchi” è un po’ di tutto questo!

La storia inizia con Federica che ha messo in vendita la sua anima. Ma chi l’ha comprata? E perché si è suicidata? si chiede Isidoro, padre distrutto dalla morte del suo “pipistrellino”. Quest’uomo, pavido, tranquillo e addolorato, si ritrova ad assistere agli omicidi del bidello della scuola dove insegna e di sua moglie, così come del libraio dove va a perder tempo. Il problema è oltremodo grave perché, come in un nuovo gioco di società che gli spiritosi chiamano gerontomachia, giovanissimi si ritrovano in assembramenti fulminei e improvvisi, e con tecniche danzanti che tolgono pathos e orrore, senza alcuna ragione, uccidono dei vecchi, mai abbastanza vecchi per morire. Perché lo fanno? Nessuno lo sa. Dove accade? Accade in tutto il mondo. Pochi minuti dopo la mattanza se ne vanno, lasciandosi alle spalle un cimitero. E allora qualcuno immagina che ci sia un’organizzazione che guida le singole azioni, che sia una questione politica; una specie di sollevazione dei giovanissimi che si ribellano contro lo strapotere dei vecchi, ricche pre-salme, che un tempo furono hippy ribelli ed ora con il loro senile disinganno son diventati una pietra al collo per l’intera umanità. I giovani assassini agirebbero contro l’ingordigia della generazione più privilegiata di tutti i tempi che sta consumando tutte le risorse disponibili lasciando loro un futuro senza speranza. Ma di quale insurrezione parliamo? Non sono più gli anni Settanta! E il mistero resta fitto. Il preside della scuola, Professor Forza, decide di organizzare la difesa, o vendetta che dir si voglia, per non essere più “gli agnelli sacrificali degli alieni”, e un ragazzino viene trovato accoltellato e impiccato nei bagni della scuola. Fra inchieste, interrogatori, colpi di scena, digressioni negli anfratti mentali dei protagonisti, estasi gruppali, concorrenza spietata tra multinazionali farmaceutiche, bosco dei suicidi, automatismi deterministici laddove prima c’era soltanto il libero arbitrio, si scopre che è praticamente in corso un processo di cablazione generalizzata delle giovani menti. Il loro primo obiettivo sembra quello di togliere di mezzo i non cablati: ecco perché ammazzano, non ci sono ragioni politiche. Ma sarà così? Non vado oltre per lasciarvi il gusto di leggere fino alla fine questo romanzo mozzafiato!Morteaivecchi

Il pregio di “Morte ai vecchi” non è dato solo dalla storia che racconta e dai suoi eterogenei intrecci, dai personaggi e i loro inusuali rapporti, dai paesaggi urbani comprensivi di colori, sapori, odori e profumi variegati, ma anche dalla possibilità di deliziarci, come in una caccia al tesoro con mappa concettuale atipica, di riferimenti culturali, a volte nascosti o anche solo accennati, altre volte rivendicati, nei campi del cinema, della musica, della letteratura, della grafica, delle serie televisive, della stampa, del mondo di internet, delle religioni volteggiando nel tempo e nello spazio. Nel complesso questa rete di raffinate conoscenze dell’universo culturale contemporaneo, unica protezione al baratro del finazismo, sostiene il racconto senza darcene l’impressione. Gli autori non si privano nemmeno di evocare mappe più antiche che fanno dire a Martina, l’amore di Isidoro, «Anche tu sei nostalgico, ma non lo vuoi confessare. Preferisci dirti che sei stanco, che non vuoi più futuro, che non vuoi più nulla, e invece una cosa la vorresti. Vorresti il passato, Isidoro mio, come me, come tutti quelli della nostra età, che ci siamo lasciati la vecchiaia alle spalle per approdare in questo limbo oltre la vecchiaia caduto fuori dal tempo dove niente ha più senso».

