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Padova, teoremi e fughe in avanti negli anni settanta

Le strade parallele di Pci e Autonomia. Leggendo Padova di piombo di Giulia Princivalli

di Enrico Baldin

Strade che corrono parallele, strade mai destinate a incrociarsi. Quella tra PCI e Autonomia è la storia di un incontro mai avvenuto, di distanze perennemente rimarcate, di strade che non si sono mai incrociate.

E’ questo l’argomento di un saggio recentemente pubblicato da Alba Edizioni, dal titolo Padova di piombo. Il libro ha come focus Padova negli anni ‘70, una città bianca che rincorre le evoluzioni industriali, subendo le contraddizioni marcate tra lavoro e capitale. Padova inondata dagli studenti universitari, Padova delle lotte, della partecipazione. Padova degli incidenti, degli scontri, delle provocazioni. E dei morti. Padova come città in cui si accentuano e trovano riscontro fenomeni sociali e politici di quel decennio.

Un incontro mai avvenuto dunque. E non poteva essere altrimenti. Da un lato il Partito Comunista Italiano di Berlinguer che col nascere della stagione del terrorismo necessitava di distanziarsi, di ostentare condanna a qualunque formazione non fosse chiaramente contraria alla violenza, di convergere nella stagione del compromesso storico. Dall’altro lato gli Autonomi, una fucina di ideali e di elaborazioni teoriche che vedevano nel PCI parte del sistema, e nella violenza un mezzo possibile, pur nel mantenimento di un profilo pubblico, con luoghi in cui pensare ed elaborare alla luce del sole.

E’ a Padova – dove probabilmente l’Autonomia è stata più forte che in qualunque altra città – che si è sperimentata la maggiore ostilità tra le due formazioni. Dapprima un rapporto paternalistico da parte del PCI verso i “compagni che sbagliano”. Poi, col crescere delle tensioni e anche della violenza, le distanze divennero troppo ampie ed insanabili. Fino a giungere ad un acritico sostegno alla magistratura che si apprestava a tradurre in ordini di arresto le aberrazioni del cosiddetto teorema Calogero che equiparava l’Autonomia alle Brigate Rosse e individuava in Toni Negri il capo dell’eversione armata. Si rivelò una bolla di sapone, una cantonata smontata pezzo per pezzo dal giudice Palombarini. Un punto di svolta drammatico che segnò la sinistra extraparlamentare che vide molti dei suoi militanti farsi ingiustamente un bel po’ di galera, rovinando esistenze o parti di esistenze. Il PCI locale difese forze dell’ordine e magistrati ancor più che quello nazionale.

«Il PCI di fatto ha dato il suo contributo all’avvallamento delle politiche di repressione» dice Giulia Princivalli – autrice del libro – riferendosi alla stagione repressiva attuata nei confronti dei militanti delle organizzazioni dell’allora sinistra radicale. «D’altro canto gli Autonomi non capirono i rapporti di forza, agivano come se alle spalle avessero larga parte di classe operaia, attuando violenze ingiustificabili». A far le spese di queste violenze erano anche militanti comunisti e professori universitari vicini al PCI. Uno scontro che non risparmiava nessuno, neppure Democrazia Proletaria, che si trovava a metà strada tra le due organizzazioni e che contestava la politica del compromesso storico da una parte e l’uso della violenza dall’altra ma che al contempo veniva criticata da destra come “fiancheggiatrice indiretta” delle organizzazioni estremiste e da sinistra per un distacco troppo fiacco e cauto dal PCI. Posizioni inconciliabili, scontri ideologici – quando non violenti – continui.

Una stagione troppo spesso descritta con accezioni negative, forse perché in quella fase erano morti e violenze gratuite a far più rumore. Ma non mancarono veri e propri avanzamenti sociali frutto di spinte collettive ed elaborazioni teoriche, frutto di una partecipazione larga più o meno ideologizzata. Proprio a Padova, per decenni in mano alla DC, sacche consistenti di voti davano rappresentazione democratica di una voglia di cambiare che era tangibile non solo nelle strade, tra le fabbriche e nella storica Università, ma anche nelle urne. Ad alcuni decenni di distanza, mentre constatiamo quanto di quel patrimonio politico, sociale e legislativo stia andando in fumo, anche quella della partecipazione e dei successi conseguentemente raggiunti, è una storia che merita di essere approfondita.

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