Uscire dalla crisi significa liberarsi del debito

Uscire dalla crisi significa liberarsi del debito

Mettere in discussione il debito è oggi un obiettivo strategico ineludibile. Un convegno a Genova (fu uno dei grandi temi del social forum) e un libro delle edizioni Alegre

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Il 19 luglio, nell’ambito del programma di iniziative organizzate in questi giorni dal Comitato Piazza Carlo Giuliani con altre associazioni e movimenti, è previsto lo svolgimento del Convegno “Dal G8 di Genova alla “Laudato Si’” – Il “Giubileo” del debito?”.

In particolare, segnaliamo la presenza alla tavola rotonda conclusiva, “Quali soluzioni per il debito?”, con inizio previsto alle ore 17.30, di Eric Toussaint, invitato dagli organizzatori in veste di portavoce internazionale del Comitato per l’abolizione dei debiti illegittimi, come è stato ribattezzato il CADTM, nato nel 1990 come Comité pour l’Annulation de la Dette du Tiers Monde (Comitato per l’Annullamento del Debito del Terzo Mondo)

Alla tavola rotonda, insieme a Toussaint, parteciperanno Marco Bersani, portavoce nazionale di Attac Italia, padre Alex Zanotelli e monsignor Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi Italia. Il Convegno, che si articolerà, fin dal mattino, in due sessioni e gruppi di lavoro, si svolgerà presso la Sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale. Toussaint è uno fra i maggiori esperti mondiali sulla questione del debito. E’ stato anche chiamato da diversi governi di vario orientamento progressista (nel 2003 a Timor Orientale, nel 2007 in Ecuador con Rafael Correa, nel 2008 in Paraguay con Fernando Lugo) a presiedere Commissioni governative sul debito.

Da ultimo, nell’aprile del 2015, era stato chiamato dalla presidente del Parlamento greco, Zoe Kostantopoulou, a presiedere la Commissione per la verità sul Debito pubblico in Grecia, prima che fosse poi repentinamente smantellata da Alexis Tsipras dopo la capitolazione di Syriza. Toussaint è un militante e dirigente della LCR / SAP (Ligue communiste révolutionnaire in Vallonia / Socialistische Arbeiderspartij nelle Fiandre), sezione belga della Quarta Internazionale.

Touissaint, assieme a Marco Bersani, Marco Bertorello, Francesca Coin, Danilo Corradi, Vittorio Lovera, Gigi Malabarba, Christian Marazzi, Cristina Quintavalla. è tra gli autori di L’alternativa all’Europa del debito. Dopo Brexit e caso greco, un piano B contro l’austerità che le edizioni Alegre mandano in libreria proprio in queste ore. Popoff ne anticipa un paragrafo dell’introduzione di Lovera e Coin.

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Rimettere il debito al centro dell’agenda politica

La dichiarazione finale del primo incontro Europeo sul Plan B, tenutosi a Madrid dal 19 al 21 febbraio del 2016, recitava così: «Vogliamo sfidare la richiesta più irrealistica e irrazionale di tutte: che l’Europa possa pagare il suo debito pubblico e privato. Affermiamo il diritto sovrano di tutti i popoli all’audit del debito e al ripudio del debito illegale e illegittimo».6 Il Plan B è nato come spazio di dialogo tra tutte quelle realtà e quei movimenti impegnati a uscire dalla distruttiva logica dell’austerità e dall’impasse che sembra guidare l’Europa verso la disintegrazione sociale.