Albert Camus aveva ragione quando scriveva che “Un romanzo non è mai altro che una filosofia tradotta in immagini”, e mai come in “Morte ai vecchi” è vera questa citazione. C’è sostanza filosofica e cinematografica in questa storia, e gli autori ne sono gli alchimisti. E non si privano, come Agatha Christie coi veleni, di darci prova delle loro conoscenze delle molecole chimiche e dei loro effetti, sostanze con poteri magici, capsule per catturare l’anima, che troviamo disseminate in tutto il romanzo, sostegno chimico ad una umanità disperata. Scopriamo così che per i giovani protagonisti i disturbi cognitivi e della memoria non sono più legati alle intermittenze del cuore, ma a quelle della mente, «sono nati in connessione perpetua e immediata col super-organismo bioinformatico. Fin dal primo giorno di vita hanno assorbito frammenti iperuranico-catodici e i loro cervelli si sono strutturati come circuiti stampati, perfettamente compatibili uno con l’altro, e integrati con il sistema telematico universale». La loro emotività è contratta, inespressiva, paralizzata. I loro sentimenti rattrappiti, esangui. Tutti connessi al medesimo flusso, ma soli, «ignoravano, gli scienziati sociali della Inside e il creatore stesso di KapSoul, che senza emozione non c’è relazione, che quando si disconnette la mente dal cuore, ogni comunicazione diventa afasica, e quando si disconnette il cuore dal corpo, be’ … si muore ».

Bifo & Max hanno scritto questo romanzo intrecciando le quattro mani. Anche se Bifo ha scritto del mondo dei vecchi, lo ha fatto per i giovani; e se Max ha scritto dei giovani, lo ha fatto per allertare i vecchi. É un romanzo che ci dice molte cose, tra le tante io prediligo la disperata speranza, tipicamente bifiana, di un accordo in extremis tra ingegneri e poeti per la salvezza del mondo, anche se è chiaro soprattutto nel finale chi secondo gli autori è provvisto di “grazia” e chi no. Al di là di questo auspicio, ormai quasi sciolto, il romanzo è un accorato richiamo al possibile e quantomeno urgente dialogo generazionale. Un dialogo difficile, faticoso e incerto per via di codici ormai intraducibili, per quel triste sentimento condiviso dagli autori che il futuro migliore sia ormai alle nostre spalle; lo dice balbettando Isidoro: «Il futuro? Ma di che vai parlando? Non vuoi capirlo che la nostra esistenza biologica è giunta al suo estremo limite? Non vedi che l’entropia si è impadronita dei nostri neuroni, e ha reso il mondo friabile?».

Questo “futuro funesto” che vorremmo fosse un ossimoro, è una somma ingiustizia perpetrata nei confronti dei ragazzi: parla per loro la fatica di tenersi a galla, il senso di estraneità che rischia di farli annegare in loro stessi. Bifo & Max li conoscono, e riconoscono «i sottoletto dei giorni funesti; i declivi delle capriole immotivate quando la gioia – e non solo il dolore – è tanta che devi gridarla via se non vuoi scoppiare; il bagno con l’acqua bollente che trabocca dalla vasca quando riemergi dalle esplorazioni subacquee col viso chiazzato di schiuma tremolante; e soprattutto la stanza degli abbracci dove saltare al collo di chicchessia, ogniqualvolta te ne venga voglia, senza doverci pensare un attimo». Eppure questi giovani votati agli innumerevoli stati del divenire che da anni non abbracciano nessuno, e nessuno abbraccia davvero, schiacciati come sono sotto un cumulo di punti interrogativi, di virgole e parentesi, vittime di una punteggiatura impietosa che non permette alle loro parole, ai loro gesti, di fluire liberamente, hanno dalla loro i nostri valorosi autori che a loro rischio e pericolo danno voce con “Morte ai vecchi” a questa gioventù schiacciata sul fondo dell’acquario. Bifo & Max hanno avuto il coraggio di aprire il vaso di Pandora e guardarci dentro. Aggrappati alle parole come fossero una zattera, e per sfuggire al marasma, hanno scritto per noi, vecchi e giovani, questo bel romanzo.

[i] Francesca Medaglia, “La scrittura a quattro mani”, Roma, Università Sapienza, tesi di laurea 2012/2013

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3 Comments

  1. Maurizio Zuccari

    Cara Eugenia, il tema non mi aggrada, data l’età, ma la tua deliziosa recensione m’ha fatto venire voglia di leggerlo. Visto che mi trovo in Franciacorta (ma anche tu?) faccio un salto all’Albereta a salutarti Vittorio Moretti. Un abbraccio, M.

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  2. eugenia

    Che gentile! I tuoi complimenti mi fan proprio piacere! Se ci tieni guarda che all’Albereta fanno un’offerta imperdibile: due notti in camera matrimoniale classic, mezza pensione, a soli 1030,00 euro (milletrenta), un vero affare …
    : )

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  3. Maurizio Zuccari

    un vero affare, peccato, m’ero già prenotato a villa Subaglio. Ora sono tornato capitolino ma prossima volta che torno su ci faccio un pensiero. Abbracci

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