Movimenti francesi contro la violenza poliziesca

Movimenti francesi contro la violenza poliziesca

Testimoniare, condannare, unirsi. Razzismo e islamofobia sposano lo stato d’eccezione. La convergenza fra studenti, operai e quartieri popolari contro la violenza poliziesca. Cronaca di un meeting a Parigi

da Parigi, Ilaria Fortunato

Dopo quattro mesi di mobilitazione, la violenza poliziesca continua a scuotere i quartieri popolari in tutta la Francia. L’assassinio di Adama Traoré, giovane di 24 anni mortalmente percosso dalla polizia il 19 luglio a Persan per essersi visibilmente opposto all’arresto di suo fratello, ha confermato il proseguimento di una lotta che si inscrive non esclusivamente nell’ambito della discriminazione razziale (in Francia alimentata dalla promulgazione e dal prolungamento dello Stato d’Urgenza in funzione iniquamente antiterrorista): essa si estende al dominio di un apparato comunitario sempre più attanagliato da una repressione brutale scagliatasi violentemente contro il movimento sociale in corso e la classe lavoratrice e studentesca mobilitatasi contro l’approvazione della legge El Khomri. Se n’è discusso a Parigi, il 6 ottobre, in un meeting – “Violenze poliziesche, razzismo, islamofobia: facciamo fronte” – la cui organizzazione è stata sostenuta dalla Corrente Comunista Rivoluzionaria del Nuovo Partito Anticapitalista, una delle gambe politiche del movimento contro il jobs act della scorsa primavera. Un evento che ha visto mobilitate le forze antirazziste, politiche e sindacali del territorio francese, così come una gioventù militante che si è appropriata, con i suoi 600 partecipanti, dello spazio studentesco concesso dall’Università di Tolbiac, fortemente colpita nei mesi scorsi dall’inaudita efferatezza delle forze dell’ordine transalpine.
La necessità di un tale evento si è manifestata nella necessità di una convergenza politica al fine di assemblare le forze popolari contro un sistema antisociale e repressivo e dissolvere ogni tentativo di scissione e frazionismo.
Numerose sono state le testimonianze che hanno animato la riflessione, come quella di Amail Betounsi, fondatrice del Collettivo Urgence Notre Police Assassine e sorella di Amine Betounsi, franco-marocchino abbattuto da un proiettile sulla schiena il 22 aprile 2012 a Noisy-le-Sec.
«La sua storia è comune a tutti coloro che abitano i ghetti, sottomessi ad un’interminabile stigmatizzazione», afferma Amail schierandosi contro l’impunità poliziesca e un razzismo longevo e strutturale profondamente radicato al seno delle istituzioni dalle quali «diviene sempre più difficile ottenere giustizia». L’idea di creare una piattaforma contro la violenza poliziesca «è il risultato di quattro anni di incontri tra collettivi, studenti e famiglie delle vittime, al fine di individuare e testimoniare crimini invisibili ai quali non viene rivolto alcun interesse mediatico» e ai quali viene negata un’adeguata esacerbazione, dissimulando le incombenti responsabilità delle forze dell’ordine in vista della spietata brutalità da esse adoperata.
«Uccidere un uomo è un atto volontario, mai incidentale», continua la militante antirazzista, evocando l’urgenza di una solida convergenza nella quale la gioventù studentesca possa identificarsi contro un nemico comune che si installa sistematicamente nella moltitudine degli spazi sociali. Si tratta di una mobilitazione che non reclama esclusivamente il sostegno dei quartieri popolari, ma l’intervento di un’intera generazione che attraverso il dialogo e l’appropriazione dei luoghi pubblici svela la capacità di sradicare una struttura educativa xenofoba ed islamofoba, di elargire «un senso di giustizia e verità spontanee», come dichiara Assa Traoré, sorella di Adama, deceduto nei locali della gendarmeria in quell’immortale ed emblematico 19 luglio: «un luogo sicuramente simbolico, specchio di uno Stato che autorizza ogni forma di violenza», o meglio dire che si manifesta, esso stesso, come violenza.
Non si può obliterare, tuttavia, che il supporto elargito dai collettivi contro le violenze poliziesche non si limita all’esclusività della lotta anti-repressiva, ma costituisce l’eco di condanna delle derive autoritarie di uno Stato che colpisce il dissenso, il multiculturalismo, le discrepanze sociali e politiche.
L’atto della testimonianza, inoltre, assume un ruolo cardinale; un ruolo che non contempla la personalizzazione di alcun evento, ma che permette la catarsi dell’espressione, l’emancipazione di una parola che si schiera contro una temibile e assai diffusa omertà.
