Prendi Mozart e ballaci sopra, a due passi dal mare

Prendi Mozart e ballaci sopra, a due passi dal mare

“Microcosmo Mozart”, il nuovo spettacolo di DEOS (Dance Ensemble Opera Studio), collettivo di danza contemporanea nato al Carlo Felice di Genova

da Genova, Claudio Marradi

 

Prendi Wolfgang A. Mozart e ballaci sopra a due passi dal mare. E’ tutto imbastito sulle note del grande compositore viennese “Microcosmo Mozart”, il nuovo spettacolo di DEOS (Dance Ensemble Opera Studio), collettivo di danza contemporanea che detiene il primato di nascere nel 2013 come prima compagnia residente in un teatro lirico, il Carlo Felice di Genova.

Un progetto la cui prima idea viene da lontano, addirittura dagli anni Ottanta del secolo scorso ma che giunge a realizzazione solo molto tempo dopo, per la tenace volontà del suo animatore, il coreografo Giovanni Di Cicco e quella dei danzatori Luca Alberti, Angela Babuin, Filippo Bandiera, Emanuela Bonora, Fabio Caputo, Melissa Cosseta, Maria Francesca Guerra, Barbara Innocenti, Erika Melli, Nicola Marrapodi Samuel Moretti e Marco Pericoli. E per una serie di circostanze che fanno fare di necessità virtù. O, come usa dire oggi, resilienza. E’ infatti dall’intreccio di traiettorie artistiche e professionali accelerate dalla forza centrifuga della crisi che ha brutalmente investito il mondo della cultura, e quindi anche della danza contemporanea, che ha avuto luogo una realtà ormai consolidata. E che conferma la sua vitalità con questa produzione nell’ambito della prima edizione del festival internazionale Genova Outsider Dancer, che ripropone il capoluogo ligure come città che danza. Magari sull’orlo di un burrone, come tante città europee fiaccate da processi di deindustrializzazione che non accennano ad arrestarsi. Ma intanto danza, perché a fermarsi si cade di sicuro.

Quello che va in scena nella tensostruttura di Piazza delle Feste al Porto Antico è un work in progress che si appoggia su un collage di partiture musicali di Mozart scelte per pura affinità emotiva. E che diventa il paesaggio sonoro di un viaggio tutto condotto all’insegna di un’estetica del frammento e della citazione che sembra permeare il Settecento di Mozart così come la condizione della nostra estrema, esausta, modernità. L’intreccio di duetti e nodi di corpi alludono a uno scenario di seduzione tra i sessi all’insegna di una leggerezza che dagli ambienti nobiliari settecenteschi richiama, scavalcando i secoli, la pratica del dating dei siti per appuntamenti tra singles di oggi. La bellezza della musica sottende così le contraddizioni di una umanità complessa, sospesa allora come oggi – probabilmente come sempre – tra il mondano e lo spirituale. Duetti, nodi di gesti e di sguardi, danze corali, assoli, giochi di società compongono la grammatica di un’etichetta di corte che sembra ammiccare alla netiquette e alla policy delle piattaforme social di oggi. Dove, oggi come allora, sono corpi che si cercano e si allontanano, si desiderano e si respingono.  Corpi, in fondo, sempre in cerca di un autore che li racconti, dando a sua volta corpo alla narrazione di biografie che avvertirebbero altrimenti il rischio di rimanere evanescenti.   Che possono trovare corpo solo nella parola, quando la parola si fa carne. E nella scrittura – per dirla con Roland Barthes – come corpo erotico del linguaggio. E’ il passaggio in cui una danzatrice si offre come docile superficie alla grafia del suo partner. Nel graffio di una svolazzante penna d’oca ai tempi di Mozart, come nel fruscio della tastiera di un pc oggi. Nella partitura di un minuetto diviene così leggibile la trama di un tempo andato che rimanda a un’altra epoca barocca come è in fondo anche la nostra. Nei giardini dei palazzi nobiliari di trecento anni fa, i cosiddetti Rolli di Genova, come sugli schermi dei dispositivi mobili del terzo millennio, vanno in scena la commedia e il tormento umani dell’eterna danza – ossessiva come quella di una falena intorno alla luce – di una soggettività che non può bastare a se stessa. Come un cerchio impossibile da chiudere dall’interno e che attende sempre il sigillo dello sguardo dell’Altro per potersi dire compiuto.

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