G8 di Genova, non dimenticare è già qualcosa

G8 di Genova, non dimenticare è già qualcosa

15 anni fa le giornate del luglio di Genova, l’arroganza degli 8 Grandi, la violenza di migliaia di poliziotti, carabinieri, baschi verdi e secondini. La Diaz, Bolzaneto e l’omicidio impunito di Carlo Giuliani.

di Ercole Olmi

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Sono passati 15 anni, migliaia di chilometri di pellicola, montagne di pagine nei faldoni della procura, foto, canzoni, libri eppure sul G8 del 2001 a Genova c’è ancora chi scrive che «Sono stati giorni di protesta e giorni di grande violenza, giorni in cui il movimento pacifico fatto di mille anime diverse eppure simili era diventata un’onda lunga infiltrata da rappresentanti del disordine, anche se subito dopo deve ammettere, ma con una certa prudenza che furono giorni in cui una parte di quelle forze dell’ordine votate alla difesa della Costituzione dimenticarono il loro mandato e la loro natura che li porta a difendere e non a offendere. No, il G8 del 2001 non è diventato simbolo di violenza e devastazione e morte sotto gli occhi del mondo come scrive “mirabilmente” un cronista dell’Ansa ma in tutto il mondo è il simbolo della violenza delle polizie (l’Italia ne ha una pletora), della loro allergia alla Costituzione, della capacità del ceto politico di coprire quelle nefandezze senza nemmeno uno straccio di inchiesta parlamentare. Anche a sinistra qualcuno dovrebbe ricordare che nel 2008 (i primi giorni del secondo gabinetto Prodi) qualcuno ordinò il ritiro dal calendario del Senato la proposta per una vera commissione di inchiesta (ossia con gli stessi poteri della magistratura inquirente) perché aveva ricevuto da Violante la garanzia che ne sarebbe nata una bicamerale. Violante, indimenticato riabilitatore dei ragazzi di Salò, si spicciò a dire che quella commissione non sarebbe mai nata. E così fu. Gli antenati del Pd si fecero bastare la farsa della commissione conoscitiva concessa da Berlusconi.

Dice ancora l’Ansa che Nessuno può dimenticare il corpo di Carlo Giuliani sull’asfalto, un ragazzo ucciso da una pallottola sparata dal carabiniere Mario Placanica. Piuttosto utile rammentare il risultato dei processi con le condanne a funzionari di polizia e le polemiche per le loro promozioni, la prescrizione, i risarcimenti. Numeri extra ordinari: sette processi, un centinaio di imputati condannati tra cui i vertici della polizia nazionale e locale, oltre 300 udienze, 170 anni di reclusione comminati, otto pubblici ministeri impegnati, circa 120 avvocati per le difese e per le parti civili. E l’ultimo, in ordine di tempo, atto della giustizia: la Corte dei Conti che stima il danno patrimoniale e all’immagine dello Stato provocato dal comportamento della polizia in 12 milioni di euro. E il vuoto normativo sulla tortura, una specie di reato il cui inserimento nel codice penale oggi, come ai tempi di quei processi, è richiesto a gran voce. E Carlo Giuliani che morì in piazza Alimonda per un proiettile sparato dall’allora carabiniere Mario Placanica che venne indagato per omicidio e poi prosciolto per legittima difesa e uso legittimo delle armi, chi lo dimenticherà? «Il ricordo di mio figlio e il mio dolore sono un fatto privato – ha detto la madre di Carlo, Haidi Giuliani – ma non è privato il ricordo di quei giorni. Non continuiamo a dire: ‘quanto è successo…’ in quei giorni tutto è stato voluto, premeditato e forse qualcosa è sfuggito di mano. Il movimento con le sue mille anime diverse faceva paura, l’hanno voluto ricacciare indietro con la violenza». E sull’invito che il sindacato di polizia Coisp, secondo una macabra tradizione di questo sindacatino di servitori dell'”ordine”, ha fatto a Placanica per intervenire a un convegno che si terrà a Genova a 15 anni da quegli eventi? «Sono fatti loro – ha detto Giuliani – Non abbiamo mai preso in considerazione un sindacato che rappresenta una manciata di agenti di polizia». Quindici anni dopo, Genova ricorderà ancora una volta quei giorni terribili. Con i convegni organizzati dal Comitato piazza Carlo Giuliani, la musica, i fiori da portare al cippo di piazza Alimonda. Il paradosso è che quel movimento contro la globalizzazione aveva ragione: la capacità distruttiva del neoliberismo è sotto gli occhi di tutti, così come la ferocia dell’austerità e della guerra e dei partiti che le propugnano. Ma di quel movimento restano in Italia poche tracce, frammenti sovente generosi, talvolta litigiosi, altre volte irriconoscibili. O indegni.

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