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Corbyn: ok alla Brexit ma con la libera circolazione dei lavoratori

Corbyn: i Laburisti «accettano il risultato del referendum» sulla Brexit e non vogliono «un secondo referendum». Ma chiedono che il governo rinunci alle pretese di restrizione della libertà di circolazione. Il rompicapo per May

di Francesco Ruggeri

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«Abbiamo bisogno di iniziare con una trasparente Brexit responsabile», scrive Jeremy Corbyn sul suo profilo fb. il Labour accetta e rispetta il voto di giugno, ma il governo di sua maestà sta cercando di nascondere il fatto che non ha alcun piano reale a parte quello sloga vuoto “Brexit significa Brexit” che il Labour party sta discutendo di riempire pensando a posti di lavoro, standard di vita ed economia. «E soprattutto abbiamo bisogno di investimenti – insiste il leader del Labour – un paese che non investe è un paese che ha rinunciato». Corbyn propone 500 miliardi di investimenti pubblici in un decennio da finanziare stroncando l’evasione fiscale.

L’opposizione laburista britannica non offrirà una sponda al governo conservatore di Theresa May in un eventuale voto del parlamento sull’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona per il divorzio formale dall’Ue a meno che la premier non s’impegni a negoziare il mantenimento dell’accesso al mercato unico. L’avvertimento arriva oggi dal leader del Labour, Jeremy Corbyn, che dalle colonne del Sunday Mirror pone le sue condizioni. Commentando la recente decisione dell’Alta Corte d’imporre un passaggio parlamentare prima della notifica dell’articolo 50 (decisione contro cui peraltro il governo May ricorrerà alla Corte Suprema), Corbyn ribadisce che i Laburisti «accettano il risultato del referendum» di giugno sulla Brexit e non vogliono «un secondo referendum». Ma chiedono che il governo s’impegni a garantire nel negoziato con Bruxelles «l’accesso dell’industria britannica al mercato europeo», anche a costo di rinunciare alle pretese in tema di restrizione della libertà di circolazione. Non solo: Corbyn invoca garanzie pure sul futuro mantenimento delle norme europee a tutela di lavoratori, ambiente e consumatori, nonché una promessa del governo di compensare con fondi ad hoc gli investimenti esteri produttivi che il regno dovesse perdere in seguito all’uscita dall’Unione.

Insomma, è un rompicapo, dopo la sentenza dell’Alta Corte, che diventa sempre più intricato, sia per l’Ue che per la Gran Bretagna. La ‘Brexit’ a quasi sei mesi dal referendum resta ‘terra incognità, come emerge dalle reazioni politiche, dai media e dalle voci degli ‘insider’ di Bruxelles. I tempi continuano a essere vaghi, a partire dall’attivazione dell’articolo 50. Lo stesso dicasi delle modalità, ‘soft’ o ‘hard’: i due termini a prima vista semplici sottintendono 43 anni di legislazione europea integrata in quella britannica, fondi, status delle imprese, rapporti commerciali. Con due nodi interrelati: la partecipazione al mercato unico Ue e la libera circolazione delle persone. La sentenza dei giudici britannici ha aggiunto ulteriore incertezza: la premier Theresa May ha sempre parlato di marzo 2017 per far scattare l’addio, ma il rischio di uno slittamento è reale. Non a caso May ha immediatamente chiamato il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker e la cancelliera tedesca Angela Merkel per rassicurarli. «Il suo governo resta sulla stessa linea di pensiero e d’azione» e «la notifica della decisione di aprire il negoziato d’uscita avrà ben luogo prima della fine di marzo», ha riferito Juncker del colloquio. Il ricorso del governo britannico riceverà infatti una risposta già a dicembre, ma se venisse confermato il ruolo di Westminster è plausibile che il dibattito parlamentare allunghi i tempi. Serviranno poi due anni di negoziati per arrivare a un accordo sul ‘divorziò, che dovrà ricevere l’ok dei 27 e dell’Europarlamento perché diventi effettivo.

A Bruxelles è già operativa dal primo ottobre una task force guidata da Michel Barnier, non a caso ex commissario al mercato interno e servizi finanziari, settori chiave per Londra. Barnier è «in modalità d’ascolto», spiegano fonti Ue, e sta muovendosi tra le capitali. La verità è che «non è chiaro» quali siano le intenzioni di Londra, oltre al fatto che l’addio di uno stato membro «è una prima assoluta». Una riconfigurazione dei legami ‘soft’ che salvi la partecipazione di Londra al mercato interno, come per esempio avviene in parte per i Paesi Efta come la Norvegia, è infatti possibile solo a condizione che venga garantita la libera circolazione delle persone. Proprio uno degli argomenti, invece, che hanno motivato la Brexit è lo stop all’immigrazione Ue in Gran Bretagna. È lo stesso problema della Svizzera, che da due anni senza successo sta cercando di negoziare con la Commissione quote di ‘migranti Ue’ pur di restare nel libero mercato europeo. Un altro modello potenziale quindi a cui Londra guarda, ma su cui Bruxelles è molto contraria. Senza libera circolazione, l’alternativa ‘hard’ è la sola che si prospetta: un accordo di associazione da Paese terzo, come l’Ucraina per esempio, magari retto da un’intesa commerciale di libero scambio sulla scia di quello con il Canada, il Ceta. Certo è che per ora non è chiara la via che imboccherà Londra: non a caso il leader del Labour Jeremy Corbyn ha accusato May di non voler sottoporre allo «scrutinio democratico» i piani per la Brexit perché questi, in realtà, «non ci sono». Una questione di cui difficilmente May non potrà non discutere il 18 a Berlino con Merkel, il premier Matteo Renzi, il presidente francese Francois Hollande e il collega spagnolo Mariano Rajoy in occasione dell’ultima visita del presidente Usa Barack Obama.

Intanto, il Guardian ha seminato mbarazzo negli ambienti conservatori con la diffusione del contenuto di una registrazione con alcune dichiarazioni pro Ue della May, in cui parlava fra l’altro di Regno Unito più prospero in Europa, fatte prima del referendum del 23 giugno. L’allora ministro degli Interni, nel corso di un incontro ‘off the record’ tenutosi il 26 maggio scorso nella sede londinese di Goldman Sachs, aveva espresso tutte le sue preoccupazioni e i dubbi sul divorzio da Bruxelles in particolare per le conseguenze negative sul Paese di una uscita dal mercato unico europeo, a partire da un ‘esodo’ di società dalla City. Parole che stridono molto rispetto a quanto afferma oggi la prima ministra, impegnata proprio nell’assicurare alla Gran Bretagna l’accordo migliore nei futuri negoziati con Bruxelles. La registrazione, scrive il Guardian, rivela che May aveva molti timori sull’addio all’Ue, in contrasto anche con i suoi interventi sfumati di allora, in cui aveva espresso un timido sostegno alla campagna Remain. Ma ai banchieri della City invece aveva ricordato che il Regno doveva assumere un ruolo guida in Europa sperando che gli elettori avrebbero guardato al futuro piuttosto che al passato. «Molte persone investiranno nel Regno Unito perché il Regno Unito è in Europa», auspicava fra l’altro la premier, che ora invece sostiene l’idea di un Paese ‘libero’ di firmare accordi commerciali con partner in tutto il mondo. Di fronte alle polemiche, Downing Street ha tagliato corto e affermato che nel suo intervento prima del referendum May non aveva fatto altro che elencare «rischi ed opportunità» della Brexit. Quello che però emerge in modo sempre più chiaro è la difficoltà del primo ministro nel traghettare il Paese verso una «exit strategy» il più possibile condivisa.

 

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