Gli assi portanti dell’incontro di Madrid includevano il tema del debito; la campagna contro il Ttip; i diritti del lavoro; l’esperienza delle fabbriche occupate e la critica al ruolo del sindacato; il femminismo e i diritti delle donne (“A Plan B will be for women or it will not be”); la crisi climatica; i temi del razzismo, della guerra, dei confini e della solidarietà. Costruire uno spazio europeo che cominci a connettere i conflitti è una priorità ormai ineludibile. La grande lezione che ci viene dalla Grecia, dalla Spagna, dalla Francia pone l’esigenza irrinunciabile di connettere i luoghi in cui precipita la crisi economico- sociale, a partire dai luoghi di lavoro e dalle periferie, da tutti quegli spazi dove miseria, sfratti, disoccupazione, precarietà aprono uno squarcio drammatico sulla crisi e la marginalità sociale, per arrivare alle scuole e alle università frequentate da giovani precari, la generazione continuamente alle prese – per restare a galla – con una guerra quotidiana fatta di solitudine competitiva.

La globalizzazione si è trasformata nel comando spietato dei liberi flussi di capitale. La soluzione non sta solo nella deglobalizzazione ma in un processo capace di sovvertire la logica che ha reso superflua metà dell’umanità, confinandola dentro i grandi campi di concentramento del terzo millennio, quei recinti coperti da muri, filo spinato e militarizzazione dietro i quali si occultano le perversioni belliche e l’apartheid economica di un modello di sviluppo tutto da cambiare. Negli ultimi anni la politica europea si è distinta per la tenacia con cui ha perseguito nelle sue politiche obiettivi esplicitamente anti-sociali. Quasi ad elevarsi a tragico esempio del trionfo di idee già fallite, ha sposato con convinzione una politica d’austerità finalizzata al contenimento della spesa pubblica e all’introduzione in tutta Europa di processi di privatizzazione, precarizzazione e taglio della spesa sociale, delle pensioni, della sanità e dell’istruzione.

Una tale solerzia nella gestione della spesa sociale sarebbe stata auspicabile, il problema è che le sue cause e le sue finalità sono entrambe errate. L’austerità si fonda su due assiomi fondamentali. Primo, la supposta relazione causale tra una gestione lassista della spesa pubblica e l’elevato debito pubblico: quella brutta abitudine che hanno i paesi dell’Europa del Sud di “vivere al di sopra delle proprie possibilità”. Secondo, i presunti effetti benefici di lungo periodo derivanti da una politica di abbattimento del debito pubblico. In verità tali assiomi dimenticano non solo il lungo dibattito che nel corso del Ventesimo secolo ha sostenuto l’utilità del deficit spending keynesiano ai fini della crescita della domanda interna e dell’occupazione, lo stesso dibattito che ha convinto l’Europa del secondo dopoguerra a pensare il welfare in direzione di un potenziamento della previdenza e della redistribuzione del reddito. Ma oscurano anche come, negli ultimi vent’anni, alcuni paesi tra cui l’Italia abbiano avuto quasi sempre un avanzo primario, al netto del pagamento degli interessi sul debito.

In altre parole, una spesa pubblica regolarmente inferiore alle entrate, ancorché tale politica virtuosa non abbia condotto a una decisiva riduzione del debito, bensì alla sua crescita. Nonostante i sacrifici della popolazione ci troviamo, in molti paesi, all’interno di un circolo vizioso nel quale il rapporto deficit/Pil cresce, invece che ridursi, trasformando l’austerità e le sofferenze collettive in una tragica inutilità sempre più esplicitamente controproducente e pericolosa per la stabilità economica. La ragione di questo apparente paradosso è che il debito pubblico non cresce, come ci viene sempre detto, a causa dell’infelice tendenza dei paesi del Mediterraneo a vivere “al di sopra delle proprie possibilità”. Cresce, nonostante i sacrifici della popolazione, a causa di un’architettura economica che vede nel debito essenzialmente uno strumento di cattura finalizzato allo sfruttamento dei bisogni e della povertà. Ben più che derivante dalla spesa pubblica la crisi europea del debito sovrano è un epifenomeno della crisi dei mutui subprime del 2007, un effetto della finanza creativa dei principali istituti bancari europei, nonché un riflesso degli squilibri interni alla zona euro. Squilibri che impongono al debito delle periferie di continuare a crescere parallelamente al surplus tedesco. Mettere in discussione il debito è, oggi, un obiettivo strategico ineludibile.