Guillaume Vadot, professore presso la facoltà di Scienze Politiche di Paris 1, recentemente aggredito dalla polizia per aver filmato una scena di controllo alle frontiere alla quale una donna di colore era stata sottoposta, spiega come la repressione possa appropriarsi di una collocazione storica, quella di un’epoca coloniale imperialista che, con la premessa del mantenimento dell’ordine sociale, si è investita nella barbarie di una “guerra psicologica” che potesse abbattere la moltitudine culturale e contenere le masse potenzialmente pericolose per le autorità politiche imperialiste e schiaviste e per lo “status quo” da esse stabilito. Si tratta, in effetti, di un’inclinazione non estranea al presente francese, dove il Fronte Nazionale di Marine Le Pen «ha da sempre combinato paradossalmente la rivendicazione nazionale ai principi di dittatura franco-coloniale».
Le micro-devianze assumono così un carattere nocivo per le classi politiche al potere.
Contrastare la violenza e il suo sistema di pensiero, spesso assorbito da classi subalterne prossime ai valori della classe dominante che impone l’unificazione sociale sotto un segno comune (come Gramsci illustra nel concetto di “egemonia”), è ancora possibile, ci spiega Guillaume.
«L’università è ancora un luogo fondamentale». Essa ha il compito di «ostacolare il sistema di pensiero vigente», «unire le forze in campo» e respingere le umiliazioni che lavoratori, studenti e stranieri subiscono banalmente tutti i giorni, così come la «sperimentazione delle tecniche di repressione» che si verificano quotidianamente nei quartieri popolari. La marcia contro il razzismo aveva come rivendicazione la cessazione dei controlli alle frontiere e la fine di tali violenze, «dovute non a ciò che lo straniero fa – aggiunge la militante antirazzista Siham Assbague – ma a ciò che egli è» e rappresenta nella sua connotazione culturale.
Un esempio lampante è individuabile nell’episodio burkini, contro il quale il governo francese si è recentemente schierato e che costituisce «la continuazione delle politiche razziste post-coloniali della Francia» cominciata nel 2004 con la legge contro il velo e l’ostentazione di segni religiosi in pubblico.
Ma non è finita.
Per circa un mese Abdoulaye, studente presso l’università Paris 1 e rifugiato politico guineano, è stato recluso presso il centro di detenzione di Vincennes.
Un comitato studentesco, sorto spontaneamente in suo sostegno, richiede a gran voce la sua regolarizzazione, così come quella dei numerosi studenti richiedenti asilo ai quali la chiusura delle frontiere ha serrato le porte per la costruzione di un futuro tanto agognato.
Abdoul, membro del collettivo, aggiunge: «se i vostri compagni smettono di seguire i corsi all’università, non è perché hanno effettuato una scelta, ma perché hanno paura di affrontare controlli brutali ed essere infine costretti a lasciare il Paese».
Solo la mobilitazione può abbattere i muri, rivendicare un degno avvenire per i migranti, riaccendere la fiamma della solidarietà nella convergenza delle lotte. Un “fare insieme” è necessario e i sindacati non si devono tirarsi indietro.
Romain Altmann, segretario della CGT Info’com (Confederazione Generale del Lavoro), invita i presenti a partecipare alla manifestazione contro le violenze poliziesche che si terrà a Parigi il 15 ottobre e all’appuntamento che avrà luogo ad Amiens per sostenere gli otto sindacalisti di Goodyear condannati a 24 mesi di prigione per aver difeso il loro impiego. «Al di là del meeting, è la congiunzione tra mondo sindacale, quartieri popolari, studenti e militanti politici che da speranza» continua Romain, sostenendo come la repressione abbia oggi conosciuto «un’ampiezza maggiore», colpendo «coloro che erano stati inizialmente risparmiati».
Esiste, inoltre, anche una violenza morale che mette fortemente in pericolo un diritto fondamentale: quello di manifestare. Lo stato d’urgenza ha più volte eseguito il suo attentato contro la libertà, vietando arbitrariamente qualsiasi forma di pubblico raduno.
Lo sciopero cade così nell’illegalità, il dissenso si fa delitto. Arnaud, sindacalista di Sud Rails, è una delle tante vittime: in seguito allo sciopero del 26 maggio contro la legge El Khomri è stato condannato a sei mesi di prigione e al pagamento di un ammenda di 607.000 euro.
«Testimoniare, condannare, unirsi», sono le parole d’ordine pronunciate da Romain.
Non ci resta che “far fronte”, come ci suggerisce il titolo dell’evento. Far fronte tutti i giorni, nel quotidiano, sul luogo di lavoro, nei luoghi pubblici. Far fronte non solo sotto l’ala di fuoco della Quinta Repubblica che sfoggia le sue armi brutali contro la democrazia, ma al di là una frontiera da cancellare, perché la convergenza e la lotta affondano le loro radici nella necessità di un vivo e fervido internazionalismo.

 

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