Colomban, il “falco” di Raggi: ama la guerra e il jobs act…

Colomban, il “falco” di Raggi: ama la guerra e il jobs act…

… ma più di tutti l’ha fulminato Casaleggio. Un ritratto del nuovo assessore alle Partecipate del Campidoglio, Massimo Colomban. Una volpe a guardia del pollaio

da Treviso, Enrico Baldin

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Né di destra né di sinistra, ma nel dubbio di destra. Pare rispondere a questo criterio uno dei due volti nuovi che Virginia Raggi ha nominato come assessore nella sua Giunta capitolina con delega alle società partecipate.

Massimo Colomban viene dal ricco nord est, da quel Veneto locomotiva dell’economia nazionale. Uno di quelli che “si è fatto da solo”, che come accade sovente da queste parti ha iniziato a lavorare da ragazzino. Colomban inizia a lavorare a 15 anni infatti, prende il diploma alle serali e “mette su” una azienda di costruzioni che lavora perlopiù con materiali come acciaio e vetro. Tenta la carriera universitaria (senza completarla) e nel frattempo lavora come un forsennato, anche 15 ore al giorno dirà in seguito. Fino a far diventare la sua azienda – la Permasteelisa – un colosso mondiale delle costruzioni, una multinazionale con sedi all’estero che fattura un miliardo e mezzo l’anno e che impiega seimila dipendenti in mezzo mondo.

Colomban cede il suo gioiello a fine anni ’90 e si mette a fare di tutto: amministratore di Sviluppo Italia Veneto, presidente di Vegapark, ambasciatore dell’Australia in Veneto, docente al politecnico di Milano e membro del board di Harvard. Acquista un bellissimo castello medievale (castello Brandolini) che troneggia nella valle Mareno nell’alta trevigiana, lo ristruttura e ne fa struttura ricettiva per turisti e per congressi. Il magnate veneto concederà il suo maniero nel 2009 per il G8 dell’agricoltura che si svolgerà con Luca Zaia ministro dell’agricoltura del governo Berlusconi. Massimo Colomban nel suo peregrinare tra mestieri, passioni e professioni diviene pure comandante onorario dell’US Force della base aerea Nato di Aviano in provincia di Pordenone dove – secondo un rapporto statunitense – sarebbero conservate 50 bombe atomiche e dalla quale partirono commandi militari per i principali conflitti, compresi quelli dei giorni nostri (Balcani e Libia).

Ma Colomban che non trascura alcun campo si è dedicato anche alla vita politica. La sua prima comparsa ufficiale fu nel 2010 quando alle elezioni regionali sostenne il leghista Luca Zaia, candidandosi come capolista nell’ADC, un micro partito capeggiato da Francesco Pionati che si assunse l’onere di “strappare” dall’Udc di Casini per dare sostegno fisso al governo Berlusconi. In Veneto non c’era nulla di più facilmente prevedibile della vittoria della coalizione di destra, e l’ADC tentò di eleggere un suo rappresentante nell’ultimo consiglio regionale veneto composto da 60 eletti (ora i consiglieri sono 50) e con “soglie di sbarramento” basse. Tuttavia il misero 0,8% conseguito dall’ADC e un po’più di un migliaio di preferenze personali come capolista non bastarono a Colomban per sedere a Palazzo Ferro Fini.

Colomban però con la politica non ha chiuso e negli anni successivi sella altri cavalli prima di trovare quello giusto nella “Casaleggio associati”. Il primo più che un cavallo fu un ronzino, perché per quanto in quegli anni abbia fatto parlare di sé la galassia indipendentista in Veneto è poca cosa. Nello stesso periodo in cui i magistrati di Brescia arrestarono una ventina di indipendentisti veneti accusati di volere occupare militarmente piazza San Marco a bordo di un “tanko” (una ruspa artigianalmente da trasformare in rudimentale carro armato), Colomban rompe il ghiaccio e annuncia di essere disponibile ad ospitare il parlamento Veneto provvisorio dello “Stato Veneto indipendente” nella sua Castelbrando, lo stesso castello che aveva ospitato il G8 dell’agricoltura. A darne annuncio (poi confermato da Colomban) fu tal Gianluca Busato, che solo poche settimane prima aveva organizzato e gestito un referendum online in cui – stando a quanto dichiarato da Busato stesso – la maggioranza dei Veneti si era detta favorevole all’indipendenza. Un referendum farsa il cui afflusso internet fu smentito dalle società che si occupano di traffico nella rete e in cui si scoprì che il 10% dei presunti votanti si era collegato online dal Cile.

Colomban però sul tema dell’indipendenza del Veneto si è sempre dimostrato confuso. A volte favorevole, a volte per una democratica consultazione, a volte disinteressato. Ciò su cui pare avere le idee piuttosto chiare è l’immigrazione. Fu proprio Colomban nel 2014 a tuonare: «Lo Stato ha creato cittadini di serie A e cittadini di serie B mettendo al primo posto gli immigrati». Ma Colomban è di destra un po’ su tutto. Quando uscì il jobs act, forse un po’ per strizzare l’occhio a Matteo Renzi, plaudì con un certo vigore alla riforma che precarizza il lavoro. E si sperticò per incoraggiare una politica fiscale più tenue nei confronti degli imprenditori. Fino al colpo di fulmine con Gianroberto Casaleggio ed il Movimento 5 stelle che ieri lo ha portato nella Giunta della Capitale.

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