A fronte di un’interpretazione del debito interamente protesa a focalizzarsi sulla colpa del debitore, un’analisi più approfondita delinea un processo più complicato. In poche parole non è vero che la crisi dipende dal “carattere nazionale” dei paesi debitori, “naturalmente” inclini all’ozio e alla sperequazione della spesa pubblica. Al contrario un tale “carattere nazionale” serve precisamente a nascondere i rapporti di forza che si celano dietro al debito, la modalità con cui le più ricche economie del nord hanno usato il debito per finanziare l’esportazione coatta dei propri beni nei paesi del sud, quello che in gergo si chiama vendor financing, cioè lo schema attraverso il quale i paesi del Mediterraneo sono stati trasformati in mercati di sbocco coatti per le imprese del Nord Europa. È un processo che abbiamo visto in Grecia, laddove il debito ha consentito non tanto alla popolazione di vivere al di sopra delle proprie possibilità bensì alle banche franco-tedesche di fornire agli Stati periferici ingenti prestiti con i quali finanziare l’importazione dei prodotti provenienti dai propri paesi. Le prime a beneficiarne sono state le compagnie francesi impiegate nei trasporti come Air France o nella grande distribuzione alimentare come Carrefour e Auchan. Ma potremmo includere nell’elenco compagnie tedesche come ThyssenKrupp, che grazie alle commesse militari delle aziende tedesche ha trasformato la piccola Grecia in uno dei paesi più militarizzati al mondo.

Tutti questi casi mostrano che il debito non è tanto colpa del debitore quanto una necessità strutturale di un sistema attanagliato dalla sovrapproduzione e dai bassi salari. È un processo che abbiamo visto all’opera altre volte, in primo luogo nei cosiddetti Heavily indebted poor countries, dove i prestiti a basso tasso d’interesse delle istituzioni finanziarie internazionali hanno da un lato consentito di proteggere i mercati occidentali con una forma latente di protezionismo coatto e dall’altra negato l’utilizzo di risorse necessarie per investimenti nel campo della spesa pubblica, in particolare nell’agricoltura, nell’istruzione e nella sanità. Tutto questo, in molti paesi dell’Africa, ha portato a un indebitamento strutturale nascosto precisamente grazie alle politiche di austerità introdotte con il pretesto di ridurre il debito pubblico.

Nel 2005 la Multilateral debt relief initiative adottata nel Vertice di Gleneagles ha “cancellato” il debito di molti paesi africani, in quello che è stato definito “un evento epocale” o un “momento storico”, come dichiarò l’allora premier britannico Gordon Brown. Il risultato a pochi anni di distanza è che in molti paesi dell’Africa si possono rinvenire i prodromi di una nuova crisi del debito sovrano, coadiuvata dalla recessione globale, dal calo dei prezzi delle materie prime e dall’aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti – per citare gli aspetti congiunturali più importanti – nonché, a livello strutturale, dall’austerità imposta come condizione per l’accesso ai prestiti. Mentre si comincia a parlare di ristrutturazione del debito greco è importante tenere a mente che la cancellazione del debito non potrà mai risolvere alcunché in un contesto nel quale perdurano squilibri commerciali e politiche neo-liberali di austerità.

Quanto avvenuto negli ultimi decenni in Africa indica chiaramente come tali politiche conducano esclusivamente al cronicizzarsi del fenomeno del debito e dell’erosione del tessuto produttivo nei paesi importatori. Osiamo prevedere che la proposta del Fondo monetario internazionale di ristrutturare il debito greco non risolverà la crisi ellenica, semplicemente trasformerà il rapporto di dipendenza instauratosi tra le istituzioni finanziarie e il paese ellenico in un problema cronico. Al momento attuale, non vi è soluzione al problema del debito a meno di una modificazione dei rapporti di forza.

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