domenica 15 Dicembre 2019

Brancaccio no! Per la sinistra è il momento del coraggio

Brancaccio no! Per la sinistra è il momento del coraggio

Sinistra. A proposito del percorso del Brancaccio, di Italia, elezioni, sinistra, corsi e ricorsi storici

di Claudia Candeloro*

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Mi ha sempre stupito il fatto che la più grande forma di intelligenza sia l’apprendimento: studiato, indagato, mai completamente afferrato, fondamentale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, l’apprendimento, la capacità di imparare dagli errori e dalle esperienze è quanto di più caratteristico della mente umana, ciò che in definitiva ci distingue dalle macchine.

Mi stupisce quindi ancora di più come la sinistra italiana, pure composta da alcuni tra gli individui, lo dico senza retorica, più brillanti del nostro paese, abbia collettivamente perso del tutto la capacità di apprendere dai propri errori, ripetendo da dieci anni, in un loop infinito, senza dubbi e senza remore, gli stessi slogan e gli stessi processi che ogni volta, puntualmente, si rivelano fallimentari. Invischiandoci nel solito pantano.

E’ dal 2008 -praticamente dieci anni fa! – che (al netto degli arrivismi e opportunismi vari, che pure ci sono stati) sul tema elettorale siamo schiavi di numerosi pregiudizi, che prescindevano dalla realtà politica di allora, e tanto più da quella di oggi, e che, nonostante questo, non riusciamo ancora a superare. Provo ad elencarli:

1. All’abbandono dell’aspirazione a rappresentare ed organizzare i ceti popolari (certo, questo ben prima del 2008) si è affiancata la convinzione che esista di per sé, quasi antropologicamente, nel paese un popolo di sinistra da rappresentare in quanto tale.

2. Alla prima certezza, segue la convinzione per cui la priorità – assoluta ed imprescindibile – di tale popolo sia la questione dell’unità. Il popolo della sinistra capisce, comprende, persino giustifica le riforme peggiorative del lavoro, delle pensioni, della scuola, guarda al futuro e non agli errori passati, ma quello che proprio non capirebbe mai – mai e poi mai! – è la presenza di più liste di sinistra alle elezioni.

3. Di conseguenza, per accontentare il popolo della sinistra, la sinistra deve mettere da parte le differenza che pure la caratterizzano (anche su argomenti non proprio secondari, come il giudizio sul governo, sulle privatizzazione, sui rapporti capitale-lavoro e via dicendo) per raggiungere il Sacro Graal dell’unità della sinistra.

4. Niente paura, però: ogni forza politica della sinistra potrà sperare di poter fare “egemonia” (mai parola fu peggio usata) all’interno dell’assemblea – partecipata, dal basso, una testa un voto – che sarà appositamente lanciata perchè il popolo della sinistra possa partecipare a veder realizzato il proprio sogno dell’unità della sinistra [traduzione: ogni partito, associazione, movimento tenterà di portare più persone possibili all’interno dell’assemblea perchè l’assemblea possa ratificare la posizione assunta dal proprio rappresentante nell’incontro a latere ]

5. Questo percorso dovrà necessariamente portare alla lista delle elezioni perchè, dopo l’unità-della-sinistra, un altro grande feticcio è imprescindibile per la sinistra italiana: non è possibile visibilità, incisività, efficacia (al massimo, mera resistenza) al di fuori della rappresentanza parlamentare. Che essa sia ottenuta in accordo con il Partito Democratico o meno è, in definitiva, per i più aspetto secondario. Probabilmente scapperà una risata a chi, come me, a questi giochi ha partecipato perchè, nonostante le dichiarazioni di intenti e le parole roboanti dei documenti, tutte e tutti noi sappiamo che, ogni volta, va esattamente così, occasioni e mesi persi per parlare di qualcosa che non porterà mai (lo sappiamo benissimo tutti) ad un risultato politico reale per un avanzamento in senso progressista del quadro politico italiano.

Tuttavia questo giro, tra Brancacci, Mdp e chi più ne ha più ne metta, ci ha portato ad un “salto di qualità” che, mi si permetta, fa apparire la Rivoluzione civile di Ingroia come un progetto dotato di grande lungimiranza. Non solo assistiamo ancora una volta allo stesso “teatro” (mai come ora tale metafora èpiù opportuna), ma questa volta lo portiamo avanti con coloro le cui politichenegli ultimi 8 anni abbiamo contestato (probabilmente, il motivo stesso chegiustificava l’unità-della-sinistra negli anni passati).

