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I gatti di Essaouira

I gatti di Essaouira, ovvero di come costruire società multiculturali a partire dalla relazione con gli animali. Il nuovo libro di Annamaria Rivera: La città dei gatti. Antropologia animalista di Essaouira

di Cristiana Scoppa 

Essaouira-545b

Se fossi un gatto, vorrei vivere a Essaouira, almeno stando al racconto che fa di questa città bianco-azzurra sulla costa atlantica del Marocco l’antropologa Annamaria Rivera, che allo studio delle trasformazioni delle società arabo-musulmane ha dedicato gran parte delle sue ricerche, nel suo ultimo libro “La città dei gatti. Antropologia animalista di Essaouira”, pubblicato da Dedalo edizioni.

A Essaouira, infatti, i gatti girano liberi per la medina, si spartiscono il cibo abbondante che i pescatori hanno cura di lasciargli – soprattutto sardine, fresche fresche, altro che scatolette – con i gabbiani, trovano comodi giacigli panoramici sulle pile di tappeti ripiegati nei bazar, intrattengono relazioni di buon vicinato con cani altrettanto liberi, si aggirano sornioni tra i tavolini di bar e ristoranti dove più che i turisti, sono i camerieri stessi a prendersene cura, in un caso addirittura occupano la vetrina di una pasticceria al posto dei tradizionali dolci al miele. E nessuno ha da ridire, fanno semplicemente parte degli abitanti della città e con questi – cioè con gli umani – stabiliscono durature relazioni.

Per Annamaria Rivera, che non esita a definirsi “gattara” perché, come tante altre (soprattutto) donne a Roma, si prende cura di un certo numero di gatti “urbani”, più che “randagi”, i suoi frequenti soggiorni ad Essaouira sono stati l’occasione per guardare con occhio critico alla sua stessa disciplina – l’antropologia – e al suo dominante antropocentrismo.

Se l’antropologia urbana include anche gli altri “viventi”, non solo gli umani, e li considera degni di cura, degni di vivere, la comprensione delle dinamiche che governano lo sviluppo delle città cambiano. L’Italia ha un esempio fulgido in questo senso: penso alla Matera degli anni Cinquanta, prima dello sgombero dei Sassi, quando umani e asini, galline, capre, pecore, cani e gatti avevano con gli umani un rapporto di convivenza assai stretto, che aveva guidato e insieme era stato determinato proprio dalla conformazione urbana.

Per ripensare l’antropologia e la sociologia urbana, dunque le scienze che ci aiutano a comprendere lo sviluppo delle città e possibilmente a tratteggiare migliori politiche proprio per questo sviluppo, Rivera fa appello alla teoria femminista, e in particolare agli scritti della psicologa americana Carol Gilligan, per guardare alla società nella prospettiva della “cura”. Non si tratta solo del “prendersi cura”, come fanno appunto pescatori e camerieri a Essaouira con i gatti, oppure le tante associazioni animaliste. Ma anche e soprattutto del care about, dell’interessarsi a qualcosa o qualcuno.

La citt?? dei gatti copertina

Allargare l’analisi a questi “altri” – gli animali – che abitano la città, è un atto propedeutico a cambiare anche lo sguardo nei confronti di altri “altri” che le popolano. In società di tipo patriarcale, dove metro e misura sono i maschi del gruppo etnico dominante, gli “altri” sono sia le donne, che gli stranieri. Esiste, ci suggerisce Annamaria Rivera, una medesima radice culturale nel sessismo, nel razzismo e nello specismo (cioè il considerare gli animali come inferiori rispetto agli umani).

Essaouira, come racconta Rivera nei primi capitoli del libro, è da sempre una città multietnica, in cui berberi, ebrei, arabi, cristiani hanno saputo creare dinamiche di convivenza al di là e dentro i meccanismi di dominio istituzionale che si sono succeduti, compresa l’occupazione portoghese che ne aveva fatto un porto per il rifornimento dei vascelli da/per le colonie dell’Africa Sub-Sahariana.

Tra le due cose – il prendersi cura diffuso degli animali liberi in città e la convivenza armoniosa tra umani “diversi” per lingua e religione nello stesso spazio urbano – ci suggerisce il libro, c’è un legame. Perché la stessa accoglienza dell’altro inteso come umano appartenente a un altro gruppo etnico-linguistico o religioso, sembra aver facilitato l’accoglienza e la cura anche nei confronti dei cani, animali che gli hadith, cioè i detti del Profeta tramandati dai suoi seguaci (e non il Corano), tendono a definire come impuri e che in genere, nei paesi islamici, non godono di buona reputazione, e dunque sono scacciati e temuti. Ma non a Essaouira.

E viceversa. Il rapporto costante, “naturale” verrebbe da dire, con gabbiani, gatti e cani, sembra aver reso Essaouira più aperta e accogliente: non per niente, nel corso degli anni Settanta, era meta privilegiata di hippy e beatnick, “alternativi” si direbbe oggi, che vi trovavano una dimensione “peace and love” universalista che la retorica sull’Islam che domina in Occidente sembra invece escludere a priori.

C’è molto cui ispirarsi in questo libro, per chi vive in Italia oggi. Perché le nostre città diventano sempre più multiculturali, un fenomeno ancora – seppure vada avanti da quasi vent’anni ormai – “nuovo”, e i marciapiedi si popolano sempre più di cani adottati dai canili.

È possibile costruire convivenze fatte di relazioni, di rispetto, di conoscenza reciproca, più che di dominio dell’uno (l’umano, l’autoctono) sull’altro (l’animale, lo straniero)? Il racconto delle esperienze personalissime fatte da Annamaria Rivera con due gabbiani e con una gatta di Essaouira, con cui si chiude il libro, sembra suggerire di sì.

Di tutto questo si parlerà venerdì 10 giugno, alle ore 18.30 al coworking Cowall, via Libetta 15/c, su invito di Babelmed, magazine dedicato alle culture contemporanee del Mediterraneo.

A conversare con Annamaria Rivera saranno Toni Maraini, scrittrice e poeta, che ha vissuto a lungo proprio in Marocco, e Alessandra Bozzoli, ricercatrice sociale, femminista e da qualche tempo, grazie ai suoi cani Nespola e Lena, curiosa esploratrice delle teorie anti-speciste.

 

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