Calcio e razzismo, il ritorno degli azzurri al Bentegodi

Calcio e razzismo, il ritorno degli azzurri al Bentegodi

Dopo 27 anni e 300 partite la Nazionale torna a Verona per un amichevole con la Finlandia. In città l’estrema destra scorazza, controlla la curva e siede nelle istituzioni col “moderato” Tosi

di Enrico Baldin

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VERONA – Tempo di amichevoli in vista dell’Europeo per la Nazionale italiana allenata da Antonio Conte. A poco più di una settimana dall’esordio contro il Belgio, dopo l’1-0 rifilato in amichevole alla Scozia, alla Nazionale toccherà l’ultima amichevole prima della partenza contro la Finlandia.

Sede del match stavolta lo stadio “Bentegodi” di Verona. 27 anni e circa 300 partite dopo l’ultima apparizione nel quel di Verona, l’Italia torna a calpestare il manto erboso dello stadio che ospita le partite casalinghe di due squadre che hanno partecipato all’ultimo campionato di serie A, il Chievo e l’Hellas appena retrocesso in serie B. All’epoca – si trattava del 1989 – l’avversario di turno era l’Uruguay. In panchina sedeva Azeglio Vicini e per i sudamericani Tabarez, mentre in campo gli azzurri schieravano Aldo Serena, Gianluca Vialli e Roberto Baggio autore del gol del vantaggio, poi pareggiato dall’ex attaccante di Genoa e Torino, Pato Aguilera.

Ma quel pareggio lasciò parecchi strascichi polemici, non certo calcistici. I supporters di casa – non molti per le medie dell’epoca – fischiarono a più non posso l’inno di Mameli e si fecero sentire pure durante il minuto di silenzio dedicato a quei 96 tifosi che una settimana prima a Sheffield morirono di foga e negligenza nella gestione dell’ordine pubblico durante una semifinale di Coppa d’Inghilterra. Quella di quel 1989 era una Italia che non si stava ancora accorgendo della Lega Nord, ma a Verona l’ascensione delle idee secessioniste era già tangibile eccome. Quel giorno di aprile infatti la città che si apprestava ad accogliere la squadra di Azeglio Vicini si svegliò tappezzata di messaggi di scherno nei confronti della Nazionale e dei terroni, visti un po’ come fossero degli invasori.

Si dirà che gli anni sono cambiati, che la città del leghista Tosi non è più leghista perché nel frattempo Tosi si è moderato e non ce l’ha più coi terroni. Si dirà che la secessione è argomento archiviato da tempo e che ventisette anni di assenza di Nazionale e di grande calcio al Bentegodi hanno calmato anche gli spiriti più bollenti. E invece no, o almeno non è detto. E’ di soli due mesi fa la sanzione di 15mila euro del giudice sportivo contro l’Hellas, i cui tifosi dopo la partita col Napoli avevano intonato «cori insultanti per motivi di origine territoriale» come risulta riportato nella motivazione della sanzione. Forse quella vecchia antipatia per i terroni non è ancora passata.

Ma a Verona non sempre si son fermati ai cori, a volte si è passati alle vie di fatto. Anche recentemente. Dopo il match salvezza di quest’anno col Frosinone (poi vinto dai laziali) i lanci di sassi e bottiglie fuori dallo stadio hanno portato all’arresto di sette tifosi scaligeri e successivamente alla denuncia di altri centonove.

Quella degli ultras dell’Hellas è una storia raccontata più volte, in molti articoli di cronaca degli ultimi decenni, da quando negli stadi la politicizzazione di estrema destra giunta da nord e centro Europa è coincisa anche con violenze ed episodi di teppismo, fino anche alle conseguenze più gravi ed estreme. Verona sponda Hellas è sempre stata una delle piazze più calde. Quando il sostituto procuratore Guido Papalia a febbraio 1987 ordinò una dozzina di arresti ai danni di altrettanti tifosi scaligeri (poi condannati e in seguito beneficiari di prescrizioni) rei di associazione a delinquere finalizzata a commettere risse e danneggiamenti, ci fu un certo scalpore perché una tale ipotesi di reato nel mondo del calcio era ancora insolita. Del resto solo un paio di mesi prima trecento tifosi scaligeri dopo la trasferta di Brescia misero a ferro e fuoco la città lombarda danneggiando circa 500 auto. I quotidiani locali dell’epoca, dopo che le perquisizioni ordinate dalle autorità diedero luogo al ritrovamento di armi, svastiche e croci uncinate, definirono il gruppo degli arrestati come una “Banda di nazisti”. E del resto alcuni degli arrestati appartenevano alla giovanile dell’MSI.

Il Chievo all’epoca vagava nelle serie minori e non aveva ancora assaggiato il calcio che conta, l’Hellas invece aveva vinto inaspettatamente lo scudetto due stagioni prima e i suoi tifosi erano già noti per intemperanze e violenze, e per gemellaggi e amicizie di ben precisa matrice politica anche con altre tifoserie calde del resto dell’Europa.

Le cose nel tempo non sono granché cambiate. Pur avendo vissuto periodi difficili (la lotta per non retrocedere in serie C2, lo scioglimento delle famose Brigate gialloblu), la curva sud del Bentegodi è rimasta una delle più accese della galassia calcistica e ha continuato periodicamente a far parlare di sé per episodi extracalcistici. A volte violenze gratuite scaturite da storiche inimicizie calcistiche, a volte episodi premeditati con impronta politica e ideologica chiara. Come quando nel 1996 la curva espose il manichino impiccato di un giocatore di colore per protestare contro l’acquisto del giocatore olandese Ferrier.

E in episodi come questo la cosiddetta “origine territoriale” non c’entra niente, perché si tratta di razzismo vero e proprio. Le squalifiche nel corso degli ultimi anni sono giunte per ululati e insulti verso giocatori come Asamoah Giyan, Muntari, Armero, Balotelli. Tutti di colore ovviamente. Nemmeno un mese fa la squalifica di un turno della curva sud dell’Hellas (pena sospesa) dopo che nella partita casalinga contro la Juventus era stato fatto il verso della scimmia all’esterno juventino Cuadrado. Tutti episodi che ormai non fanno neanche più notizia e che paiono avere pure una certa tolleranza anche in una città in cui l’estrema destra non si limita a controllare la curva, ma anche a sedere nelle istituzioni ed in altri luoghi “di potere” controllati dalla politica, godendo del favore della giunta Tosi.

Insomma, è vero che nella Finlandia che lunedì affronterà l’Italia non gioca nessun calciatore di colore, ma di certo quanto accade periodicamente a Verona, non pare il migliore dei biglietti da visita per una serata solamente all’insegna dello sport. E a certe sciocchezze, da queste parti viste troppo spesso, davvero non c’è bisogno di offrire una platea così vasta.

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