E ciò è grave non tanto e non solo perchè è grazie ai rappresentanti di MDP, allora PD, che abbiamo tra le leggi più violentemente antipopolare che si ricordino in Italia dal dopoguerra (leggasi JobsAct, Buona Scuola, Fornero, Pareggio di bilancio…) ma, soprattutto, perchè, ancora una volta denota la nostra incapacità di individuare quelli che sono stati gli sviluppi politici del nostro paese negli ultimi 10 anni: se il fenomeno Renzi è emerso, se ha potuto fare quello che ha fatto, se è riuscito (sembra un’era geologica fa, ma è successo) a raggiungere il 40% dei consensi nel 2014, è perché è riuscito a porsi in contrapposizione a quella sinistra – di D’Alema, di Bersani…- che nell’immaginario collettivo appariva come vecchio ceto politico interessato più alla propria sopravvivenza che alle sorti del Paese (giusto o sbagliato che sia, un concetto se creduto assume comunque una sua realtà). Sarebbe parso scontato invitare – anche velocemente – questi personaggi, l’immaginario che si portano dietro, alla porta.

E invece, oltre al fatto che al Brancaccio a giugno fuori dalla porta è stato accompagnato qualcun’altro, siamo arrivati all’autunno e ancora temporeggiamo, non ci esprimiamo, lasciamo che a decidere siano gli stessi che negli ultimi 10 anni hanno distrutto persino l’idea di sinistra in Italia.

E’ arrivato il momento di invertire la rotta, di dire la cosa giusta, senza tentennamenti e senza giri di parole. Iniziare a tenere aperta una possibilità di cambiamento che possa, per una volta, avere una prospettiva, un obiettivo che vada oltre l’elezione di parlamentari ma che si ponga l’ambizione di avere una progettualità complessiva, di elaborare un discorso politico, un’interpretazione del mondo che sappia tradurre e tenere insieme le mobilitazioni e le preoccupazioni, le aspirazioni delle persone, dare loro un nome e costruire nessi tra rivendicazioni e consenso.

Avere il coraggio di capire come dire la “cosa giusta” nelle parole e nelle pratiche che sono del popolo che lavora. Non usare più quel linguaggio politicista e stucchevole che esiste solo negli appelli all’unità della sinistra e che si rivolge ad un popolo della sinistra che – brutto dirlo – esiste solo nella nostra testa.

Mi rivolgo a Rifondazione Comunista che può ancora essere in grado di costruire un progetto coraggioso e libero. Ma mi rivolgo anche alle tante e ai tanti attivisti, organizzati e non organizzati, che in un progetto che non abbia la sola, piccola, aspirazione di eleggere qualche parlamentare (e che per farlo è disposto ad accettare di tutto), ma che si proponga di tenere aperta un’opzione di

cambiamento radicale anche in Italia, ci starebbero. Ritroverebbero entusiasmo e voglia di partecipare.

Proviamo a riconnetterci, proviamo a costruire una proposta politica radicalmente alternativa, sono convinta che siamo di più di quelli che ci hanno ridotto in questo stato.

Proviamo a ritrovare il coraggio.

*Claudia Candeloro è una dei due portavoce dei Giovani comunisti/e

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1 Comment

  1. Avatar
    Aldo Rotolo

    Ho letto con il dovuto rispetto e con l’attenzione necessaria gli interventi dei due portavoce dell’organizzazione giovanile di Rif.Com. e pur se vecchio militante “comunista eretico”, o forse proprio per quello, propendo per le argomentazioni della compagna Claudia Candeloro. Sarà forse per una considerazione prepolitica/antropologica, ma siccome generalmente le donne sono più serie e radicali in senso proprio di noi maschietti, che abituati a detenere comunque qualche forma di potere anche quando sfruttati, siamo alla fine inclini alla faciloneria dell’indulgenza e del laissez-faire e quindi non andiamo giù nelle distinzioni quanto a volte necessario, con la dovuta precisione e nettezza.
    Detto questo riconosco che c’è del buono anche nelle ragioni di Andrea Ferroni, ma non per fare il vecchio arnese equidistante e marpione, ma proprio per chè l’esigenza che in fondo lo guida è corretta, perchè l’unità pur non essendo un valore assoluto – checchè ne dica la storia del grande partito revisionista della sinistra italiana (il P.C.I. se non fosse chiaro!) – ma è spesso una necessità e comunque una condizione che permette di moltiplicare la forza di una parte politica ottenendo così che 1+1=3, contrariamente a quello che dice l’aritmetica. Ma l’unità deve – non dovrebbe, deve – essere nella chiarezza e nell’onestà delle premesse e delle pratiche: come dice Claudia. Insomma non si possono fare le nozze con i fichi secchi e nemmeno si può fare la frittata senza rompere le uova, ce lo insegna non solo la saggezza e la sagacia politica dei grandi del movimento comunista come V.I.Lenin o Mao Tse Tung (uso la translitterazione dei miei tempi) ma anche il buon fiuto politico e l’asperienza delle buone pratiche.

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