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Albinati e la stratificazione della Scuola cattolica

La Scuola cattolica di Edoardo Albinati, un’operazione letteraria dall’indubbio interesse culturale ma…

di Carlo Scognamiglio

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Occorre esser chiari: l’ultimo romanzo di Edoardo Albinati, La scuola cattolica, rappresenta senz’altro un’operazione letteraria dall’indubbio interesse culturale. Non si tratta di considerare qui le benevoli recensioni che altri autori gli hanno riservato dalle pagine di importanti quotidiani italiani. Si capisce ormai che gli scrittori usano sperticarsi in vicendevoli elogi, senza accennare a una vera analisi dell’opera, e limitandosi invece a una facile promozione, che presumibilmente sarà ricambiata alla prima occasione utile.

Quando indico nel libro di Albinati lo sforzo di un’azione intellettuale intrigante, sicuramente capace di un effetto culturale, penso al suo peculiare sguardo narrativo.

Come ormai sanno anche le pietre, l’autore lascia riaffiorare nel proprio romanzo i drammatici “fatti del Circeo”. Tuttavia, in un’epoca propiziata dall’attenzione morbosa degli scrittori nei confronti della poliedrica sfera del crimine, e dal complementare e patologico interesse dei lettori per assassini seriali, cupole malavitose o sezionatori di corpi umani, Albinati resiste. Sebbene gli si offra una ghiotta occasione a portata di mano, egli si sottrae alla tentazione ed evita di scrivere l’ennesimo romanzo noir o la reiterata mescolanza tra cronaca nera e fiction. Albinati non concede al lettore lo “sfizio” di identificarsi con lo sbirro di turno, né con lo psicopatico tagliatore di teste. In questo libro viene portato a termine un lavoro tutto diverso, e dunque interessante.

L’autore ha frequentato da ragazzo la stessa “scuola di preti” degli autori di quell’efferato delitto, è cresciuto nel medesimo quartiere e ne ha incrociato le biografie. Ma invece di speculare su un grave fatto di sangue, magari irrorandolo con pettegolezzi o dettagli “privati”, decide di percorrere una strada assai più impervia.

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Cosa è, in fondo, un delitto? Nel linguaggio investigativo si definirebbe un “caso”, cioè un evento che rompe un equilibrio ambientale attraverso una rottura brusca del patto sociale. In quanto evento, quindi, se ne cercano l’inizio, la fine, le cause e i mezzi. In termini giudiziari, dunque, esso viene circoscritto e ricondotto all’unità. Albinati sceglie invece il percorso inverso. Ne sgretola la compattezza.

Lo sguardo è stratificato. Con pazienza l’autore riporta in vita un intero tessuto sociale: il quartiere Trieste e i costumi della media borghesia romana che vi risiedeva negli anni Settanta; il cinema e la musica di quel periodo, il neofascismo e la lotta armata, fino a stringere il cerchio: la scuola cattolica frequentata, i docenti, il preside, i compagni di classe, i familiari, le ragazze, il sentimento privato della sessualità e il rapporto con la violenza. Le analisi sono lunghe e meditate. Meglio riuscite quelle sulla destra militante, meno le digressioni narrative relative ai compagni di scuola, i cui profili psicologici paiono poco nitidi o poco credibili.

Ma se fosse solo questo, saremmo di fronte a un consueto sociologismo: il delitto “spiegato” attraverso un sistema oggettivo di circostanze complesse. In realtà Albinati mostra di essere consapevole del fatto che ricostruire una connessione eziologica tra circostanze ed eventi è come minimo velleitario. Gli strati del contesto storico-sociale possono essere trapassati soltanto attraverso la peculiarità di un vissuto particolare, soggettivo, autobiografico. Con ciò il libro perde la struttura del sociologismo e si fa romanzo. In altri termini l’autore ricostruisce il milieu del fatto, che così vi si fonde quasi del tutto, attraverso una continua evocazione del portato personale di quello sguardo. Il medium è il sé. Senza il narratore, si ribadisce tacitamente, non vi è alcuna storia da raccontare.

Ma siccome la recensione di un libro non è rispettosa dell’autore se non ne segnala anche i difetti, mi pare di poter dire che La scuola cattolica, che ho definito culturalmente interessante, non riesca ad andare oltre questa sua dignità d’esistenza, né raggiungere una vera bellezza letteraria. Forse la prosa di Albinati non è sufficientemente raffinata, e probabilmente alcune trovate narrative (siano esse frutto di eventi realmente accaduti o meno, qui non importa) – legate alle figure degli amici Arbus e Max, o di alcuni personaggi femminili – risultano in molti tratti ingenue o forzate.

La sensazione generale è che se avesse dedicato ancora un po’ di tempo per una rifinitura stilistica, prima di pubblicarlo, l’autore avrebbe forse lasciato ai propri lettori l’esperienza di una vera gratificazione estetica.

 

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